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ALIENUM EST A RATIONE, la libertà ripudia le guerre

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ALIENUM EST A RATIONE, la libertà ripudia le guerre

di Giancarla Codrignani

Dall’Osservatore Romano del 18 aprile: “In Svezia esercitazioni militari con Ucraina e altri dodici Paesi. Sono “le più grandi” da venticinque anni. “Insieme con le forze armate svedesi e ucraine ci saranno inoltre quelle di altri 12 Paesi: StatiUniti, Regno Unito, Finlandia, Polonia, Norvegia, Estonia,Lettonia, Lituania, Danimarca, Austria, Germania e Francia. I militari impegnati nelle esercitazioni saranno 26.000. Lo scopo è quello di migliorare il potenziale delle truppe nel contrastare un eventuale attacco armato al Paese. Le esercitazioni, che vedranno il coinvolgimento di forze di terra, aria e mare e che si concluderanno a maggio, si terranno in varie parti della Svezia e coinvolgeranno Esercito, Aeronautica, Marina e guardia nazionale svedese”.

Avevo scritto Se non mi persuadete, non ci sto: questa mi sembra una risposta. Che la guerra è una follia l’ha detto da qualche secolo Erasmo da Rotterdam che ben conosceva la diversità culturale tra Oriente e Occidente le cui chiese, detentrici del messaggio di pace cristiano, nelle loro divisioni, avevano mantenuto la relazione almeno formale, oggi malauguratamente interrotto all’interno dell’ortodossia. Tuttavia per amore di libertà, nei paesi democratici, si può accettare perfino una guerra.

Assolutamente no trovarcisi dentro ignorandone non solo le ragioni, ma le modalità che appaiono dettate da incoscienza o impotenza. La Nato non è schierata in campo, anche se le dichiarazioni di Stoltenberg non lo escludono e può bastare un passo falso della Polonia, il paese più affidabile – ospita un milione e mezzo di profughi e ha già dichiarato la disponibilità a fornire all’Ucraina i MiG 29 in suo possesso – perché la Nato diventi operativa. I governi membri sono d’accordo whatever it takes senza parere previo dei loro Parlamenti?

Come individua sto soffrendo il disastro degli ucraini per una guerra che sono costretta a credere “scoppiata” il 24 febbraio 2022 a causa dell’aggressione della Russia che ha deliberatamente varcato i confini con truppe che nessun sistema di controllo aveva intravisto in tempo per attivare la diplomazia. Dopo un anno e qualche mi è cresciuta la preoccupazione: alienum a ratione non è più la guerra, ma la regressione alla legge del taglione, la divulgazione della paura, la reticenza a esplicitare gli obiettivi che si perseguono di una strategia destinata a pesare nel futuro dell’intera Europa.

Non possiamo accusare la Nato se l’Europa non ha una Difesa comune. Tuttavia la Nato comprende 26 paesi, tutti europei, tranne il Canada e gli Usa, e tutti sono alleati nel Patto Atlantico. Non è un patto tra uguali: pazienza, anche questo non è nuovo. L’Europa è debitrice agli Stati Uniti della liberazione dal mostro nazifascista e del rientro nel sistema democratico dei valori e dei diritti della sua tradizione occidentale. Ma non può valere l’interpretazione che nel 1946 ne dava il cardinale Spellman: “non è per difendere la mia fede che io condanno il comunismo ateo, ma in quanto americano io difendo il mio paese; perché essendo un nemico del cattolicesimo, il comunismo è una provocazione rivolta a tutti coloro che credono nell’America e in Dio”. America first, ma non in Europa. Gli europei sanno distinguere la democrazia occidentale dal dispotismo russo e non intendono difendere i diritti del popolo ucraino con una guerra a tempo indeterminato per delega, perché assumono il rischio di un allargamento della conflittualità e perfino del ricorso al nucleare.

Infatti nel coacervo culturale dell’impero ex-zarista ed ex-sovietico, oggi Federazione Russa governata da Putin, albergano lingue e tradizioni diverse con tatari e calmucchi ancora memori del Tamerlano e Gengiskan: l’Azerbaijan potrà aver voglia di autonomia, le tensioni balcaniche sono sempre attive e il Kosovo non è tranquillo, mentre gli un tempo sconosciuti Nagorno Karabak, Abcazia, Ossezia del sud (Georgia) e Transnistria rimandano all’Armenia, alla Georgia e alla Moldova (ex Bessarabia).

