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“Donne e sport-Analisi di genere continua”

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“Donne e sport – Analisi di genere continua” libro di Gioia Virgilio e Silvia Lolli  edizione I LIBRI DI EMI. 2021  

Dalla presentazione del libro omonimo 23 maggio 2022

organizzata da OdV “Scienza Medicina Istituzioni Politica Società” www.smips.org

INTERVENTI DELLE RELATRICI:

Stefania Scarponi, Professoressa Ordinaria di Diritto del Lavoro e già esperta nel Collegio istruttorio del Comitato Pari Opportunità presso il Ministero del Lavoro

1 – La nuova ricerca sul sessismo nello sport

Il volume prosegue la ricerca iniziata alcuni anni fa presso l’associazione “Orlando”, di cui all’epoca Gioia Virgilio era presidente, mediante seminari organizzati con atlete, giornaliste, esperti ed esperte di varie discipline, a cui anch’io avevo partecipato, e i cui contributi sono raccolti nel primo volume intitolato “Donne e sport – Riflessioni in un’ottica di genere”, I Libri di EMIL 2018. La riflessione sulla situazione delle donne che operano nel mondo sportivo ha così avviato un dibattito proseguito in numerose iniziative di presentazione e discussione presso istituzioni pubbliche, sedi scolastiche e universitarie, librerie, associazioni, ed è riportato nella parte finale del presente volume.

Ciò che rende particolarmente interessante questo ulteriore approfondimento è l’analisi dei diversi ambiti culturali e sociali tesa a far emergere le molteplici sfaccettature che danno conto della complessità e sistematicità dei fenomeni di sessismo e discriminazione presenti nel mondo dello sport.  Già anni fa, nel volume “Sociologia dello sport” curato dai sociologi Antonio Roversi e Giorgio Triani (Esi 1995), il saggio della femminista americana Nancy Shinabargar, intitolato significativamente “Sessismo e sport. Una critica femminista”, poneva in risalto come << lo sport in quanto istituzione sociale svolge un ruolo importantissimo nel definire culturalmente il maschio e la femmina>> (p.360) e come << il fenomeno del sessismo che si manifesta nello sport è una risposta alla presenza femminile nello sport, percepita come minaccia all’identità maschile…..Come il razzismo, anche il sessismo può comportare un atteggiamento di esclusivismo e di differenziazione tale da suggerire una inferiorità>> (pp.362 – 363).  L’approccio “gender oriented” si rivela quindi non solo appropriato ma assolutamente necessario per scandagliare la condizione delle donne nello sport, tenuto conto che viene in gioco la questione primaria del “corpo” femminile e del controllo su di esso.

Sotto questo profilo, nella parte introduttiva spicca l’analisi di Silvia Lolli dei presupposti teorici che storicamente hanno ispirato l’educazione fisica femminile in Italia, che cita criticamente l’affermazione contenuta nel manuale del Mazzarocchi, del periodo fascista: << l’educazione fisica del maschi e delle femmine deve tener conto dei diversi “destini naturali” …. la nostra donna ha un’anima sua propria, essa sente forse più di ogni altra, la sua femminilità, ama la casa e la famiglia e non gradisce generalmente fare mostra di sé…L’educazione fisica della nostra donna deve avere carattere di studio della maniera compostamente aggraziata di eseguire i movimenti e di esercizio all’autocontrollo. ” (p.15). Per la verità, non stupisce che all’epoca fosse così radicato lo stereotipo della donna “naturalmente” destinata al ruolo di madre e che ciò implicasse una preclusione allo svolgimento di molte attività sportive. Anche in altri settori le donne erano considerate “inadatte”: era loro vietato per es. di insegnare filosofia, se non negli istituti magistrali, per non parlare della magistratura, a cui hanno potuto accedere soltanto nel 1963, e solo a seguito di una sentenza della Corte costituzionale, nonostante l’entrata in vigore della Costituzione che, all’art.37, 1°c., afferma il principio di parità uomo/donna nell’accesso al lavoro e nelle condizioni di lavoro.

Quello che stupisce è che nell’epoca attuale esistano ancora e siano così estese situazioni arretrate come quelle che si verificano nel mondo dello sport.  Già alcune  vicende di cronaca sono apparse particolarmente scandalose, come quella che ha coinvolto la giornalista sportiva molestata da un tifoso mentre effettuava una radiocronaca e il cui il collega, anziché darle manforte, l’ha esortata a minimizzare e a non interrompere il servizio televisivo; oppure quella relativa all’atleta che aveva firmato una clausola contrattuale che la impegnava a non rimanere incinta e che, pur essendo assolutamente nulla, non ha impedito che le siano stati chiesti i danni quando la clausola è stata violata, ed è stata cassata solo a seguito dell’intervento giudiziale.

2- Dal sessismo alle discriminazioni intersezionali

L’analisi di Gioia Virgilio, svolta con passione e in modo dettagliato  conferma che non si tratta di episodi isolati e che il sessismo riveste tuttora carattere di sistematicità ed è profondamente radicato.  Il volume ricostruisce una molteplicità di situazioni discriminatorie, fornendo una massa di dati, notizie, storie, interviste molto significative che riguardano i diversi settori dello sport  e in ottica internazionale.  

