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Ripercussioni dell’inquinamento atmosferico sulla salute

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Ambiente e salute: le ripercussioni dell’inquinamento atmosferico

“Decresce troppo lentamente l’inquinamento atmosferico nelle città italiane mettendo a rischio la salute dei cittadini che cronicamente sono esposti a concentrazioni inquinanti troppo elevate”. Inizia così il rapporto Mal’aria di città 2023, l’annuale analisi sullo stato dell’inquinamento atmosferico delle città italiane capoluogo di provincia, pubblicato a inizio anno da Legambiente.  Sulla base del monitoraggio effettuato, nel 2022 ben 29 città su 95 hanno superato i limiti giornalieri consentiti di PM10 (le polveri sottili di diametro aerodinamico inferiore o uguale ai 10 micrometri): le situazioni peggiori sono state registrate a Torino, Milano, Modena, Asti, Padova e Venezia con più del doppio degli sforamenti previsti. Se allarghiamo lo sguardo dall’Italia all’Europa e al resto del mondo, la situazione non è migliore.  

Stando ai dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità, quasi tutta la popolazione globale respira aria con elevati livelli di inquinanti, che di fatto superano i limiti stabiliti nel 2021: quell’anno l’Oms, sulla base di migliaia di studi ed evidenze scientifiche, ha aggiornato le linee guida del 2005, introducendo regole molto più stringenti per ridurre al minimo i rischi per la salute umana dovuti all’inquinamento atmosferico (il valore soglia del PM2.5 è stato dimezzato rispetto al 2005 da 10 a 5 µg/m3  come media annuale, mentre il PM10 è passato da 20 a 15 µg/m3). Da parte sua l’Unione Europea, che finora ha adottato una regolamentazione meno rigida rispetto a quella tracciata a livello internazionale, pochi mesi fa ha proposto una revisione delle direttive sulla qualità dell’aria, per adeguarsi alle nuove indicazioni.

L’inquinamento atmosferico costituisce una grave emergenza ambientale, ma nel contempo un importante problema di salute pubblica, che causa malattie e decessi prematuri: 6,7 milioni nel 2019, secondo l’Oms, dovuti all’effetto combinato di inquinamento outdoor e indoorNell’Unione Europea nel 2020 sono state invece 238.000 le morti premature attribuite all’esposizione a concentrazioni di PM2.5 superiori ai limiti stabiliti dall’Oms di 5 µg/m3; 49.000 quelle dovute a concentrazioni di biossido di azoto (NO2) maggiori a 10 µg/m3; e 24.000 i decessi causati dall’esposizione a concentrazioni di ozono (O3) superiori a 70 µg/m3. Da qui si intuisce l’importanza di uno degli obiettivi inseriti nel Piano d’azione “inquinamento zero” del Grean Deal europeo, che prevede di ridurre entro il 2030 il numero di decessi prematuri causati dal PM2.5 di almeno il 55% rispetto ai livelli del 2005: ad oggi si è avuto già un calo del 45%.

Inquinanti pericolosi per la salute: non tutti sono monitorati

Per approfondire l’argomento, nell’ambito del ciclo Ambiente e salute, ci siamo rivolti all’epidemiologo Fabrizio Bianchi, ricercatore associato senior dell’Istituto di Fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle Ricerche. Nella prima parte della videointervista ci siamo soffermati sulle nuove linee guida dell’Organizzazione mondiale della Sanità, sugli inquinanti presenti in atmosfera e sulle patologie associate. Nella seconda parte, abbiamo cercato di capire quali siano le aree maggiormente a rischio per la salute e le strategie di prevenzione, non prima di una breve riflessione sull’inquinamento indoor. Ognuno di questi argomenti meriterebbe trattazione a sé, ragion per cui qui ci limitiamo a offrire qualche spunto di riflessione, senza pretesa di esaustività.

“Gli inquinanti pericolosi per la salute sono numerosi – spiega Bianchi –, ma solo una piccola parte viene monitorata. Oltretutto a essere nocive sono anche le miscele e queste non vengono prese in esame”. Gli agenti inquinanti ad oggi identificati sono in larga parte di origine antropica, prodotti cioè dai processi industriali, dai sistemi di riscaldamento e condizionamento degli edifici, dai mezzi di trasporto. Tra i molti, vengono monitorati il biossido di zolfo (SO2), il monossido di carbonio (CO), il monossido e biossido di azoto (NO, NO2), l’ozono (O3) e il particolato atmosferico – noti come macroinquinanti –, che sono le sostanze più ampiamente diffuse e più facilmente misurabili con strumenti automatici. Esistono poi anche i microinquinanti, come gli idrocarburi policiclici aromatici, le diossine, molti metalli cancerogeni e non. In determinati casi anche alcuni di questi vengono analizzati, come il benzene in certe aree industriali.

