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Piero Angela, divulgatore di Scienza

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In ricordo di Piero Angela: “La scienza può essere pop”

In ricordo di Piero Angela, il più autorevole e amato divulgatore scientifico del nostro paese, scomparso il 13 agosto, ripubblichiamo una sua conversazione con Telmo Pievani apparsa su MicroMega.

Piero Angela è morto: a dare la notizia è stato il figlio Alberto con un semplice “Buon viaggio papà”.

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Poco dopo sui canali social di Superquark è stata pubblicata la lettera d’addio, firmata Piero Angela.

Cari amici, mi spiace non essere più con voi dopo 70 anni assieme. Ma anche la natura ha i suoi ritmi. Sono stati anni per me molto stimolanti che mi hanno portato a conoscere il mondo e la natura umana.
Soprattutto ho avuto la fortuna di conoscere gente che mi ha aiutato a realizzare quello che ogni uomo vorrebbe scoprire. Grazie alla scienza e a un metodo che permette di affrontare i problemi in modo razionale ma al tempo stesso umano.
Malgrado una lunga malattia sono riuscito a portare a termine tutte le mie trasmissioni e i miei progetti (persino una piccola soddisfazione: un disco di jazz al pianoforte…). Ma anche, sedici puntate dedicate alla scuola sui problemi dell’ambiente e dell’energia.
È stata un’avventura straordinaria, vissuta intensamente e resa possibile grazie alla collaborazione di un grande gruppo di autori, collaboratori, tecnici e scienziati.
A mia volta, ho cercato di raccontare quello che ho imparato.
Carissimi tutti, penso di aver fatto la mia parte. Cercate di fare anche voi la vostra per questo nostro difficile Paese.
Un grande abbraccio
Piero Angela

Per ricordarlo, MicroMega ha deciso di pubblicare una sua conversazione con Telmo Pievani apparsa su MicroMega 2/2020:

La scienza può essere pop
Ha portato la scienza nelle case di tutto il paese rendendo appassionante ciò che sui banchi di scuola ci faceva forse sonnecchiare. Nel corso della sua lunghissima carriera ci ha raccontato il progetto Apollo e lo sbarco sulla Luna, ci ha spiegato i meccanismi dell’apprendimento, ci ha messo in guardia – già negli anni Settanta – sulla questione ambientale e il clima che cambia. Pubblichiamo la conversazione tra Piero Angela, il più autorevole e amato divulgatore scientifico del nostro paese, e Telmo Pievani apparsa su MicroMega 2/2020.

Per parlare con te di comunicazione della scienza partirei da una notizia di attualità, dal coronavirus. A me, come evoluzionista, fa impressione che un organismo semplice come un virus a RNA sia capace di mettere così in crisi le nostre società, provocando anche un danno economico enorme. Ma a te volevo chiedere che cosa pensi del modo in cui se ne parla. Secondo te c’è troppo allarmismo?
È una domanda che mi sono posto anch’io. C’è sicuramente un certo allarmismo, ma i virus, lo sappiamo, sono organismi a metà strada tra il vivente e il non vivente con un’efficienza enorme nell’attaccare le nostre cellule e distruggerle. E, se non abbiamo dei vaccini per prevenire e curare, le conseguenze possono essere molto gravi. Non dimentichiamo che in passato ci sono state epidemie che hanno ucciso milioni di persone, l’ultima delle quali nel primo dopoguerra. Ricordo che mia madre me lo raccontava, si era presa la cosiddetta spagnola, che in Europa fece una strage. E altri microrganismi hanno provocato in certi periodi epidemie terribili, non solo la peste del Manzoni. Oggi siamo più attrezzati, però, rispetto al contagio, la difficoltà è che viviamo in una società che si muove molto. Una volta la gente stava nel proprio villaggio, era più facile circoscrivere un’infezione. Adesso, con gli aerei in cui viaggiano in continuazione milioni di persone in tutto il mondo, non si può più controllare la diffusione dei virus, quindi è meglio essere prudenti e prendere tutte le precauzioni possibili.