Da giurista del lavoro e del diritto antidiscriminatorio, sono rimasta colpita dall’ampiezza e pervasività dei fenomeni discriminatori posti in luce dalla ricerca: non solo discriminazioni dirette o indirette nei confronti delle sportive, ma diffusione di discriminazioni “multiple”, che combinano la discriminazione di genere con altri fattori di vulnerabilità, come quella di razza nei confronti delle atlete di colore, anche se magari nate in Italia, come nel caso di Myriam Sylla, o quella legata alla disabilità, come nel caso dell’atleta paralimpica Beatrice Ion (pp. 53 – 55). Non manca neppure la discriminazione connessa all’orientamento sessuale, dovuta ad atteggiamenti di omofobia e transfobia analizzati nel cap.7. Si tratta di comportamenti ampiamente vietati, peraltro, sia dall’ordinamento internazionale ed europeo, attraverso le Carte dei diritti, ultima la Carta dei diritti fondamentali allegata ai Trattati dell’Unione Europea, all’art.21, sia dalla Costituzione italiana e dalle norme lavoristiche e penalistiche, che sollecitano interventi tempestivi da parte dei dirigenti sportivi, al contrario spesso tardivi se non  addirittura assenti. Il mondo dello sport appare così come un vero e proprio “mondo a parte” che, tuttavia, nonostante la “specialità” che lo caratterizza, non può sottrarsi all’osservanza dei principi fondamentali, prima ancora che sotto il profilo giuridico per una questione di civiltà culturale.

L’approfondimento dedicato a questi temi è quindi particolarmente meritorio perché interroga su come sia necessario e urgente intervenire anzitutto sul piano culturale ed educativo, con particolare responsabilità di chi svolge attività di insegnamento e di allenamento, oltre che dei dirigenti sportivi, e altresì sul piano istituzionale da parte degli organismi pubblici deputati al contrasto alle discriminazioni e alla promozione della parità di genere in tutti i suoi aspetti.

Le ospiti invitate a discutere con noi oggi sono particolarmente qualificate in quanto sono o sono state Consigliere di parità regionali.  Rivestono pertanto una specifica competenza per comprendere il quadro descritto nel volume e individuare i modi e gli strumenti di intervento, essendo anche appassionate della materia dello sport.

3-  L’esclusione dall’ambito dello sport professionistico e la riforma legislativa in atto

Un aspetto rilevante sottolineato dal volume (p.219) riguarda la questione dell’inquadramento normativo dello sport femminile secondo la L. 91/81, di esclusione, in sé e per sé, dalla categoria professionistica con conseguente diverso e inferiore trattamento normativo ed economico, in aperto contrasto, ancora una volta, con il principio fondamentale di eguaglianza. Si tratta di aspetto che non riguarda solo il nostro ordinamento, peraltro, come dimostra la battaglia legale intrapresa dalle atlete di alcuni paesi – le calciatrici in Spagna, USA, Argentina e le tifose cilene    –  richiamata da Gioia Virgilio (p.67 ss) insieme ad altre vicende di “resistenza” che le donne, in particolare le atlete, hanno opposto caparbiamente ai fenomeni di esclusione e discriminazione nei loro confronti. Infatti, è notizia recente che le calciatrici USA hanno finalmente ottenuto la parità retributiva, e che altri steccati contro le donne sono caduti anche in Italia come dimostra, fra l’altro, la candidatura di una donna alla Presidenza CONI e il riconoscimento della tutela della maternità per le calciatrici (p. 213 ss).

Una questione tuttora aperta, in Italia, riguarda la portata della riforma della legislazione sportiva intervenuta a seguito della legge – delega n.86/2019, che ha portato nel 2021 all’emanazione di alcuni decreti attuativi. Questi ultimi, tuttavia, appaiono ancora contrassegnati da ambiguità, anche se Il volume non ha potuto prenderli in considerazione perché temporalmente successivi alla sua pubblicazione.  Soffermandoci brevemente sul loro contenuto, che dal punto di vista lavoristico è sicuramente importante, va rilevato che in particolare sulla questione “di genere” il D.lgs. n. 36/2021, all’art.39, prevede la possibilità del passaggio al professionismo dello sport femminile. Non viene, tuttavia, configurato quale diritto in capo alle atlete dal momento che la relativa decisione spetta alle federazioni sportive. Sono queste ultime, quindi, che continuano ad essere gli enti da cui dipende tale assetto, anche se sono stati previsti meccanismi incentivanti. Inoltre, la data dell’entrata in vigore del decreto è slittata al 2023.

Resta il dubbio su quale possa essere la soluzione nel caso in cui le federazioni non diano applicazione alla disposizione che stabilisce il passaggio al professionismo dello sport femminile, inerzia che potrebbe indurre un blocco senza fine, deludendo le aspettative di molte atlete. In merito, un rimedio può rinvenirsi nel disposto dell’art.38 del medesimo decreto, che dispone un potere sostitutivo generale in tema di distinzione tra dilettantismo e professionismo, nel senso che, decorsi 8 mesi dall’entrata in vigore della legge, è affidata al Presidente del Consiglio dei Ministri o a un suo delegato, sentito il Coni, la funzione di emanare i provvedimenti riguardanti tale distinzione. Tale sistema, pur mantenendo al Coni una funzione consultiva, permette di intervenire in caso di inerzia e potrebbe quindi essere invocato anche per ciò che riguarda le atlete ove non venissero riconosciute come professioniste.

Un’ulteriore riflessione che mi permetto di fare in proposito è indotta dall’assetto connesso al rango primario rivestito dal principio di eguaglianza u/d nel lavoro derivante dall’ordinamento costituzionale ed euro-unitario. In base ad esso, per una giurisprudenza consolidata in capo alla Corte di Giustizia, essendo evidente che la preclusione ad accedere al professionismo nei confronti delle atlete ne costituisce una eclatante violazione, si può configurare anche un’azione giudiziale diretta volta ad ottenere la condanna dello Stato italiano e la disapplicazione della norma in questione.