Mentre nel 1932 era in corso a Ginevra una conferenza sul disarmo per evitare altre guerre in Europa, una conferenza di Dietrich Bonhoeffer ricordava che “le relazioni tra due popoli hanno una profonda analogia con le relazioni tra due singole persone”. Ma nel caso di danni o violenze tra persone, la civiltà dei rapporti sposta il conflitto al tribunale, sostituto universale della voglia di farsi giustizia da sé, mentre tra Paesi l’onore offeso richiede il tributo del sangue “a prescindere”. Eppure i morti non risorgono, le spese in armamenti vengono sottratte al welfare: oggi sullo sfondo le Banche Nazionali navigano a vista e Janet Yellin, segretaria al tesoro americano cerca rapporti tranquilli con la Cina nonostante Taipei, mentre Biden, per contrappeso alle ingenti spese militari per l’Ucraina, ha varato l’Inflation Reduction Act (370 mld.) a sostegno di imprese e lavoratori senza tagliare né Medicare né pensioni e promuove il buy made in Usa. A danno dell’Europa che dovrà farsi carico della ricostruzione, risarcimento dovuto dopo la solidarietà armata, rinascita produttiva e temuta corruzione (la ‘ndrangheta deve già essere sul posto).

Bisogna riconoscere che i costi di una guerra, dopo la grave pandemia, danneggiano l’Europa – in campagna elettorale per il nuovo Parlamento – sia sul campo dell’Unione dove l’onda populista ha prodotto tensioni identitarie nazionaliste e sovraniste che attentano allo Stato di diritto, sia perché ritardano la crescita politica dell’Unione, che, mentre stava decollando in autorevolezza e potere, rischia il declassamento. Piero Calamandrei, temeva che un’alleanza atlantica di cui si parlavaritardasse la più necessaria “Federazione occidentale europea, politicamente e militarmente unita e indipendente, né alleata né ostile, ma mediatrice tra i due blocchi trasformando gli Stati europei in satelliti di uno dei due blocchi”.

La situazione si è fatta ancor più pericolosa, se è vero che la Nato si interessa troppo del Sudest asiatico: il presidente del Giappone Kishida è venuto due volte in Europa, mentre il segretario Stoltenberg si recava in Corea e Giappone. Se a qualcuno piacesse “liberare Taiwan”, i fatti precederanno un’altra volta le informazioni? Infatti è dai tempi della Corea che le guerre non si dichiarano più: avvengono. E avvengono in modo strano: non in tutti i posti in cui la libertà e la democrazia vengono offese, ma random, dove “piace”, un like. I paesi “che non contano” e sono disastrati (o occupati, vedi i curdi) oggi si chiamano Siria, Sudan, Birmania. Di altri governati da dispoti – Libia, Egitto (Giulio Regeni) o l’Arabia Saudita (Khashoggy) – detentori di gas e petrolio sostitutivi delle forniture russe, apprezzate fino al 24 febbraio o della Turchia (che si avvale di iniziative mediatorie che potevano essere prese perfino dall’Italia) o dell’Afganistan, già assistito da Usa e Nato e improvvisamente abbandonato ai talebani, ci riferiamo ai loro diritti?

Si aggiunge la considerazione sull’evidenza dei limiti delle “Due Grandi Potenze”, in vista dell’avanzata senza fretta de “La Cina”, la terza temuta unica. Non fanno più troppo rumore le accuse di comunismo: per la Cina come niente fosse, in Russia Putin l’ha rinnegato e rimpiange di non aver aderito alla Nato nel 2007. La globalizzazione poteva – se non fosse stata condannata ad essere solo finanziaria – far capire che siamo già diventati cittadini del mondo e per questo nessuno vorrebbe vedere un’altra guerra mondiale: diventerebbe mondiale in senso proprio perché collegherebbe i frammenti di quella già in corso secondo papa Francesco.

Cerchiamo di non dare altre preoccupazioni al Pentagono: i generali che conoscono bene le guerre ormai temono soprattutto le scelte dei politici.

Anche perché Macron – la Francia è potenza nucleare e fa bene a prendersi cura dello stato delle cose – è stato in Cina per mantenere relazioni pacifiche dichiarando che i francesi non intendono essere eterodiretti. Come dire: se la Cina aggredire Taiwan, Xi Jinping è un nemico come Putin? Eppure Macron è stato sgridato.

