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 Il “fare la pace” del cristiano

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                                         Il “fare la pace” del cristiano

di Vincenzo Balzani*

da “Avvenire”, 15 maggio 2022

Per un cristiano la pace è dono di Dio. Il cristiano, quindi, non solo non deve fare la guerra, ma deve collaborare ad estendere e rafforzare la pace. Il cristiano non è chiamato a “stare in pace”, ma a “fare la pace”.

Su come la Chiesa deve affrontare il tema della guerra e della pace sono molto importanti i documenti scritti dal cardinale Lercaro durante e dopo il Concilio Vaticano II, spesso ripresi dal cardinale Zuppi e da papa Francesco.

La Chiesa deve essere distaccata da ogni interesse politico, ma non può rimanere indifferente di fronte al male: la sua via non è il silenzio, ma la profezia, cioè il parlare in nome di Dio: “Pertanto, nella umiltà più sincera, nella consapevolezza degli errori commessi nel passato, nella solidarietà più amante e più sofferta con tutte le nazioni del mondo, la Chiesa deve tuttavia portare su di esse il suo giudizio (Matteo 12,18), in particolare ai popoli che si dicono cristiani. Il Vangelo ci insegna che il problema è la cupidigia (Lc 12, 15) e, quindi, la Chiesa deve proclamare il suo giudizio sulla corsa ad impadronirsi egoisticamente dei beni della Terra e sulle radici profonde degli squilibri e delle contese fra i popoli. Deve anche sottolineare l’unità sovrannaturale del genere umano, per cui nessun popolo, qualunque sia il suo regime interno e l’ideologia a cui si ispira, può essere escluso ed interdetto dalla comunità delle nazioni (Col. 3,11). Infatti, “ciò che eventualmente lo separa e lo oppone agli altri è in ultima istanza sempre infinitamente meno di quello che potrebbe unirlo agli altri. E se al contrario esso ancora non lo sa o non lo crede, dobbiamo almeno saperlo e crederlo noi cristiani”.

Il cristianonon deve rassegnarsi al conflitto e alla divisione, ma deve agire, senza aspettare che l’altro manifesti propositi di pace. Fare la pace significa combattere l’inimicizia che ci separa dall’altro, non la sua diversità: Dio ama la diversità, come ci insegna l’episodio della torre di Babele, e la vera pace non annulla, ma esalta la diversità. Fare la pace significa andare verso l’altro mostrando la nostra debolezza, non la nostra forza reale o supposta. Fare pace non è neppure raggiungere un accordo basato su compromessi: io non faccio questo se tu non fai quello; si tratterebbe di una falsa pace. Fare la pace non è un’azione isolata, ma una continua ricerca di comunione. Fare la pace, inoltre, non significa imporre la propria verità: la pace non è mai il risultato di una vittoria. Fare la pace è molto di più che “non violenza”: è passare dalla “non violenza” alla solidarietà e, poi, dalla solidarietà alla carità.

Certo, non è facile fare la pace in questo modo. La nostra natura ferita ci spinge ad agire diversamente; ci porta ad identificare nell’altro un nemico e ad agire con ogni mezzo per far vincere le nostre “buone ragioni”, le ragioni del Bene contro il Male. Non è facile fare la pace nel modo giusto, non dobbiamo meravigliarci di questo: noi non siamo Dio. Però, anche se non riusciremo a fare la pace come vuole il Signore, dobbiamo almeno riconoscere che quello è il modo giusto di agire: riconosceremo, così, anche il nostro peccato contro la pace.

*professore emerito di Chimica nell’Università di Bologna

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