Gioia Virgilio, economista sanitaria, autrice del libro, coordinatrice del progetto “Donne e Sport”

La motivazione che ha spinto a realizzare il progetto è la reazione alle narrazioni sportive riguardanti le donne, che colgono fenomeni di superficie, sono generalmente frammentarie e riduttive, più attente ai gossip per attirare la curiosità dei lettori, ma sono estranee a esigenze di analisi sociali e politiche.

Come viene sottolineato da Stefania Scarponi, giurista, appaiono evidenti gli ostacoli e le discriminazioni che le atlete in passato e ancora oggi incontrano nel praticare e per emergere nello sport. In realtà, uno dei problemi fondamentali da denunciare oggi è il sessismo che, come il razzismo, si basa su stereotipi di genere.

Servono esempi inequivocabili: alle maratone le donne non potevano partecipare per il pregiudizio della loro inadeguatezza agli sforzi prolungati.

Kathrine Virginia Switzer alla maratona di Boston nel 1967 aggirò la regola iscrivendosi con le sole iniziali del nome e col cognome, partì ma venne scoperta, fermata dal commissario e strattonata dai giudici di gara.

Queste foto sulla “Gazzetta dello sport” del 2019 sono giustamente diventate il simbolo di tutte le lotte femministe per lo sport. La studentessa Switzer comunque arrivò al traguardo in 4 ore e 20 minuti.

Anche per altre discipline, tradizionalmente maschili (judo, ciclismo, calcio, boxe) la convinzione tacita era che non fossero adatte alle donne

Ma le atlete hanno continuato a protestare e soprattutto a stravincere, anche rispetto ai maschi: la nazionale femminile di calcio ha ottenuto nel 2018 e nel 2022 la qualificazione al Mondiale, mentre, negli stessi anni, gli uomini sono stati eliminati per due volte. Questi successi in varie discipline sportive spingono anche ambienti femministi, che dagli anni ‘70 avevano accantonato o sottovalutato nel dibattito il tema donne e sport, a capire che anche sul terreno dello sport si verificano discriminazioni e ingiustizie da evidenziare con attenzione e accompagnare con scritti e lotte solidali.

Altre occasioni di riflessione e impegno si stanno verificando.

Per dare riconoscimento alle sportive ha importanza uno specifico linguaggio di genere: con il mondiale di calcio femminile in Francia nel 2019 si è finalmente affermata la necessità di declinare al femminile i ruoli (portiera, terzina, mediana, arbitra). La CT della nazionale Bertolini ha dichiarato: “chiamatemi Miss e non Mister”.

Anche la battaglia sugli assurdi codici di abbigliamento imposti alle donne va avanti: le sportive denunciano il disagio che deriva dalla sessualizzazione dei loro corpi. Mabel Bocchi, famosa ex cestista della nazionale in una recente intervista ha affermato: “mi sono battuta per i calzoncini al posto delle mutande da gioco. Molti venivano a vedere il sedere delle giocatrici, non la partita”. Le atlete tedesche della nazionale di ginnastica artistica si sono rifiutate di fare gli esercizi con body inguinali, scomodi e provocanti, ma si sono esibite con tute lunghe fino ai piedi.

Alta deve restare l’attenzione all’immagine con cui le donne sono rappresentate, per contrastare l’assuefazione al sessismo della cultura tuttora dominante.

Lo sport, come creatività, autogestione e controllo delle abilità del corpo, si intreccia all’arte, quando è rappresentazione ed esaltazione dei corpi. Per far capire ai giovani delle scuole, incontrati durante le presentazioni del libro, che il sessismo delle immagini oggi corrompe e invade anche il mondo dell’arte, con un messaggio che si limita a sottolineare la sessualità, mostro foto di statue sessiste, come il monumento alla lavandaia a Bologna o quello alle giornaliste Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutuli, assassinate in zone di guerra, esposto nella Tuscia in provincia di Viterbo. In entrambi i casi le donne sono rappresentate completamente nude, in pose prive di senso, che non evidenziano quanto di specifico, coraggioso o innovativo hanno realizzato con le loro vite.

A Pesaro uno studente di scuola media superiore mi ha detto che non trovava niente di strano in quelle foto perché anche le statue degli antichi romani e greci sono nude. Ad Urbino una studentessa universitaria di Scienze motorie ha fatto notare che anche la statua del Nettuno a Bologna è nuda!! È evidente che l’assuefazione dei giovani a stereotipi culturali e a immagini sessiste toglie ogni spirito critico e appiattisce la lettura, impedendo la necessaria contestualizzazione e l’approfondimento di quanto vi dovrebbe essere di storicamente innovativo in quelle donne.

Anche la toponomastica ci può aiutare a rendere visibilità e merito alle donne. Nel libro diamo valore a Gabre Gabric, atleta poliedrica, che nei giochi di Londra del 1948 migliorò record nazionali nel getto del peso, lancio del disco e del giavellotto. E sottolineiamo che nel settembre 2021 è stato intitolato a lei uno stadio a Brescia. Primo caso in Italia.

In conclusione, è giusto lottare per i diritti “di parità” nello sport, come ribadito sul piano legislativo e istituzionale da alcune relatrici, ma contemporaneamente occorre confrontarsi e battersi su questi aspetti della cultura di genere, prima esemplificati, altrimenti non cambiamo la società patriarcale e lo sport che continua a esprimerla e perpetrarla.

Loredana Pesoli, Consigliera Regionale di Parità Regione Lazio, Responsabile per le Relazioni Istituzionali di ASSIST Associazione Nazionale Atlete

Rispondo alla domanda generale su cosa mi ha interessato di più nel volume e su quali aspetti trovo  pregevole discutere.

