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Morbo di Crohn e rettocolite ulcerosa causano carenza di ferro

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Carenza di ferro nei pazienti con malattia infiammatoria intestinale

22/06/2022 10:56

Si stima che nel mondo fino al 90% dei soggetti con malattie infiammatorie croniche (p. es., insufficienza cardiaca cronica, malattia renale cronica, tumori e malattie infiammatorie intestinali) è interessato da carenza di ferro (ID).[1]

La causa potrebbe essere attribuita ad una disregolazione dell’omeostasi dell’oligoelemento dovuta all’alta concentrazione delle citochine infiammatorie, si parla in tal caso di ID funzionale.1 Può anche verificarsi un deficit nell’assunzione o nell’assorbimento o un’emorragia cronica, che portano ad una riduzione delle riserve di ferro in tutto il corpo, in tal caso si parla di ID assoluta. Nelle malattie infiammatorie croniche, questi due tipi di ID  sono spesso associati.[1]

Nei pazienti con malattie infiammatorie intestinali (IBD), come il morbo di Crohn (MC) e la colite ulcerosa (CU),  l’ID è stata riscontrata nel 75% dei casi, eppure, nonostante l’alta prevalenza, risulta essere ancora una patologia sottodiagnosticata.2 Questo a causa dei criteri diagnostici che sono stati spesso controversi. Infatti, anche utilizzando le linee guida dell’Organizzazione europea per il morbo di Crohn e la colite (ECCO) per la diagnosi di ID [valori di ferritinemia ≤ 100 μg/L in pazienti con uno stato infiammatorio in atto (proteina C-reattiva (CRP) ≥ 5 mg/L) o ferritinemia < 30 μg/L in assenza di infiammazione] questa risultava spesso sottostimata.[1]

Lo studio CARENFER progettato da Biroulet e collaboratori, uno studio prospettico, multicentrico, trasversale si è proposto di valutare in base ai valori di ferro sierico, ferritina, saturazione della transferrina (TSAT) e emoglobina (Hb) l’omeostasi del ferro nei pazienti con IBD.[2]

Tra gennaio e marzo 2020 sono stati raccolti i dati di 1036 pazienti di 21 dipartimenti di gastroenterologia della Francia. Erano per il 52,1% donne, con un’età media di 41,8 ± 15,5 anni, i due terzi dei pazienti con  MC (685, 66,1%) e un terzo con  CU (351, 33,9%). Circa la metà dei pazienti (504, 51,1%) era in remissione della malattia al momento dell’arruolamento. Una piccola percentuale presentava la forma lieve (294, 29,8%) o moderata (139, 14,1%) e una minima parte la forma grave (50, 5,1%).[2]

Quasi tutti i pazienti (972, 93,8%) erano in trattamento per l’IBD, inclusi agenti anti-TNF, immunosoppressori, vedolizumab, 5-ASA, steroidi o altro.[2]

Per la diagnosi di ID è stata considerata una ferritinemia ≤ 100 μg/L in pazienti con uno stato infiammatorio in atto (proteina C-reattiva (CRP) ≥ 5 mg/L) o ferritinemia < 30 μg/L in assenza di infiammazione.[2] É stato monitorato anche il ferro sierico,  TSAT e  Hb, parametri importanti per distinguere la carenza di ferro funzionale da quella assoluta e per valutare la presenza o meno di anemia.[2]

L’anemia è stata riscontrata in 149/1013 pazienti (14,7%): in forma lieve nella maggior parte dei soggetti (134/149, 89,9%) e moderata (14, 9,4%) e grave (1, 0,7%) in un numero limitato di persone. La carenza di ferro si è verificata in un quarto dei pazienti (97/409, 23,7% CI 95% 19,8–28,1), l’ID assoluta è stata riscontrata in 261 pazienti (26,5%, IC 95% 23,9–29,4), mentre l’ID funzionale era in un gruppo più piccolo (139, IC 13,9% 95% 11,9–16,2). In base a questi risultati sono state considerate le diverse caratteristiche di base dei pazienti per identificare i fattori di rischio per la carenza di ferro. É stato osservato che i pazienti con una forma moderata o grave di IBD o anemia concomitante avevano una maggiore probabilità di avere l’ ID.[2]

Interessante notare, nello studio, per la diagnosi di ID, quando venivano utilizzate le definizioni delle diverse società mediche, la prevalenza di ID era del 23,7% nei pazienti con IBD, mentre quando è stata utilizzata come definizione di ID la combinazione di una concentrazione di ferritina <100 μg/L e/o un TSAT < 20%, le stime di prevalenza dell’ID per i pazienti IBD sono aumentate al 61.2%.[1]

Lo screening per l’ID basato sulla concentrazione di ferritina e TSAT, indipendentemente dalla concentrazione di CRP, faciliterebbe la diagnosi nella pratica clinica. Infatti molto spesso i valori di CRP possono essere falsati a seconda che venga misurata o meno la CRP ultrasensibile. Fermo restando che per il trattamento dell’ID, il valore di CRP è fondamentale, in quanto indica lo stato infiammatorio in atto e quindi permette di valutare la terapia più efficace.[1]

Nelle IBD il dolore addominale e la diarrea non sono gli unici sintomi riferiti, piuttosto di frequente si sente parlare anche di fatica e spossatezza, spesso trascurati perchè associati alla malattia cronica sottostante. Queste manifestazioni, invece, sono le stesse che si ritrovano nei pazienti con ID. E possono portare a compromissione delle funzioni fisiche e ad una ridotta qualità della vita, tanto più che se unite a condizioni infiammatorie croniche, come la IBD, possono aggravare le condizioni cliniche sottostanti, causando una più rapida degenerazione della malattia.[1] A tal proposito, avere quindi un algoritmo, la combinazione ferritina + TSAT, che permette una diagnosi precoce di ID e quindi una normalizzazione dei biomarcatori correlati, con terapia mirata, potrà portare ad una  gestione migliore dei pazienti con IBD e  al raggiungimento di migliori risultati.[3]

Bibliografia

  1. Cacoub et al., Towards a Common Definition for the Diagnosis of Iron Deficiency in     Chronic Inflammatory Diseases. Nutrient2022 Feb 28;14(5):1039. doi: 10.3390/nu14051039
  2. Biroulet et al., Iron Deficiency in Patients with Inflammatory Bowel Diseases: A Prospective Multicenter Cross‑Sectional Study. Dig Dis Sci 2022 Apr 6. doi: 10.1007/s10620-022-07474-z. Online ahead of print.
  3. Cacoub et al.,  Iron deficiency screening is a key issue in chronic inflammatory diseases: A call to action. J Intern Med 2022 Apr 24. doi: 10.1111/joim.13503. Online ahead of print.
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