Chi ha sperimentato la seconda guerra mondiale non può dimenticare che il fascismo e il nazismo sono andati al potere, nonostante ideologie razziste e necrofile, per regolari elezioni democratiche; ma sa bene che gli italiani non potevano combatterla da soldati da soldati della Repubblica Sociale, bensì solo da partigiani: Tina Anselmi obbligata con la scuola ad assistere all’impiccagione di 31 arrestati fece la sua scelta. Gli alleati – inglesi e americani democratici insieme con russi comunisti (totalitari, ma secondo l’ideologia finalizzata alla liberazione dei lavoratori dall’oppressione di classe) – condannarono la Germania sconfitta a subire l’occupazione, risparmiata all’Italia ugualmente sconfitta, perché i partigiani ne avevano salvato la dignità. Ma proprio perché quella catastrofe ha dimostrato che si possono perdere, il valore dello stato democratico e il possesso della pace vanno difesi “prima” dalla buona politica: nazionale, europea e internazionale. La condivisione dello Stato di diritto è l’antidoto alla guerra, che non va mai legittimata in quanto tale. Sono state tante le esperienze – in Vietnam, in America Latina, in Iraq e Iran, in Sudafrica, a Srebrenica – che hanno reso “necessari” massacri, stragi, distruzioni di paesi lasciati cinicamente soli. Di conseguenza è legittima la domanda: che senso ha avuto aiutare paesi poveri in difficoltà con le “missioni militari” e le armi, quando le tensioni e le violenze interne – ben note – andavano prevenute (perché previste) con tempestivi aiuti alimentari e non con governi delegati a mantenere l’ordine? A ben considerare ancora una volta problema vero non è la contrapposizione Est/Ovest, ma quella Nord/Sud, i ricchi contro i poveri. Nel 2023 sostenere con le armi l’autodeterminazione del popolo ucraino contro un despota al potere (da vent’anni!) con cui l’Europa – e la stessa Ucraina – manteneva reciprocità di interessi, conferma il criterio arcaico della guerra: giusta o non giusta, intanto prevalgono gravissime offese ai diritti umani, non partono i cereali da spedire al Sud del mondo dal Mar Nero minato, le Marine nordiche e russe mantengono l’allerta nel Mare Artico, ignare di stare correndo nel frattempo  più rischi nel Mediterraneo: prevediamo di scivolare nel conflitto, pur di non assumerci la difesa dei diritti prima che vengano lesi? Non è che anche i nordici vivrebbero meglio se si occupassero dell’Africa?

Ormai sono ben altri gli interessi che premono, anticipo di scontri da non risolvere militarmente: l’ambiente esige che tutti cooperino insieme a salvare il pianeta. La guerra non solo è il più grande inquinante fisico (e morale), ma distrae dall’urgenza di risolvere le priorità di un impegno colossale con metodi da gestire necessariamente in comune. Eppure tutti si stanno riarmando (l’annuario Sipri è scandalizzato dagli aumenti 2022) e la ricerca tecno-scientifica produrrà armi “autonome” ancor più sofisticate e il caccia Tempest – un velivolo che è un intero sistema – sostituirà l’F35, che sostituiva l’Eurofighter a sua volta sostituto del Mrca: non disponibile oggi, si propone per la prossima volta. Ormai si è aggiunta l’arma elettronica, una strategia in più che può creare il caos nelle retrovie nemiche e paralizzare banche, ferrovie, istituzioni. Potrebbe essere l’unica arma. Devasterebbe la casa del nemico, ma non verserebbe sangue. E l’uomo, invece, “vuole” deliberatamente il sangue.

Pochi anni fa l’aspirazione universale delle libertà occidentali aveva fatto immaginare addirittura la fine della storia e sognare una liberaldemocrazia estesa al sistema-mondo nel benessere della pace. La fine della storia come metafora era simbolo di un’umanità desiderosa di vivere in pace. Ma il fare giustizia ha ri pristinato la solita volontà di guerra: come quando la Crimea si ribellò al suo zar e Cavour mandò La Marmora con 15.000 soldati piemontesi, oggi Zelinsky dice che la Crimea è sua, ucraina. Per quanto si possa far durare la guerra, alla fine ci sarà solo un tavolo con gli stessi due contendenti. E, dopo il conteggio delle vittime, le decisioni sui confini e le indipendenze, i grandi dicano ai piccoli quale guerra dobbiamo temere.

° docente, politologa, giornalista, già-parlamentare

Il 25 aprile 2023, nel segno di un antifascismo che riconosce la sovranità e l’autonomia di ciascuno, la bellezza del dovere politico consapevole è il diritto dei popoli alla cura della pace da parte delle istituzioni.

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