Sono Consigliera Regionale di Parità del Lazio supplente (in team con la Consigliera Regionale di Parità Effettiva Valentina Cardinali): il nostro ruolo è quello di contrastare le discriminazioni nei luoghi di lavoro, le molestie, le discriminazioni in genere, che possono essere dirette o indirette. Siamo investite del ruolo di pubblici ufficiali e interveniamo nei casi di eventi discriminatori nei confronti di un gruppo di persone, mentre la singola condizione discriminatoria viene curata dalla Consigliera Provinciale di Parità.

Sono anche Responsabile per le Relazioni Istituzionali di ASSIST, Associazione Nazionale Atlete, dal momento della sua nascita oltre 20 anni fa, che si occupa delle problematiche legate alla condizione femminile nello sport e che è rivolta trasversalmente e in modo esteso a tutti gli ambiti dello sport, anche intesi quali spazi tecnici, direttivi e gestionali per affermare, valorizzare ed accrescere la presenza delle donne anche in tali professioni e ruoli.

Rispetto all’intervento appena ascoltato, ho esperienza di tanti anni con Laura Cima, abbiamo condiviso il percorso della Commissione Nazionale Pari Opportunità Uomo Donna presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri nella quale io stessa avevo la delega allo Sport.

Abbiamo maturato in tutti questi anni di attenzione al percorso delle donne la certezza, purtroppo, che qualsiasi ambito di affermazione e di esposizione pubblica femminile è pieno di ostacoli.

Si riscontrano sempre tendenze, atteggiamenti, prassi che creano difficoltà nello svolgimento delle attività pubbliche per le donne. I codici di comportamento, le prassi, le tradizioni sono frutto indiscutibilmente di una cultura patriarcale: questa non è una lamentela ma un dato di fatto, storicamente acclarato, con il quale fare i conti.

Le donne, con molta perseveranza e da tempo, sono impegnate nella ricerca di una condivisione del lavoro di cura con gli uomini, ma il rapporto con i figli, con gli anziani è ancora per tantissime di noi, faticosissimo.

È poco recepito dagli uomini, perché è una sfera che non offre prestigio, visibilità e gratificazione pubblica. Fa parte del nostro portato femminile, è poco appetibile per i maschi che devono sempre occupare  spazi di potere e visibilità per essere protagonisti.

Quindi una sorta di “conflitto” tra i generi  è ancora presente in questo cammino verso la parità, perché qualcuno deve cedere spazi che offrono privilegi, o che comunque sono occupati da sempre, a soggetti nuovi (le donne) che li reclamano.

Lo sport è un ambito particolare, perché in esso si sommano a queste notevoli difficoltà tutte le altre, legate al fatto che in Italia lo sport ha un ritardo di molti anni, rispetto ai Paesi europei che ne hanno programmato la ripresa fin dal dopoguerra. 

Negli altri Paesi europei infatti lo sport ha avuto uno spazio molto importante rispetto alla distribuzione dei ruoli nella compagine governativa, nella costituzione dei ministeri, di ministeri con portafoglio, nell’affermazione dello sport per tutti.

In Italia i nostri padri costituenti e le poche madri costituenti, donne eccellenti che,  seppur in numero esiguo, sono riuscite ad introdurre nella Costituzione principi fondamentali di parità e progresso per le donne, hanno vissuto la trasformazione dello sport in uno strumento accessibile a tutti con molta diffidenza e timore, dato che era stato, lo sport, strumento formidabile di propaganda, considerato attività rischiosa se strumentalizzata da qualche parte politica.

C’è stato quindi un freno fortissimo all’affermazione dello sport, in quanto all’ assegnazione di ruoli importanti nei ministeri con portafoglio, o di investimenti portentosi, cosa che gli altri Paesi hanno fatto.

Ne è derivata evidentemente una serie di difficoltà nell’accesso alla pratica sportiva, soprattutto in ambito femminile.

Ancora oggi per le bambine, le ragazze e le donne è difficile praticare sport a livello diffuso e/o di eccellenza, se non a costi altissimi in quanto a sacrifici e discriminazioni, sia nella sfera agonistica che in quelle tecniche o dirigenziali, spazi tecnici e dirigenziali che invece agli atleti post carriera agonistica sono spesso offerte con grandi benefici economici.

Illuminante risulta l’esame della composizione degli organi di vertice delle organizzazioni sportive. Se esaminiamo la struttura del CONI, che ha 45 federazioni al suo interno, notiamo in queste la presenza femminile di vertice limitata a due, tre figure, quindi le Federazioni sono saldamente in mano agli uomini.

L’unica donna, ex atleta di eccellenza, che ha avuto il coraggio di candidarsi alla Presidenza del Coni è stata nel 2021 Antonella Bellutti, pluricampionessa olimpica, che ha rotto un tabù e aperto la strada all’idea che anche quel ruolo è possibile per le donne.

Nei Consigli Federali, che per Statuto dovrebbero compiere il “miracolo” del 30% di rappresentanza di un genere rispetto all’altro, vediamo invece disattesa questa norma che essi stessi si sono dati. Se osserviamo la presenza femminile nei consigli federali solo 11 di questi hanno rispettato tale norma. Ciò avviene nel silenzio più assoluto, tranne le azioni di denuncia di ASSIST, la voce di qualche federazione virtuosa o di qualche atleta, perlopiù a fine carriera,  che denunciano questa mancanza, questa “disattenzione” istituzionale.

Libri come questo sono pertanto fondamentali, perché se è vero che differenze e discriminazioni investono anche un aspetto culturale, il lavoro fatto da Gioia e Silvia, assieme a tutte le atlete impegnate in questa rappresentazione della realtà sportiva in Italia, è un lavoro fortissimo di mediazione culturale.