Possiamo dire che noi umani siamo un veicolo perfetto per i virus. Poi ci mettiamo anche del nostro: basti pensare al mercato che c’era a Wuhan, con tutti quegli animali, vivi e morti, sangue dappertutto… Sono condizioni di scarsa igiene che favoriscono il salto di specie di questi virus, no?
Certamente. Ma ci sono cose difficili da monitorare su scala mondiale, perché situazioni come queste esistono un po’ dappertutto. Questo virus sembra si trasmetta come una specie di polmonite, di infezione delle vie respiratorie, quindi non è come l’Aids, che richiede un contatto molto ravvicinato che rende il contagio difficile. Anche in questo caso le autorità sanitarie dicono che il contagio non è poi così semplice, però l’Aids se lo conosci lo eviti, mentre questo virus no, perché se, per esempio, sei su un aereo in cui tutti respirano la stessa aria per dieci ore, non è che puoi sottrarti.
Quindi bisogna stare molto attenti. E però è necessario anche evitare le psicosi, perché i danni economici possono essere giganteschi. Si potrebbe pensare che tutto ciò sia esagerato, ma si può dirlo solo con il senno di poi. E col senno di poi ci si può anche pentire di non aver preso tutte le precauzioni possibili.

Passo ai temi ambientali. L’altro giorno stavo ripercorrendo sul web la storia delle puntate di Quark e ho visto un dato che mi ha colpito. Tu, già nei primi anni Ottanta, facevi trasmissioni sul clima. Ne ho viste sugli oceani, sui ghiacciai, sul clima che cambia. Ne parlavi già 40 anni fa. Sono tanti. Che impressione ti fa il fatto che questo tema sia ancora davanti a noi e che se ne parli praticamente negli stessi termini di allora?

Io ne parlavo non 40, ma già 50 anni fa! Negli anni Settanta, quando uscì il famoso rapporto I limiti dello sviluppo commissionato al Mit di Boston dal Club di Roma 1, mi interessai subito alla questione, perché pensai: o è tutto vero e bisogna pensare a un cambiamento totale; o non è vero e allora bisogna capire qual è la parte da sfrondare e quale la parte che ha una logica. Andai quindi a parlare con Aurelio Peccei, il fondatore del Club di Roma, con il quale mi incontrai poi tantissime volte. Con lui andai, nel 1972-73, ad Algeri, per la conferenza «Reshaping the International Order», e, nel 1975, a Salisburgo, dove Peccei riuscì a riunire attorno a queste problematiche undici capi di Stato e di governo. Realizzai allora una serie di programmi televisivi su questi temi: Dove va il mondo, in cinque puntate; poi Nel buio degli anni luce, in otto puntate; e un libro, La vasca di Archimede, in cui spiegavo proprio come non ci sia un’azione che non abbia ripercussioni da qualche altra parte. Un corpo immerso in un fluido riceve una spinta dal basso verso l’alto pari al peso del liquido spostato, ma questo è vero anche nell’economia, nella tecnologia, persino nel comportamento umano. Negli anni Settanta non mi occupai quasi d’altro, nel disinteresse generale. Con l’eccezione del Wwf: con Gianfranco Bologna facemmo tante cose insieme. E poi ho continuato negli anni Ottanta, anche in collaborazione con Umberto Colombo, ministro dell’Università e della Ricerca scientifica e tecnologica, presidente dell’Enea e a un certo punto persino dell’Eni, da cui poi diede le dimissioni per ragioni morali perché non accettava la presenza di un certo personaggio nel consiglio di amministrazione. Pensa che persona: rinunciare alla presidenza dell’Eni, una potenza. Eravamo molto amici e con lui ho fatto molte cose. Faceva parte anche lui del Club di Roma, era molto amico di Peccei e infatti ci trovavamo spesso tutti insieme. Con lui, nel 1986, organizzammo a Torino, con l’appoggio della Compagnia di San Paolo, quello che credo sia stato il primo convegno mondiale sull’atmosfera, spiegando quanto stava accadendo, con un programma di due ore in prima serata su Rai 1 in diretta dal Palazzetto dello Sport. E poi due anni dopo un altro convegno mondiale sugli oceani. Quindi mi viene da ridere quando si pensa a Greta Thunberg come alla prima che ha lanciato l’allarme sul clima. Io dico spesso che la prima Greta Thunberg aveva i baffi e si chiamava Aurelio Peccei.

Però Greta Thunberg ti dà ragione, perché dice che i politici e l’opinione pubblica non ascoltano quanto la scienza sta dicendo da decenni. Dove sta il problema: nella scienza che non riesce a spiegarsi o nelle classi politiche che hanno altre priorità, ben più miopi?

