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Sulla spiaggio fra cielo e mare

  • di

di Fausto Anderlini*

Capita di potere osservare questo, in un pomeriggio di fine agosto benedetto dal sole. Su questo litorale anfibio, più lacuale che marino, così domestico e alla mano da risultare negletto come la vasca da bagno di una casa popolare.

Questo, cioè: che la vita sociale quotidiana è una formazione di massa sgranata. E lo si vede bene zoomando i particolari in una veduta d’insieme a volo d’uccello radente come fosse una icnoscenografia. Il risultato è lo stesso che si può analiticamente osservare nelle pale della pittura rinascimentale, come nel mio diletto Francesco Francia in Santa Cecilia, dove la vita civile era dettagliata come quinta scenica del dramma, anche religioso. Di norma allegoria di un ben vivere, con le persone in posa, spesso raccolte in gruppi, confabulanti, assorte nelle loro attività. Sul fondo di paesaggi ameni o in pubblico, nell’ordine di una prospettiva di perfezione urbana.

Qui vediamo pose e intenti dei soggetti in slip, perizomi, boxer e canottiere appartenenti a masse che marciano, o indugiano sulla battigia, fra cielo e mare. Coi piedi a bagno. Ed è un’epopea popolare questo pediluvio collettivo ai bordi della catinella adriatica. Su una vera, lunga piazza repubblicana, in arenile, anzichè in arenaria.

Visioni che non si trovano più nelle città, dove la funzione ha ormai fagocitato la casualità della vita sociale spontanea. Le formazioni di massa sono divenute one issue e meramente eventualistiche (sportive, turistiche, culturali, musicali, commerciali ecc. assai più raramente politiche). Le piazze non sono più da tempo quali erano ritratte dai pittori. Non c’è più il flaneur che immortalava una miriade discreta di atti perditempo. La massa, in altre parole, non è più sgranabile nei suoi elementi umani.

E’ rimasta solo la spiaggia di Rimini, per chi voglia incontrare il popolo. Una singolare prerogativa della città in fondo alla Romagna. Masse che sciamano in riva a questo ‘quasi mare’ così povero, come il suo pesce azzurro, riversandosi da condomini alberghieri con i panni appesi la cui densità non ha paragoni in alcuna realtà urbana. Come scendere dal terzo piano e andare a fare una vasca in cortile.

Non c’è ostentazione, modelli di desiderio in mostra, pretesa di differenziazione. Tutti i corpi si dispongono con rilassata naturalezza, tutti partecipano della stessa sensibilità carnale, espongono con orgoglio e noncuranza il vissuto che li riguarda. Nella riminitudine. L’erotismo è in questo movimento d’insieme. Lo chiamerei erotismo epico. Corpo di spiaggia. Popolar litoraneo

  • sociologo, Bologna
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