Noi siamo mediatrici culturali, conosciamo la differenza tra il sapere e il non sapere, tra l’essere consapevoli e il non esserlo e dobbiamo trovare un ponte fra queste due realtà ancora molto separate.

Nel libro ci sono molte testimonianze di atlete che ho conosciuto personalmente, vivendo fianco a fianco gioie e dolori della loro vita sportiva.

Nel 2017 con ASSIST abbiamo realizzato un convegno a Roma , dove abbiamo invitato moltissime atlete impegnate anche in sport cosiddetti minori, che ci hanno raccontato cose incredibili, in un mondo dove il denaro è tanto, specie nel calcio maschile, ma non si trova spesso per le atlete.

Fino a pochi decenni fa, le ragazze erano legate al ruolo di utilizzatrici di tute dismesse, di borse vecchie lasciate dai maschi; in taluni sport estremi, erano costrette a gareggiare dovendo dormire nelle proprie macchine perché non c’erano soldi della federazione per dormire in albergo!

Non si può lasciare all’iniziativa delle singole persone un’attività di questo spessore e forza, anche perché fare attività agonistica significa che per dieci/quindici anni almeno della tua vita non fai altro e se non sei nemmeno riconosciuta come lavoratrice, hai problemi di copertura assistenziale e previdenziale, di riconoscimento della dignità nel tuo lavoro sportivo.

E abbiamo anche raccolto testimonianze di grave discriminazione nella gestione dei rapporti delle società sportive con le allenatrici rispetto agli allenatori.

Qualcosa sta cambiando, ma in maniera surrettizia, perché questa riforma dello sport dà al CONI e alle sue Federazioni la discrezionalità di definire il professionismo delle lavoratrici senza che questo passi dall’assunzione di responsabilità da parte del Legislatore. È come se il Legislatore avesse detto alla Confindustria: “Dì alle tue federazioni di decidere quali riconoscerà, tra i suoi addetti, come lavoratori e lavoratrici, come manager o dirigenti con diritto allo status di lavoratori e lavoratrici. Io Legislatore non lo faccio, non costruisco una cornice di riferimento per tutti questi soggetti.”

 Vuol dire che tutti questi soggetti, se non riconosciuto il loro lavoro, lavoreranno gratis e senza garanzie, tranne quel poco che vorranno dargli in rimborso spese, e magari  i manager saranno pagati con i buoni pasto!

Questa è l’assurdità del sistema. Abbiamo sperato che tale riforma passasse da una presa d’atto da parte del Legislatore per dare almeno una condizione di status  di base per tutti e tutte, poi ciascuna Federazione avrebbe potuto articolare in aumento a seconda delle proprie risorse. Siamo quindi ancora in alto mare.

Il fatto che le calciatrici abbiano raggiunto questo traguardo, da una parte ci fa piacere dal punto di vista individuale, ma per il complesso del mondo sportivo femminile è un vulnus perché è una discriminazione dentro una discriminazione: le Federazioni più ricche lo possono fare e tutte le altre devono aspettare non si sa fino a quando.

Non ci si venga a dire che non c’è una sostenibilità economica, perché le Federazioni ed il CONI ricevono soldi dallo Stato e si è data una possibilità di sostegno economico per questo cambiamento.

Se si vuole fare una riforma strutturale, come è stato fatto per altri settori, si può fare per lo sport. Non sarà certo un cambiamento dall’oggi al domani, ma se non si comincia non potrà avvenire mai ma, ricordo, le Federazioni sono quasi totalmente gestite e dirette da uomini, che evidentemente non hanno questo punto tra le priorità della loro agenda programmatica.

Vi ringrazio per questa occasione, perché ho ascoltato tante cose di notevole spessore e di grande interesse.

Rispetto alla diffusione dell’assuefazione a comportamenti scorretti o a immagini sbagliate, di cui si è parlato, vi riporto una notizia di oggi. È successo un fatto molto grave a Rieti durante una partita di basket: l’allenatore di una squadra romana, che stava giocando per la qualificazione dalla B alla A2, di fronte all’errore di una sua giocatrice di 17 anni non ha trovato di meglio che urlarle in faccia e darle uno schiaffo sulla testa.

Quest’azione, che per noi è irricevibile, purtroppo è stata invece molto giustificata e contenuta nei tanti commenti, nei quali si è letto: “Che volete che sia, è un modo di incitare, una tensione agonistica, in quel momento c’era bisogno di uno scatto agonistico!”. Purtroppo esiste il problema del comportamento, dentro e fuori dal campo, di allenatori e di tecnici, persone che dovrebbero essere educatori ancor prima che allenatori, e costruire un modello di comportamento e di valori. Invece sappiamo che nello sport è molto diffusa l’abitudine a metodi aggressivi, alla mancanza di rispetto nei confronti delle ragazzine e dei ragazzini, c’è un esercizio di potere molto forte nel rapporto tra l’allenatore e la squadra. Occorre porre tanta attenzione, perché tali forme di aggressività e prevaricazione sono introiettate e, in qualche modo, riproposte in età adulta da chi li subisce, se non si hanno strumenti forti per contrastarle.

La ragazza che ha subito il ceffone sulla testa ha scritto in un post: “Vi prego, non pensiate che questo allenatore è violento, mi allena da quando ero bambina, mi ha fatto amare il basket”.

Questo è un sintomo molto preoccupante di assuefazione alla prevaricazione, soprattutto nelle ragazzine e nelle atlete, che temono qualche rivalsa negativa rispetto a un’obiezione a questo modo di comportarsi da parte degli allenatori.