Sebbene la normativa stabilisca quali debbano essere i livelli massimi di inquinanti in atmosfera, ciò non vale in generale. “Molte di queste sostanze come si è detto non vengono misurate, mentre altre lo sono ma non sono normate, come gli idrocarburi non metallici. Nell’aria sono presenti anche la diossina e i dibenzofurani, che di routine non vengono misurati anche per i costi che richiederebbe il monitoraggio”. A ciò si aggiunga che pure particelle più piccole come il PM1, secondo Bianchi, meriterebbero di essere prese in esame per la loro maggiore capacità di penetrare nel corpo umano. 

Inquinamento atmosferico e rischi per la salute

A fronte di questa situazione, le ripercussioni sulla salute possono essere significative: l’inquinamento atmosferico può provocare malattie acute e croniche, con potenziali effetti su ogni organo del corpo. “Gli inquinanti vengono ingeriti attraverso l’albero respiratorio, per questo le prime malattie a essere state studiate sono quelle respiratorie, del tratto superiore e del tratto inferiore fino alle malattie polmonari, tumorali e non”. Recentemente un gruppo di ricercatori, che ha condotto una revisione della letteratura sulla relazione tra inquinamento atmosferico e malattie non trasmissibili riferendone su Chest, ha individuato più di 13.000 voci in PubMed inerenti questa classe di patologie. 

Come sottolinea anche Bianchi, gli studi epidemiologici hanno dimostrato un consistente aumento anche del rischio di eventi cardiovascolari in relazione all’esposizione a breve e a lungo termine al particolato ambientale. Nel 2016 le malattie cardiovascolari hanno causato più di 17 milioni di morti premature: ebbene, 3,3 milioni di queste sono state attribuite all’inquinamento atmosferico (nello specifico si trattava di 2,1 milioni per cardiopatia ischemica e oltre 1,1 milioni per ictus).

“Ci sono evidenze un po’ meno significative, ma sempre robuste – continua Bianchi –, anche riguardo le malattie neurologiche: esposizioni a PM2.5 soprattutto a lungo termine generano patologie di diversa natura, specialmente disturbi cognitivi, disturbi dello spettro autistico, ansia e depressione, demenza, Parkinson”. Uno studio canadese su 4,4 milioni di persone per esempio individua una relazione tra rischio di demenza e distanza da strade trafficate, un indicatore questo di esposizione a inquinamento atmosferico. Una ricerca pubblicata recentemente dimostra invece che le emissioni tossiche prodotte dagli scarichi dei motori diesel riducono la connettività cerebrale, confermando l’ipotesi già avanzata in precedenza secondo cui l’inquinamento atmosferico incide negativamente sulle nostre capacità cognitive

Gli autori del paper su Chest sopra citato riferiscono di oltre 1.000 articoli esistenti sulla relazione tra inquinamento atmosferico e autismo, che sarebbe stato associato all’esposizione agli idrocarburi policiclici aromatici, alle emissioni diesel, a PM, CO, NO2, O3 e SO2 in età prenatale o nei primi anni di vita. Diversi studi sugli animali avvalorano questi risultati, ma va detto che molti altri non rilevano invece tale associazione e talora c’è anche incoerenza sugli inquinanti coinvolti.

 “Si devono considerare poi i tumori ovviamente – sottolinea Bianchi –, dato che le polveri contengono cancerogeni. Il cancro al polmone per esempio è stato associato con forza all’esposizione a lungo termine”. Non a caso l’International Agency for Research on Cancer (Iarc) ha classificato l’inquinamento atmosferico e le polveri sottili fra i carcinogeni umani di tipo 1. Secondo recenti studi, l’inquinamento atmosferico può essere collegato allo 0,5-1% di tutti i casi di cancro in Europa e a oltre il 7% dei tumori al polmone.

