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Spingersi fino ai luoghi più remoti del pianeta

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di Luigi Campanella, professore emerito nell’Università La Sapienza di Roma

Non aveva mai immaginato, lui, ingegnere di formazione, di spingersi fino ai luoghi più remoti del pianeta. Eppure Giorgio Meroni, titolare di GPSBRIANZA, negli anni ha fatto dell’estremo nord – e di molte altre aree fragili del mondo – il proprio campo di lavoro. L’ultima esperienza lo ha portato in Groenlandia, la più grande isola del pianeta, ricoperta per circa l’80% da ghiacci e considerata una delle principali riserve di acqua dolce dell’emisfero nord.

Non si tratta, però, di viaggi esplorativi nel senso tradizionale del termine. Le spedizioni di Meroni sono progetti strutturati di rilevamento scientifico e monitoraggio ambientale, condotti con un approccio tecnico e multidisciplinare. Dal Nepal al Perù, dalla Patagonia all’Australia, fino all’Alaska, al Canada e al Giappone, ogni spedizione ha avuto un obiettivo preciso: osservare, misurare e documentare i cambiamenti ambientali attraverso l’utilizzo di tecnologie GPS, Sistemi Informativi Territoriali (SIT) e strumentazioni dedicate all’analisi dei parametri climatici. Da oltre vent’anni, questo lavoro sul campo consente di costruire serie di dati confrontabili nel tempo. L’esperienza in Groenlandia rappresenta oggi una sintesi matura di questo percorso.

«L’obiettivo è coniugare esplorazione ambientale, innovazione tecnologica e divulgazione scientifica, concentrandosi sui territori dell’estremo nord, oggi tra i più vulnerabili al riscaldamento globale», spiega Meroni.

La Groenlandia, in particolare, costituisce un vero e proprio laboratorio naturale a cielo aperto. Il team ha operato su più livelli: rilievi GPS di sentieri e itinerari, creazione di basi dati territoriali, monitoraggio delle dinamiche glaciali e raccolta di parametri ambientali come CO₂, PM2.5 e PM10. I dati vengono successivamente integrati in Sistemi Informativi Territoriali che consentono di confrontare le condizioni attuali con immagini storiche e rilievi precedenti, rendendo misurabili fenomeni quali l’arretramento dei ghiacciai, la fusione del permafrost e le variazioni meteorologiche.

Un aspetto centrale dell’esperienza groenlandese è stato proprio il confronto diretto tra passato e presente. Attraverso fotografie storiche georeferenziate e rilievi sul campo, sono stati documentati arretramenti glaciali di diversi chilometri rispetto a pochi decenni fa. «Fenomeni che hanno conseguenze globali: l’immissione di grandi quantità di acqua dolce negli oceani, le possibili alterazioni delle correnti marine e il rilascio di gas climalteranti dal permafrost in scioglimento», precisa Meroni.

Accanto alla componente tecnico-scientifica, il lavoro ha incluso l’ascolto delle comunità locali, in particolare Inuit. Le interviste raccolte restituiscono una memoria ambientale di lungo periodo, tramandata oralmente, che conferma e integra i dati strumentali: riduzione della fauna e maggiore instabilità del territorio.

Al rientro, i materiali raccolti – mappe digitali, video, fotografie e report – vengono restituiti attraverso incontri pubblici, scuole e piattaforme digitali  con l’intento di rendere accessibili dati complessi e mostrare il cambiamento climatico non come un concetto astratto, ma come un processo osservabile e misurabile.

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