Nei campi di calcio e di basket ci sono tanti atteggiamenti sbagliati riguardo all’aggressività e alla mortificazione del giovane e della giovane sportiva. Credo che su questo ci sia tanto lavoro da fare e, soprattutto, tante denunce da fare, perché purtroppo spesso la passività rispetto a tali atteggiamenti crea un meccanismo di accettazione e tutto diventa plausibile.

Penso che chi come voi ha esperienza anche di insegnamento e di partecipazione alla crescita sana di questi ragazzi e ragazze, su questo debba essere intransigente.

Laura Cima, eco-femminista, ex- Commissaria e Consigliera di Parità

Vi ringrazio per avermi invitata e per questo libro che ho letto con estrema attenzione perché non affronta in termini generali il tema dello sport, per quanto riguarda la partecipazione femminile. Si tratta di un libro eccezionale con le testimoniane e i fatti concreti, gli aspetti delle discriminazioni, il linguaggio, le presentazioni che sono state fatte, spiegate e raccontate in modo molto dettagliato e preciso. Dovrebbe essere studiato nelle scuole, per una educazione fisica e sportiva seria, oltre che usato nella formazione specifica degli Enti sportivi.

Il problema è: che facciamo in questa situazione di stallo e di difficoltà generale che le donne stanno vivendo nel nostro paese non solo nello sport? Intanto le atlete, pur lavorando in queste condizioni difficili che conosciamo e che il libro documenta, hanno una passione sportiva talmente grande e sono così brave che non si arrendono, ma anzi vincono in tutte le discipline molto più dei loro colleghi maschi. Ai mondiali di calcio si sono qualificate mentre la nazionale maschile è rimasta fuori per due volte consecutive. E oggi non sono più dilettanti ma professioniste. La stessa situazione si sta verificando anche in altri sport dove le donne primeggiano ma il loro professionismo non è riconosciuto.  E i divari di ricompense e di finanziamento continuano vergognosamente mentre negli Stati Uniti hanno ottenuto la parità.

 Oggi ho fatto un webinar per un progetto con l’Europa per promuovere l’ecofemminismo e contrastare le discriminazioni non solo nello sport, progetto triennale finanziato con il Pnrr. Non ne conosco uno simile per le donne nello sport. Come facciamo ad organizzarci oggi, con tutti i problemi che abbiamo tutte dopo gli anni di pandemia, di maggiore povertà, di avere un ruolo riconosciuto, la difficoltà di incontrarci e l’emarginazione che soffriamo in ogni aspetto della società e della politica?. Le consigliere di parità nazionali e la rete che si articola a livello locale sono l’unico strumento che ci è rimasto. Quanti organismi PO sono stati cancellati per toglierci il potere di intervenire? Nella commissione parità presso la presidenza del consiglio avevamo finanziamenti e possibilità di intervenire con il governo direttamente. Anche con il Parlamento ci si relaziona con difficoltà, quasi non delibera più e non gli viene riconosciuta la funzione legislativa che dovrebbe costituzionalmente svolgere. I corpi intermedi non sono ascoltati e la partecipazione è sempre più limitata. Siamo in una situazione difficilissima. Per il cognome delle madri è la Corte costituzionale che ha denunciato un retaggio patriarcale come per lo sport, e finalmente grazie al presidente Amato e alle donne che ne fanno parte si porrà rimedio e si costringerà il parlamento ad approvare la legge che si aspetta da più di trenta anni. l’Italia è molto mediterranea rispetto al maschilismo imperante. Le donne del Nord sono premier e hanno una capacità di intervento autorevole anche in questa situazione di guerra. Vi ricordate il nostro dibattito frustrante in occasione della votazione per la presidenza della Repubblica e la presidenza del consiglio quando qualcuna ha dichiarato preventivamente che sarebbe stata finalmente l’ora che si eleggesse una donna? Siamo state utilizzate senza riuscire minimamente ad emergere né in Parlamento né nella società civile. Voglio essere molto concreta. Un po’ di anni fa con Loredana abbiamo portato avanti insieme alla Commissione parità e la rete delle consigliere di parità il progetto europeo con il Coni “Wild” che avrebbe dovuto essere continuato e dare frutti. Invece è stata una verniciata di femminismo che non ha cambiato nulla, anzi, ha giustificato che la situazione rimanesse invariata. O facciamo una azione forte con la presidenza del consiglio dei ministri e la riprendiamo anche con il Coni, a cui la riforma Spadafora lascia il potere, come alle sue federazioni, mentre i decreti attuativi non sono ancora entrati in vigore. Io sarei molto determinata in questa fase, chiamando in causa anche la Corte Costituzionale, perché altrimenti si sblocca ben poco. Nei paesi europei l’educazione fisica a scuola è molto più seria che da noi, comprende lo sport e indirizza. Se l’Europa è meglio di noi, dobbiamo assolutamente collegarci con la Commissione e con il Parlamento per prendere il meglio e imporlo anche da noi con il loro aiuto. Quanti soldi sono arrivati alle donne dello sport rispetto al Pnrr? In Europa ci sono codici precisi che abbiamo ottenuto anche con Noiretedonne che pongono la necessità di riconoscere i criteri di eguaglianza. Se non arrivano finanziamenti per garantire professionalità, inserimento, risorse, diritti come la maternità riconosciuta e la malattia, continua una discriminazione intollerabile.

