Prevenire e curare
Progresso è in disuso nella politica e nelle organizzazioni e aggregazioni sociali. È assorbita da sviluppo, come se l’un termine equivalesse all’altro, in una confusione fra progresso sociale, crescita industriale e tecnologica. Constatazione che vale anche per la Medicina, attiva sull’evento patologico ma indifferente di fronte alle connessioni fra fattori patogeni e condizioni di vita subordinate all’espansione economico-produttiva al punto da ergersi centrale rispetto ad un diritto fondamentale: la tutela della salute, intesa come pieno benessere e non soltanto come assenza di malattia.
Questa via riduce il medico a terminale di apparati dirigistico-tecnocratici e il diritto alla salute all’utilizzo di sempre più elevati livelli qualitativi e quantitativi di farmaci e servizi, complessità tecnologiche e gestionali che configurano un involontario suggerimento: la salute si raggiunge con modifiche da apportare al corpo, da riordinare e rendere immune con tecnologie e terapie complesse. La malattia diviene un evento fatale ed ineluttabile.
I dati ISTAT e dei Registri dei tumori solidi indicano una sostanziale stagnazione dei risultati con il 40-50% di sopravvivenza dei malati sottoposti a varie terapie, l’Istituto Superiore di Sanità stima in Italia in 10 milioni le persone a rischio di cirrosi epatica con una mortalità annua di 30-40.000 per abuso di alcoolici, di cui 4.000 sotto i 30 anni.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stabilito che le malattie siano evitabili nell’80% dei casi riconoscendo le cause in modalità errate di produzione, inquinamenti ambientali, stili di vita inadeguati e diseguaglianze.
Ne deriva che qualità e durata di vita sono migliorabili mediante condizioni socio-economiche, produttive e stili di vita adeguati, sebbene siano indiscutibili i miglioramenti che la Medicina ha acquisito nel travagliato processo di contrasto verso molte affezioni.
In forza del Corpus medicus, depositario di millenari codici etico-deontologici e di immani esperienze, la Medicina può assumere il compito di contribuire a colmare la divaricazione creatasi fra progresso e sviluppo, a partire dalla promozione dell’unitarietà delle culture scientifico-tecnologica ed umanistica per giungere a concepire ogni potere esercitato nelle molteplici Istituzioni come la sommatoria di bisogni, diritti e doveri che fondano il Bene comune e il consenso sociale di ogni Stato liberal-democratico.
Francesco Domenico Capizzi
già professore di Chirurgia generale nell’Università di Bologna e direttore delle Chirurgie generali degli Ospedali “Bellaria” e “Maggiore” di Bologna, presidente di S.M.I.P.S. odv del terzo settore www.smips.org