La seconda. Ricordo che in quella riunione di Salisburgo del 1975 in cui erano presenti undici capi di Stato e di governo, per discutere di quelli che venivano chiamati allora i macro-problemi, chiesi a Peccei: «Ma qualcuno ti ha poi detto qualcosa?». E lui mi rispose: «Sì, uno è venuto a trovarmi dopo il convegno e mi ha detto che era d’accordo con me, ma che se avesse realizzato nel suo paese quanto dicevo, sarebbe uscito dalla politica nel giro di tre mesi». Oggi è un po’ diverso perché tutti sventolano la bandiera dell’economia circolare, dell’economia verde, benché realizzarle sia tutta un’altra cosa. C’è chi sottoscrive questi impegni e poi non fa nulla. Gli americani, prima di Donald Trump, dicevano lo stesso: ci accusate di non sottoscrivere questi impegni, ma il fatto è che voi li sottoscrivete e poi non li rispettate; invece se noi ci impegniamo poi le cose le facciamo. È facile dire «abbiamo raggiunto un accordo» e poi non fare niente. O fare poco.

Tu hai scritto un libro molto particolare, che si intitola A cosa serve la politica 2, in cui provi a offrire della politica un’interpretazione anche scientifica. Per me è evidente che nella politica italiana, e non solo, ci sia uno scollamento totale rispetto ai dati scientifici, nel senso che il dibattito pubblico è pressoché indipendente dalle evidenze e dai fatti. Ormai contano solo le capacità di comunicazione, il marketing e le emozioni del momento. Cosa ne pensi?

Penso che ci sia una distorsione nella percezione del ruolo della politica. Faccio un esempio. Sono stato corrispondente da Parigi per tanti anni. Nel 1956, durante la campagna elettorale in vista delle elezioni politiche generali, sentii un discorso del segretario del Partito socialista francese Guy Mollet, una persona molto per bene, anche simpatica. Diceva: nel 1905, quando sono nato, in Francia c’era un reddito medio molto basso, la vita costava tanto, si lavorava molte ore eccetera. Con le lotte che noi abbiamo portato avanti in tutti questi anni, oggi abbiamo un salario migliore, si vive più a lungo, si mangia meglio, ci sono gli ospedali, tutti vanno a scuola e via dicendo. Quindi votate per noi.

Era un discorso apparentemente logico, ma mi rendevo conto già allora che si trattava di una verità parziale. È vero che poi è l’interazione delle forze sociali a portare i cambiamenti, ma se non hai la disponibilità di quella che io chiamo la tecno-energia (l’energia è una tecnologia, non è una risorsa, è un’invenzione) non vai da nessuna parte. Devi avere tecno-energia, educazione e informazione, che sono a loro volta il risultato della tecno-energia. Ed è un pacchetto che non dipende da una rivendicazione sindacale o politica. È da duemila anni che la gente avrebbe voluto lavorare di meno, mangiare di più, andare a scuola, divertirsi, essere curata. E perché non lo ha fatto? La stessa democrazia non è mai davvero esistita, e perché? Perché se non hai l’efficienza produttiva non puoi fare niente. E l’efficienza produttiva deriva dall’innovazione tecnologica applicata all’economia. Questo è un po’ il senso del libro, che io continuo a ritenere attuale.

In Italia in questo siamo molto deboli. I nostri scienziati si fanno valere nella competizione internazionale ai massimi livelli in tutti i campi più avanzati. Dagli investimenti in ricerca e sviluppo potremmo avere un ritorno economico notevole. E invece restiamo tra i paesi che finanziano di meno l’istruzione e la ricerca. Perché le nostre classi dirigenti perseverano nel non volerlo capire?