Mi viene in mente che Valeria Valente ha pubblicato recentemente, dopo averla fatta approvare all’unanimità al Senato, l’indagine conoscitiva sulla violenza contro le donne che ha condotto con la Commissione che presiede. Credo che la dovremmo interpellare per aggiungere al documento le violenze che vengono agite sulle donne nello sport, non solo lo schiaffone alla diciassettenne, ma molestie, abusi e stupri veri e propri. Questo è il loro modo di educare alla cultura patriarcale, in un sistema sportivo, di cui parliamo stasera, che fa comodo agli uomini.

Comunicare in rete oggi è la norma ma se si mette il corpo al centro dei rapporti, come succede necessariamente nello sport, le donne si riprendono potere. Non permettiamo più di nascondere il modo di sopraffare le ragazze dalla scuola allo sport. Pensate le conseguenze di un anno di lockdown e formazione a distanza. Questi mesi di guerra e escalation militare che i giovani hanno subito e di cui portano le conseguenze anche nella violenza diffusa che riempie la cronaca. Lo sport femminile rivalutato rappresenta un grande aiuto di cui deve rendersi conto chi governa.

Silvia Lolli, insegnante di educazione fisica e sportiva, sociologa dello sport e co-autrice del libro “Donne e Sport”.

Descrivo brevemente le situazioni educative che si manifestano a scuola, ma prima accenno ad alcune riflessioni sul sistema sportivo complessivo, con osservazioni sul genere: possono essere educate moltissimo con una pratica fisica e sportiva più consapevole.

Le relatrici prima di me hanno affrontato temi di genere e per lo sport. Si è fatto riferimento alla cultura dello sport, ma si è indicato soprattutto il sistema federale e la difficoltà a raggiungere il professionismo femminile; troverà applicazione soltanto fra qualche mese e grazie alla scelta della federazione Gioco Calcio (FIGC). Quindi solo per uno sport. Lo sguardo ampio su questo fenomeno sociale, soprattutto con l’idea del diritto allo sport per tutti, deve essere rivolto, culturalmente, agli aspetti educativi. Vuol dire analizzare altri elementi del fenomeno sport, sistema sempre più complesso. Nel libro abbiamo trattato la donna e lo sport. Abbiamo studiato, ringrazio Gioia che mi ha fatto studiare ed approfondire questi temi rivivendo la mia vita e analizzando meglio gli aspetti sociologici. Sono due componenti della società che comprendono tanti elementi; metterli assieme vuol dire leggere una complessità enorme. Lo sport italiano fa i conti con la sua storica frammentarietà; infatti il suo modello è costituito da tante società sportive, per lo più monosportive; oggi la comparsa di nuove discipline federali ci mette di fronte ad un sistema ancora più frammentario e complicato da studiare. Un sistema per esempio che cerca ormai da anni gli atleti da allenare nelle culle e nonostante ciò la società è sempre più sedentaria ed i giochi di cortile, in cui ci si educa fra pari cioè senza l’adulto di riferimento, latitano.

La mia esperienza parte dallo sport ed arriva all’insegnamento dell’educazione fisica scolastica che è anche educazione sportiva. Ho insegnato per 40 anni questa materia. Oggi sono molto preoccupata per la revisione dell’art. 33 Cost. Si vuole inserire la parola sport e lo si fa nel primo articolo dedicato alla scuola, declinando il termine sport in: “attività sportiva …come educazione, prevenzione, promozione”. Inserire  questa definizione per lo sport cosa vorrà dire? Probabilmente si arriverà all’estinzione dell’insegnante EF (Educazione Fisica) e della sua cultura. Del resto già nel 2010 Andrea Ichino scrisse un articolo su “Il Sole 24 ore”: Educazione fisica? Bocciamola. In esso l’autore affermava che l’insegnante licenziato avrebbe dovuto mostrare le sue competenze nel mercato del lavoro sportivo. Inoltre lo Stato avrebbe risparmiato soldi che potevano diventare voucher per iscrivere i ragazzi alle società sportive. La Costituzione ha norme che definiscono principi, sono le leggi che devono applicarli. Vediamo che la legge di riforma dello sport (del 2019) attuata con i Decreti Legislativi nel 2021 viene in molte parti prorogata alla fine del 2023! Per il professionismo sono ancora le federazioni che decidono; nulla è cambiato dalla L. 91/81 sul professionismo sportivo, è inserita soltanto la novità del fondo di garanzia.

Educare vuol dire sviluppare la persona in ogni ambito, l’EF è l’unica a scuola che può sviluppare anche l’area fisico-corporea, oltre a quelle intellettiva, sociale e psicologica. Nella scuola è l’unica materia che può farlo; tutte le altre non incidono sull’aspetto fisico-motorio, cioè sul corpo. Nel libro siamo partite anche da qui come ha sottolineato nell’introduzione di stasera la Prof.ssa Stefania Scarponi. Quindi la materia scolastica, la sua cultura, la sua epistemologia, è importante; non può essere eliminata e neppure “colonizzata” da un sistema sportivo che non sa cosa vuol dire avere una classe mista in palestra. Insegnare per educare alle differenze non è l’obiettivo primario di questo sistema; infatti in genere i gruppi sportivi sono più facili da allenare rispetto ad una classe che contiene tantissime differenze. L’organizzazione sportiva tiene conto delle età e nelle gare (ma anche negli allenamenti per gli sport di squadra) c’è la distinzione fra maschile e femminile. L’insegnante con la sua cultura che è anche quella dei ginnasiarchi italiani della fine Ottocento primi Novecento, deve rispettare ed agire con lo sguardo alle differenze. Diceva Baumann nel 1910, il fondatore della SEF (Società Educazione Fisica) Virtus di Bologna, tutti, ma soprattutto tutte, devono avere le stesse proposte (oggi diremmo le pari opportunità) in palestra. Ognuno le praticherà con le sue capacità, quindi nel modo più facile per lui o per lei, in quel momento della sua maturazione biologica.