“Le informazioni che oggi possediamo sono davvero vastissime – continua Fabrizio Bianchi –. Certamente alcune sono più robuste (e dunque vengono definite causali), mentre altre più probabili e meno certe. Per una serie di malattie gli studi hanno prodotto solo un’evidenza suggestiva, che necessita di essere approfondita e consolidata; e per altre le ricerche sono ancora limitate”. Ci sono studi per esempio che collegano l’inquinamento atmosferico alla prevalenza, alla morbilità e alla mortalità del diabete mellito. Altri dimostrano che influisce sul sistema immunitario ed è associato a sensibilizzazione allergica, all’osteoporosi, a patologie infiammatorie intestinali, e a malattie della pelle. “È importante dunque continuare a fare ricerca in questa direzione, ma è altrettanto importante utilizzare le conoscenze maturate per prendere decisioni”. 

Discorso a parte va fatto per i bambini, che risultano ancor più suscettibili degli adulti agli effetti dell’inquinamento atmosferico. Sono più vulnerabili soprattutto nei primi anni di vita, quando organi come i polmoni o il sistema nervoso centrale sono ancora in fase di sviluppo. I più piccoli trascorrono più tempo all’aperto a giocare o a fare attività fisica e dunque sono più esposti agli agenti inquinanti, ma stanno anche molte ore in luoghi chiusi, come le scuole, le palestre, le case, e ciò potrebbe avere un peso per la potenziale esposizione a inquinanti indoor. A fronte di queste considerazioni, proprio recentemente l’Associazione Culturale Pediatri, Società Italiana Pediatria, Società Italiana Nutrizione Pediatrica, assieme a Pensiero Scientifico Editore e Think2it si sono rivolti con una lettera direttamente ai Comuni, proponendo e sollecitando azioni concrete per cercare di contenere i problemi causati ai bambini dall’inquinamento dell’aria.

Non tutti si ammalano allo stesso modo

Le aree più inquinate al mondo sono quelle in cui sono dislocate le grandi metropoli con 20-30 milioni di abitanti e centri industriali contigui, che convivono in un rapporto di continuità: “In Asia orientale, negli Stati Uniti, in Europa – sottolinea Bianchi –, ci sono zone molto inquinate: il nord Europa, per esempio, la Germania del nord, l’Olanda, il Belgio, e la Pianura Padana. Sempre in Italia anche una città come Roma ha un moderato inquinamento”. La Pianura Padana in particolare, con i suoi 20 milioni di abitanti e condizioni meteo-climatiche sfavorevoli, secondo Bianchi rappresenta una situazione che richiederebbe una politica di intervento complessiva per tutta l’area, dato che città come Milano o Torino hanno livelli di inquinamento particolarmente elevati. 

In generale, la posta in gioco è la salute di milioni di persone che manifestano patologie – a seconda del tipo di inquinanti presenti in una determinata area – che invece si potrebbero evitare. Come abbiamo visto nel primo servizio del ciclo Ambiente e salute, il Piano nazionale della prevenzione 2020-2025 definisce azioni di promozione della salute che si articolano su sei macroaree. Tra queste, la sezione dedicata ad ambiente, clima e salute indica obiettivi volti a migliorare la qualità dell’aria outdoor e indoor, promuovendo interventi che possano rendere le città più sane, con particolare attenzione ai gruppi più vulnerabili.

Sebbene infatti l’inquinamento atmosferico colpisca persone di tutte le regioni, età e gruppi sociali, è più probabile che ad ammalarsi e morire sia chi è maggiormente esposto e ha una maggiore suscettibilità, chi cioè presenta altre malattie o ha un minore sostegno sociale. Differenze si notano anche a seconda della fascia di età: “Neipiù giovani – continua Fabrizio Bianchi – l’inquinamento incide maggiormente su patologie come i disordini depressivi e l’ansia. Con l’avanzare dell’età invece, il diabete e i problemi cardiovascolari e respiratori risultano essere le malattie su cui l’inquinamento atmosferico pesa maggiormente”. 

Conclude il ricercatore: “La popolazione è composta da persone di sesso diverso, di età diversa e con una genetica diversa, che vivono in condizioni socio-economiche diverse: tutti questi fattori agiscono sulla salute e portano alcuni gruppi di popolazione ad ammalarsi più di altri. Ciò richiama un altro tema importante che è quello della giustizia o ingiustizia ambientale: non tutti siamo esposti e suscettibili allo stesso modo, né corriamo lo stesso rischio, e questo dovrebbe servire a programmare e a pianificare interventi dedicati a chi soffre delle ingiustizie maggiori. Da ciò emerge la questione della distribuzione e compensazione: se la ricchezza infattiè distribuita in modo uguale tra persone diseguali, produce un aumento e non una diminuzione delle differenze”.

MONICA PANETTO

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