Perché la scienza non porta voti. La politica, come anche l’opinione pubblica, è fortemente motivata sul presente e sulla distribuzione di ricchezza più che sulla creazione di ricchezza grazie a innovazione ed educazione. Quello che è più grave è che anche la cultura è drammaticamente assente su questo fronte. Eppure è soprattutto questo divario che fa la differenza tra paesi poveri e paesi avanzati. La politica è importante per guidare lo sviluppo, ridistribuire ciò che viene prodotto, portare avanti progetti e obiettivi, ma non è in grado da sola di creare società sviluppate. Infatti, per millenni, sotto qualunque regime politico la gente è rimasta povera, analfabeta, con una vita breve e grama, senza possibilità di curarsi. Solo quando le ruote hanno cominciato a girare nei campi, nelle officine, ovunque, tutto è improvvisamente cambiato. Anche la democrazia è frutto di questo processo. Oggi i paesi più avanzati sono quelli in cui c’è più impegno in innovazione ed educazione. Com’è possibile che un paese «intelligente» come l’Italia abbia i più bassi indici di rendimento scolastico? La scuola dovrebbe essere in cima ai nostri pensieri più che le elezioni in Calabria o in Emilia Romagna. E anche la qualità degli insegnanti (e dell’insegnamento). Un genitore consegna alla scuola ciò che ha di più prezioso, il cervello del proprio figlio e quando lo va a ritirare scopre che i test internazionali lo collocano al più basso livello in Europa non solo in matematica ma anche nella comprensione di un testo! È vero, le situazioni sono diverse nel paese, a macchia di leopardo, ma sono poi le medie a contare e questo non aiuta il paese a correre alla velocità dei suoi competitori.

Tu hai raccontato all’Italia il progetto Apollo, un momento in cui la politica, in quel caso nordamericana, fece un grande e lungimirante investimento, durato tanti anni, con tre presidenti diversi, per arrivare a un risultato condiviso. Secondo te ci vorrebbe un altro progetto Apollo, per esempio riguardo al cervello o al Dna? Cosa pensi del finanziamento alla ricerca?

È una bella domanda, questa. Io ho seguito l’Apollo 7, 8, 9, 10, 11 e 12. All’epoca, lo sappiamo, non è che agli americani importasse soltanto di andare sulla Luna. Sì, questo aspetto romantico era presente, ma ciò che interessava loro era soprattutto vincere la gara con l’Unione Sovietica in piena guerra fredda. C’era in ballo l’amor proprio, ma soprattutto c’erano in gioco questioni militari. Il progetto Apollo era la parte visibile di un progetto militare, perché il dominio dello spazio era strategicamente fondamentale in quel periodo. E poi c’era la gara «sportiva». Tra l’altro fu un progetto che non costò tantissimo: era una spesa sopportabile per un’economia tanto ricca. E c’era la motivazione, questa è la cosa importante. Adesso la motivazione per un progetto equivalente potrebbe essere proprio quella ambientale. Perché, se ci si rendesse davvero conto dei rischi che si stanno correndo, potrebbe darsi un impegno forte come quello profuso allora per arrivare sulla Luna. Purtroppo questa consapevolezza non c’è e anche per una ragione psicologica: noi siamo stati abituati, sia geneticamente sia culturalmente, a reagire alle cose che abbiamo davanti e non ai pericoli futuri.

Infatti, è proprio così. Molti studi recenti mostrano che la nostra mente fa fatica a comprendere davvero e a interiorizzare problemi complessi, non lineari, molto ampi nello spazio e nel tempo, come il riscaldamento climatico. Sta succedendo, lo vediamo in tv, ci dicono quali sono i dati, ma non ci crediamo per davvero. Siamo dentro una sorta di trappola cognitiva che ci paralizza. Ci mancano la lungimiranza e l’immaginazione necessarie, senza contare gli egoismi e le ritrosie a cambiare i modelli di sviluppo e di consumo, le abitudini quotidiane.

La distinzione tra l’uomo e l’animale è proprio data dal fatto che l’uomo immagina il futuro, l’animale no. Noi riusciamo a mettere insieme pezzi di memorie per simulare situazioni non ancora presenti, ma probabili o possibili in virtù di certe congiunzioni di elementi, di fattori, soprattutto in base all’esperienza storica che conserviamo anche attraverso la cultura. Ma ciò funziona per le persone colte, mentre per le persone normali funziona molto meno e con meno attenzione. Anche perché il presente preme e il presente vuol dire farsi bastare lo stipendio, pagare le bollette, affrontare le spese sanitarie, garantire assistenza a chi ha bisogno. La politica è fatta di venti voci, quelle dei ministeri: la Sanità, la Difesa, l’Agricoltura eccetera. Adesso è emersa la questione dell’ambiente, ma chi deve occuparsene ha pochi soldi, poco prestigio e dice cose che poi nessuno fa. L’interesse per l’ambiente è aumentato perché se ne parla tanto, perché per fortuna c’è Greta Thunberg, e la speranza è che questa volta non si tratti solo di fuochi di paglia. Anche perché le nuove generazioni cominciano a percepire che la questione li riguarda. Chi nasce oggi se lo vivrà tutto il futuro che ci attende, io me ne occupo tanto anche se non mi riguarda, perché non sarà nei prossimi tre-quattro anni – il tempo che ancora mi rimane da vivere, se va bene – che le cose cambieranno. Me ne occupo da un punto di vista morale, anche solo pensando ai miei nipoti. Mi sembra così stupido non fare niente. Quando si discute di queste cose, io dico sempre: può anche darsi che non sia vero, o che sia vero solo in parte, ma voi superereste un camion in curva? Questa è la domanda che bisogna porsi. Anche solo per prudenza, è meglio se risparmiamo energia, tanto più che noi non ne abbiamo e quindi diventare perlomeno efficienti è comunque un buon affare.

