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Liliana Segre: “in carcere all’età di 13 anni ho conosciuto l’umanità”

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In carcere ho conosciuto l’umanità

A 13 anni fiu rinchiusa a San Vittore. Spesso penso a chi, là dentro, soffre

Cara Senatrice Liliana Segre,
di recente l’associazione Antigone, impegnata per i diritti e le garanzie nel sistema penale, ha fatto sapere che nei primi dieci mesi del 2022 ci sono stati 74 suicidi in carcere. Lei che cosa pensa del sistema detentivo in Italia?

Il numero di persone che si sono tolte la vita è davvero impressionante. E la situazione peggiora se, come spiega la stessa associazione Antigone, accanto a questa tragica cifra, si considera il cosiddetto tasso di suicidi, ovvero il rapporto tra il numero dei casi e la media dei detenuti nel corso dell’anno. Il 2022  non è ancora terminato ma, considerando il periodo tra gennaio e settembre, si sa che questo tasso è pari circa a 13 suicidi ogni 10 mila detenuti e che è il valore più alto mai registrato. In carcere ci si uccide oltre 21 volte in più che nel mondo libero. È una situazione che mi colpisce moltissimo.
Quando a 13 anni, prima del lager, fui prigioniera con mio papà a San Vittore, i detenuti comuni furono le uniche persone a mostrarsi umane. Ricordo la mattina i cui ci mettemmo in fila «per ignota destinazione», un lungo corteo silente di oltre seicento persone, e loro, affacciati ai ballatoi perché avevano l’ora d’aria, furono indimenticabili. Ci gettarono chi una mela, chi un’arancia, chi una sciarpa. «Non avete fatto niente di male» ci dicevano, «che Dio vi benedica, che Dio vi protegga». Anche per questo la condizione carceraria è sempre nei miei pensieri. Non appena arrivarono i vaccini per il Covid, ad esempio, mi espressi perché i detenuti fossero tra le prime categorie a cui destinarli, in quanto persone sotto la responsabilità dello Stato costrette alla promiscuità obbligata, per di più comprensibilmente angosciate in quel momento dalla sospensione delle visite. Quanto al drammatico dato dei suicidi, la stessa associazione Antigone avanza alcune proposte che andrebbero ascoltate: migliorare la vita all’interno degli istituti, per ridurre il più possibile il senso di isolamento, di marginalizzazione e l’assenza di speranza per il futuro, così come favorire percorsi alternativi alla detenzione intramuraria.
In questo senso una posizione radicale, ma che vale la pena registrare, è quella di Gherardo Colombo. L’ex magistrato ha testimoniato di essersi chiesto nel corso della sua carriera se condannare qualcuno al carcere fosse davvero esercitare la giustizia e di essere arrivato alla conclusione che sia inutile. Una posizione forse utopistica, di cui ha scritto nel volume Il perdono responsabile. Perché il carcere non serve a nulla (Ponte alle Grazie), ma esistono sicuramente casi in cui le misure alternative possono funzionare. Tutto questo si inserisce ovviamente all’interno di un intervento più ampio, strutturato e complessivo da realizzare sul sistema carcerario, in modo da attuare anche pienamente quanto stabilisce la nostra stessa Costituzione: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato» si legge all’articolo 27, comma 3.
Tra le urgenze da risolvere, ci sono certamente il sovraffollamento e le strutture, carenti, spesso inadeguate. La stessa polizia penitenziaria patisce tali condizioni, oltre a gravi vuoti di organico. È vero che ci sono stati casi di abusi inaccettabili, che non dovrebbero mai più ripetersi, come le violenze subite dai detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, ma la maggior parte degli agenti si prodiga con generosità e senso del dovere per gestire emergenze e difficoltà.

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