Deve rispettare le differenze di ognuno/a, che però sono differenze che si manifestano all’interno dello stesso genere; per esempio oggi le età sportive, sociali, oltre che quelle biologiche e cronologiche – vedi ripetenti- sono nelle classi miste molto diverse. L’insegnante deve tener conto di ciò; le sue competenze lo mettono in grado di poter modulare la lezione con l’attenzione necessaria a tutte queste differenze.

Così può sviluppare quella cultura di cui si parlava prima. In palestra è quella di saper rispettare nella pratica dei propri corpi che stanno imparando a gestire, per esempio in adolescenza, i notevoli cambiamenti psico-fisici, l’altra/o oltre all’ambiente e a se stessi.

E’ lo sviluppo sociale che la pratica dell’EF può valorizzare, cioè il rispetto per qualsiasi differenza che parte dal corpo.

Mariapaola Galasso, cardiologa, dirigente sportiva, ex- cestista

Il mio contributo per favorire la pratica sportiva femminile è molto concreto, direi operativo.

Da bambina dicevano che ero un “maschiaccio”, perché mi piaceva giocare a calcio, a quei tempi era ancora molto difficile poterlo praticare, gli stereotipi erano molto rigidi, per cui ho iniziato a giocare a basket. Fortunatamente la mia famiglia ha assecondato le mie inclinazioni  e  ho sempre vissuto lo sport, in seguito anche il calcio, con un gran senso di libertà senza dare peso al contesto che a volte poteva non essere favorevole. Dopo molti anni quando ho avuto l’occasione ho fondato una società che è partita dal settore femminile proprio per dare la possibilità a tutte le ragazze, come ero stata io, di poter giocare essendo rispettate. Le ho aiutate, assieme alla dirigenza della società, a realizzare i loro sogni

Quali sono le difficoltà? Dal mio osservatorio, sicuramente non completo, mi par di poter dire c’è lo sport femminile di alto livello, che non sembra aver problemi di visibilità ed economici, c’è quello ricreazionale che non ha bisogno di tante risorse ed è in crescita continua. Il problema riguarda il medio livello, quello numericamente più diffuso e  ritengo altamente formativo per le ragazze. L’aver affrontato un percorso sportivo  sviluppa autostima e carattere, utili nel tempo ad affrontare con decisione le difficoltà che si possono incontrare. Vedo come nelle bambine è determinante la situazione economica delle famiglie, spesso impossibilitate a sostenere dei costi o al loro livello culturale inteso come capacità di riconoscere l’importanza dello sport nel processo formativo. Quando poi diventano atlete sono ragazze che studiano, lavorano e spesso sono costrette ad un precoce abbandono  perché non riescono a conciliare i diversi impegni.

Il Covid ha creato ulteriori problematiche, nuove difficoltà relazionali e fragilità sono esplose: incontro per esempio grossissimi problemi di anoressia nelle ragazze, legati alle immagini che la società offre delle donne.

Servono risorse per sostenere le società sportive,  imprenditrici che puntino a valorizzare lo sport femminile. Esiste è vero il problema del professionismo ma oggi, in assenza di sostegni e di una politica sportiva in tal senso credo che, per esempio nel basket, poche sono le società che possono permetterselo.

Servono risorse anche per aspetti che sembrano marginali invece non lo sono, cioè il sostegno dal punto di vista psicologico, educativo, nutrizionale, che aiutano le società sportive a sopravvivere.

Non è facile creare condizioni di pari opportunità, rispetto, educazione, cercando di far crescere ragazze e ragazzi, perché siamo soli di fronte a tutte le problematiche esplose in questo periodo.

Avrei bisogno del sostegno di chi è più nella “stanza dei bottoni” di me. Il discorso del PNRR è la chiave di volta di tutto: è possibile che non ci siano risorse per lo sport femminile da usare adeguatamente?

Riguardo alla questione delle molestie, fortunatamente non ho mai avuto problemi, anche da giovane, avendo avuto una formazione familiare che mi ha preservata: se mi criticavano perché giocavo a calcio questo non mi ha mai disturbato.

Quando parlavo prima del sostegno psicologico, educativo mi riferivo proprio a questo.

Le persone che allenano spesso, come sottolineava la prof. Lolli, hanno frequentato magari solo dei corsi per lo sport e non tutto il percorso formativo di Scienze Motorie o Isef.

Bisogna “ formare “ la società sportiva in toto, allenatori, dirigenti atleti e servono percorsi dedicati. 

Qualcuno potrebbe “migliorare” se avesse degli strumenti per farlo, se fosse messo in condizione di avere delle esperienze, in cui si possono rivedere alcuni comportamenti Anch’io ho letto l’articolo sulla violenza nel campo di basket e Petrucci è stato abbastanza netto su questo.

Vorrei concludere con un paio di considerazioni mediche riallacciandomi al fatto che solo nel 1984 alle Olimpiadi le donne hanno potuto correre la maratona visto che si riteneva il loro cuore inadeguato. Al di là del fatto, noto a tutti, della maggior longevità del “ sesso debole” pur in assenza di studi di grande numerosità, dato che sono solitamente condotti solo su uomini, i dati attualmente in nostro possesso evidenziano che il cuore delle donne che svolgono attività sportiva si modifica dilatandosi, cioè possiamo dire è più elastico, mentre il cuore di atleti maschi tende maggiormente ad ipertrofizzarsi diventando più rigido. Diciamo che non è una cosa che ci stupisce!

La morte improvvisa degli atleti, di cui mi sto occupando, è trenta volte più bassa nelle donne che negli uomini.

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