Ma, come dicevo, le persone il futuro non lo vedono. Proprio in quel famoso rapporto del Club di Roma di cui parlavo prima c’era un grafico che sull’asse delle ascisse riportava il tempo (oggi, la prossima settimana, l’anno venturo eccetera) e su quello delle ordinate lo spazio (la mia famiglia, la città, la nazione, il mondo): in basso a sinistra – in corrispondenza di «io e la mia famiglia oggi» – c’erano moltissimi puntini, segno di interesse, in altro a destra – in corrispondenza di «il futuro dell’umanità» – ce n’erano invece pochissimi.

Ricordo una vignetta del disegnatore Jean-Jacques Sempé sull’Express in cui si vede una famigliola che fa un picnic la domenica in campagna. La radio trasmette le notizie: un incidente ferroviario in Olanda, un’inondazione in Bangladesh con 10 mila morti… Tra una notizia e l’altra, i membri della famiglia si scambiano frasi del tipo: «Mi passi il cetriolo?». Poi, a un certo punto, tutti si mettono ad ascoltare, attentissimi: è il momento dell’aggiornamento sul traffico per il rientro a Parigi.

Non resta che sperare nei «nativi climatici», cioè nella generazione che adesso va in piazza e che dovrà pagare il conto di scelte fatte da noi e da chi ci ha preceduto.

Ci disinteressiamo completamente degli altri, del futuro, è così, purtroppo, e i politici, anche quelli che sono motivati, devono tener conto del disinteresse reale nei confronti di tali questioni. L’interesse formale e di facciata è un’altra cosa.

Tu sei sempre riuscito a dialogare con un vasto pubblico. Si dice sempre che in Italia c’è una scarsa cultura scientifica ed è vero, naturalmente, i dati lo confermano. Però le tue trasmissioni hanno avuto ascolti altissimi, anche da parte dei giovani, e c’è un sacco di gente in Italia che va ai Festival della scienza, al Cicap Fest… 3. Qual è nel nostro paese la percezione reale della scienza, secondo te?

Intanto bisogna dire che in Italia, ma un po’ dappertutto, penso – forse qui più che altrove, non saprei dirlo – non si diffonde, almeno nella scuola, vera cultura scientifica. Si insegnano le scienze: matematica, chimica, biologia eccetera, ma non si insegna «la scienza». Ne consegue purtroppo un disinteresse e anche una difficoltà a capirla. Non si insegna il metodo, non si insegna l’etica, la pervasività, non si insegna l’epidemiologia, che secondo me è fondamentale per comprendere, perché spesso – e questo vale non solo per la scienza – si associano cose che di per sé non sono in un rapporto di causa ed effetto. Pensiamo alle malattie per esempio. Ricordo un cronista che, quando si era diffuso il panico per i trasmettitori dei cellulari, andava in giro a chiedere nelle case: qui avete avuto casi di cancro al cervello? O ancora, ricordo che quando ero a Torino, tanti anni fa, si era diffusa la notizia che lì c’erano più casi di tumore che a Bari. Si era pensato che fosse così perché Torino è una città industriale, mentre Bari una città di mare meno industrializzata. Poi venne fuori che semplicemente a Torino si tenevano i registri con i dati aggiornati dei casi di morte e a Bari no. Altro dato contro-intuitivo: nei paesi avanzati si muore maggiormente di tumore e di malattie cardiache. L’impressione è che ciò sia dovuto all’inquinamento e allo stress. In realtà è il contrario: più una società è sana più si muore di tumore e malattie cardiache, perché sono malattie tipiche dell’età avanzata. E siccome di qualcosa bisogna pur morire… Allora, se tu non insegni a capire anche l’epidemiologia – in senso lato, non solo rispetto alle malattie – e ad associare correttamente le cose tra loro, a saper usare la statistica, non fornirai mai le basi per comprendere la scienza.

