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ODDIO, ANCHE LO SCHWA

di Giancarla Codrignani*

Come faccio a non dare dispiacere alle amicizie LGBTQ+ se dico che certe discussioni impegnano anche donne appassionate ai fenomeni linguistici e identitari, ma non fanno bene a nessuno? Mi riferisco evidentemente all’imbarazzo in cui molte si condannano a non sapere più come dire caro o cara a un amic*.

Mi vengono in mente per accostamento – non è strano: – le distruzioni dei monumenti di vecchi signori che, vissuti in tempi peggiori dei nostri, si adeguavano “al sistema del loro tempo” e ne seguivano i costumi: ci va di mezzo Cristoforo Colombo il grande colonizzatore. Nessuno nega che Jefferson, che qualcosa di democratico ha pur fatto per gli Usa, possedeva degli schiavi. Nessuno nega che Lincoln che volle abolire la schiavitù, ottenne il voto di approvazione della sua legge comprando i voti. Entrambi sono “la storia” ed è storia anche quella sgradevole (purtroppo non per tutti) del generale Lee. Uno si può domandare perché si innalzano monumenti a personalità eccezionali se siamo tutti uguali in linea di principio; ma sempre in linea di principio bisogna che i paesi del mondo si rassegnino ad avere, ciascuno per conto suo, nel bene e nel male la propria storia: i monumenti (secondo etimologia) riconducono alla memoria e se uno si vergogna dei propri bis-bis-bis nonni guerrafondai, traditori, spietati colonialisti, tenga presente che può ancora fare riparazione facendo altre politiche quando democraticamente (la novità!) vota. Uno dei fallimenti della scuola è non fornire a ciascun ragazzo – che è già un cittadino – la coscienza storica

La stessa cosa vale per la coscienza linguistica. Si è perduta – perché scomoda nella pratica – l’uso anglosassone di risolvere la discriminazione delle donne obbligando a scindere sempre she/he, her/his. Infatti non è dicendo “il libro di lei” al posto del “suo libro”, che il libro di una donna viene citato nelle bibliografie che restano secondo il criterio non imparziale dell’accademia. Non era così che cambiavano le cose, anche se è giovato perché se ne è parlato. Adesso abbiamo scoperto la nostra storica iniquità: il pregiudizio ha impedito fino ai nostri giorni alla naturale diversità che connota l’umano di avere diritti e ci sono state vittime condannate addirittura a morte da leggi approvate, sofferenze inaudite (e, quello che indigna oggi, ancora in corso) inflitte a persone normali che nessuno aveva il coraggio di riconoscere come  uguali in diritto. Il peggio fu per le donne: abbiamo le trasgressive che imposero il loro stile di vita perché se lo potevano permettere, ma la maggioranza delle lesbiche fu condannata all’ignoranza di sé, del rispetto dovuto al loro corpo (per tante la notte nuziale era uno stupro) e fecero famiglia, ebbero figli, non ci fu gioia nei loro letti per un’educazione bigotta anche quando laica. Fino alla confusione della norma morale che divideva la ragazze perbene dalle permale e faceva dipendere l’equilibrio esistenziale dall’approvazione sociale. Tutto questo non scompare per l’uso dello schwa o altri espedienti che dovrebbero coprire la vergogna di secoli di intolleranza e crudeltà: non è neppure un sostegno coerente alla legge Zan. E’ una rivincita del patriarcato che ripete per le differenze il neutro usato per le donne: si deve dire maestro/maestra e non si è ancor arrivati a generalizzare ministro/ministra. La responsabilità è sempre  della scuola: i nomi sono maschili o femminili, non si possono annullare per ricreare le lingue scritte (il parlato no?), che funzionano tutte con i moduli della logica formale. Personalmente faccio fatica a usare il sostantivo “persona”: grammaticalmente è femminile, di fatto è neutra: i diritti della donne sono compresi in quelli della donna, idem per i “servizi alla persona”. Difficile portare nell’insegnamento linguistico il riconoscimento di altri generi: per i documenti si potrebbe eliminare l’indicazione del sesso, non nel linguaggio: se un trans vuole un figlio (speriamo sempre nelle leggi che glielo consentano) farà ricorso all’utero surrogato e all’anagrafe denuncerà, come per tutte le nascite, quella di Mario o di Maria: non sempre si può prevedere se i “caratteri sessuali” di un neonato sono giusti e nemmeno che realizzazioni di sé avrà nella crescita. Questa libertà va sostenuta, perché si tratta di rispetto del nostro essere di umani: uguali e diversi.

A margine: è davvero interessante constatare che di questi problemi spacchiamo il capello in quattro soprattutto noi donne: il neutro favorisce il patriarcato disposto ad imbarcare tutti, tutte, e*, purché non cambi il modello unico.

*Parlamentare, politologa, giornalista

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