Ma allora quelli che seguono il Cicap Fest rappresentano la minoranza di pubblico che ha ricevuto un buon insegnamento scientifico? Ogni anno io ci vedo un pubblico bellissimo, appassionato, curioso. E molto giovane.

È vero, è un pubblico così giovane che reagisce così bene… Peccato però che questo Cicap sia così poco conosciuto in Italia. Quando si è trattato di dargli un nome abbiamo deciso, di comune accordo, di non inserire la parola «scettico», come si usa nei paesi anglosassoni per progetti simili, perché in italiano ha una connotazione negativa. Però sarebbe forse stato meglio chiamarlo in un altro modo: «Telefono azzurro», «Telefono rosa» sono immediatamente riconoscibili. Ma ormai è un po’ difficile cambiare nome…

Quali sono gli errori da non fare quando si racconta la scienza? Tu spesso sottolinei le differenze tra scienza e tecnologia.

La scienza appare normalmente o come fonte di meraviglia o come fattore distruttivo: bomba atomica, centrali nucleari, oppure, appunto, la conquista della Luna. E sempre confondendo scienza e tecnologia. In realtà, la scienza è scoperta, lo scienziato scopre: Einstein ha scoperto la relatività, non l’ha mica inventata lui, e così Newton con la legge di gravità. E lo stesso vale per la scoperta dei batteri, che già esistevano. Lo scienziato scopre, porta conoscenza e la conoscenza non può far paura. Se Alessandro Volta scopre l’elettricità con la pila, non gli si può poi attribuire la colpa della sedia elettrica. È la tecnologia che inventa, cioè che fa cose che non esistevano in natura. La ruota non è mai esistita in natura e tantomeno una motocicletta, così come un televisore. Il tecnico inventa, non scopre. Se cominci a capire che la scienza è scoperta e la tecnologia invenzione –  anche un farmaco è un’invenzione – allora anche le responsabilità sono più chiare. Anche perché solitamente, tranne alcuni casi, l’inventore non ha i mezzi per sviluppare le cose che ha inventato, ci vogliono dei capitali, un’industria, grandi aziende multinazionali, o anche piccole aziende a sviluppo rapido. E quando queste cose arrivano sul mercato, l’economia le utilizza e la politica dovrebbe poi regolarle e guidarle.

In America c’era un comitato per il controllo tecnologico, non so se esista ancora: si chiamava Committee for Technological Assessment ed esaminava leggi o iniziative che poi sarebbero dovute passare attraverso il Congresso, per valutare eventuali danni di tipo ambientale o di altro tipo. Questa Commissione per esempio non diede l’autorizzazione alla costruzione dell’aereo supersonico americano che avrebbe dovuto competere con il Concorde, con la motivazione che avrebbe inquinato gli strati alti dell’atmosfera. Probabilmente poi non lo avrebbero costruito comunque, ma ricordo che all’epoca mancò l’autorizzazione. Si potrebbero, allora, avere comitati in grado di indicare ai politici le cose che non possono fare o che, al contrario, sarebbe urgente che facessero. Ma forse non servirebbe a niente, perché i politici se ne fregano delle commissioni, e quindi si torna al punto di partenza.

Quindi nel comunicare la scienza non basta raccontare le scoperte, cioè il risultato, il prodotto finale. Bisogna anche e soprattutto condividere il metodo, cioè la genesi, il processo intersoggettivo che ha portato a quel risultato.

Esatto, diffondere cultura scientifica nel paese è importante, offrendo queste chiavi di lettura. Il mio obiettivo non è solo quello di spiegare come funziona un razzo o un farmaco, ma di comunicare il senso di queste cose, di creare mentalità scientifica oltre che cultura scientifica, mentalità razionale nell’affrontare i problemi ponendosi le domande nel modo giusto e non in modo emotivo.

Purtroppo o per fortuna l’emotività è fondamentale nell’apprendimento e quindi, nel nostro caso, anche nell’attrarre spettatori. Io mi sono occupato molto di cervello, ho scritto tanti libri sull’apprendimento e una delle questioni che emerge è che, se tu non coinvolgi l’emotività, non riesci a creare memoria, perché non riesci ad accendere l’ippocampo, il sistema limbico, eccetera. Si tratta di un antico meccanismo di difesa in caso di pericolo, per scappare o rincorrere la preda. Queste situazioni emotive ti danno la motivazione per agire, ma anche la possibilità materiale, fisica, di far nascere nuovi rametti nella rete nervosa. Allora, quando tu trasmetti un contenuto devi suscitare emotività. E lo sappiamo bene. Perché il Festival di Sanremo ha ascolti così alti? Perché i romanzi d’amore funzionano meglio dei trattati di matematica? Perché nei giornali e nei telegiornali le notizie che contano e che interessano, che fanno audience, sono gli incidenti, le polemiche, gli accoltellamenti?

Questo vale per i giornali e per i telegiornali, con la differenza che il telegiornale ha una lettura verticale, per cui, se vuoi una notizia di sport, te lo devi vedere tutto, mentre nel giornale puoi girare le pagine, saltare la pubblicità senza neanche vederla e andare direttamente alla pagina che ti interessa. Così la lettura orizzontale del giornale permette anche di inserire un elzeviro, un articolo di fondo…

Quindi un approfondimento. In teoria anche sul web sarebbe possibile questa lettura orizzontale e a più livelli, ma mi pare che in questa fase stia prevalendo un’onda di ritorno di tribalismo digitale: comunicazioni veloci e frammentarie; tutti sempre pieni di certezze; tutti in cerca di conferme delle proprie credenze preconcette.

Certo, resta il fatto che sui giornali e anche in rete l’approfondimento non fa danni all’editore. Mentre al telegiornale, se uno inizia a fare un suo elzeviro, tu cambi canale. In questo senso la televisione è molto penalizzata nei confronti del giornale e della rete, anche se bisogna dire che la televisione, se la fai bene, attrae molti spettatori, mentre c’è gente che non ha mai letto in vita sua un articolo di fondo, andando subito alla cronaca o alla rubrica che interessa. Il problema, però, è che se tu scrivi un articolo di scienza, il giornale conserva comunque la sua tiratura, mentre in televisione rischi di perdere la prima serata e di finire in seconda, in terza, o addirittura di sparire, a seconda del pubblico che hai. Allora, riassumendo, bisogna trovare il modo di suscitare emotività nell’informazione scientifica, purché sia una emotività nobile. Di essere dalla parte della scienza e degli scienziati per i contenuti e dalla parte del pubblico per il linguaggio. Dove per linguaggio non si intendono soltanto le parole, un modo di esprimersi più semplice, più comprensibile, più chiaro, ma anche le immagini, il modo di comunicare. È come per certi conferenzieri: in alcuni casi c’è la ressa per entrare e in altri c’è la ressa per uscire.

Quali sono gli ingredienti per fare una buona divulgazione, che sia vincente anche negli ascolti?

Nei miei programmi, io uso filmati, film di azione, fiction, racconti che si muovono un po’ come un giallo, persino cartoni animati, tutte cose che divertono anche. Si tratta di un linguaggio accattivante che usa strumenti diversi. La storia, per esempio, non è sempre molto divertente, ma se c’è qualcuno come Alessandro Barbero a raccontarla, la gente resta incollata. È il modo di raccontare a far sì che quelle cose che, come si diceva una volta a scuola, entrano da un orecchio ed escono dall’altro si fermino a metà strada!

Ormai gran parte dell’informazione si sta trasferendo sul web e anche la televisione deve rincorrere questo nuovo pubblico. Nel nostro nuovo Superquark sul web (su RaiPlay), che si chiama Superquark più, abbiamo pensato di inserire cinque nuovi giovani divulgatori: ragazzi che già avevano un loro blog e facevano divulgazione. Abbiamo già fatto dieci puntate e adesso ne faremo altre dieci e la logica è completamente diversa, perché non c’è più il problema dell’ascolto a un’ora determinata, chiunque può vederle a qualunque ora. Di questi cinque ragazzi, tre sono laureati in fisica e astrofisica, uno in chimica e uno in filosofia della scienza. Ci mancano biologi, naturalisti, ma per questo abbiamo i cinque di Quark, che lavorano anche per questo programma. Ci sono vari tipi di divulgatori. Ci sono i divulgatori che hanno una specializzazione, che si occupano solo di astronomia, o solo di medicina, e va bene. Ma se tu vuoi parlare a un largo pubblico, devi essere presente su tutto, come fanno i nostri autori. Se si guardano 100 puntate di Quark, con i relativi 600 servizi, si vedrà che ognuno ha fatto servizi su cose molto lontane dalla propria formazione. L’importante è conoscere le regole della scienza – se si ha una specializzazione è meglio – ed essere capaci di fare collegamenti, perché la scienza non è più una cosa a sé stante. Scienza e tecnologia entrano dappertutto, nell’ambiente, nell’economia, negli aspetti sociali, nella demografia e nei problemi assistenziali connessi. Hanno un impatto sulla società continuo e profondo, che non si può ignorare. Non si può solo spiegare come funziona la macchina da scrivere o il computer, si deve anche capire l’impatto che questi strumenti hanno sul mondo in cui viviamo, sull’evoluzione delle società. Quindi io vedo la divulgazione come qualcosa che amplia la comprensione dei problemi, perché alcune questioni sono ormai planetarie, come appunto i macroproblemi dell’ambiente.

Ma è vero che stai progettando una scuola per divulgatori?

No, non è vero. Certe volte mi attribuiscono cose che non esistono. Indirettamente, i giovani che abbiamo inserito, anche se sono già bravi, hanno l’occasione di arricchirsi, andando sul campo e facendo cose che magari prima non facevano, allargando lo sguardo e parlando non solo della propria scienza, della propria specialità. Ormai è tutto collegato, per questo un divulgatore deve capire un po’ di tutto e comprendere le connessioni.

Per chiudere torno a un tema più culturale e politico. A fine gennaio è uscito un rapporto Eurispes che riportava un dato scioccante sul nostro paese. Pare che il 15 per cento circa degli italiani abbia dei dubbi sul fatto che l’Olocausto sia davvero esistito. Nel 2004 erano meno del 3 per cento: da non crederci. Cosa sta succedendo? Cosa pensi del ritorno di queste forme di negazionismo?

Sai, è un po’ come sul web, dove c’è tanta gente che crede a qualsiasi cosa. Ancora oggi in America c’è una percentuale impressionante di persone che crede che gli americani non siano mai stati sulla Luna. Come pure c’è gente che non crede ai vaccini. C’è un po’ di tutto. Oltre alla disinformazione, qui forse subentra anche un fattore politico. L’ultima guerra è ancora una cosa fresca, io per esempio, quando è finita, avevo 17 anni. Se fossi stato un fervente fascista, forse tenderei ancora oggi, se non a negare, almeno a ridimensionare l’Olocausto. Anche se certo è un po’ difficile, dopo tutte le testimonianze che ci sono state. Probabilmente sono persone male informate. Bisognerebbe capire chi sono, che età e che tipo di formazione culturale hanno. Questo sarebbe interessante. Un dato così secco non dice niente riguardo alle ragioni. Quando i personaggi scompaiono dalla scena, può succedere che una generazione non sappia più chi è stato Hitler, è così che avviene se non leggi, e ci sono tanti giovani che non leggono niente. Quindi bisognerebbe capire chi sono queste persone.

Anche per intervenire adeguatamente.

Per fare un’informazione mirata.

(testo curato da Claudia Fanti)

1 D. H. Meadows, D. L. Meadows, J. Randers, W. W. Behrens III, The Limits to Growth. A Report for The Club Of Rome’s Project On The Predicament Of Mankind, Universe Books, New York 1972; tr. it. I limiti dello sviluppo. Rapporto del System Dynamics Group Massachusetts Institute of Technology (Mit) per il progetto del Club di Roma sui dilemmi dell’umanità, Mondadori, Milano 1972. Il libro, in inglese, è interamente disponibile al seguente link: bit.ly/2HPrsNj. Tutte le note sono redazionali.

2 P. Angela, A cosa serve la politica, Mondadori, Milano 2011.

3 Il festival dedicato alla scienza e alla curiosità promosso dal Cicap-Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze, fondato nel 1989 per iniziativa di Piero Angela e di un gruppo di scienziati, intellettuali e appassionati.

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