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Covid? Chi sono i “Superman” del virus, scoperto il segreto di quelli che non si ammalano

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Covid, chi sono i “Superman” del virus – scoperto il segreto di quelli che non si ammalano

di Donatella Zorzetto

Il test: trentasei giovani infettati di proposito con SARS-CoV-2 per scoprire l’impatto del patogeno sull’organismo. Uno studio inglese spiega come e perché in alcuni si è innescata una risposta immunitaria innata

Trentasei persone, giovani e sane, infettate di proposito con il virus SARS-CoV-2, infilato direttamente nelle loro narici attraverso una specie di siringa. L’obiettivo era valutare nel modo più approfondito possibile la risposta del corpo umano all’esposizione di un patogeno sconosciuto. E il risultato è stato sorprendente: in quel momento si è capito perché alcune persone proprio non si infettino, nemmeno entrando in una stanza “stipata” di virus. In tutte le epidemie o pandemie, in sostanza, c’è sempre qualcuno che ne esce indenne: non viene attaccato dal virus, non contrae la malattia, non rischia nemmeno un lievissimo sintomo. Sono i “superman” del Covid ad aver attratto l’attenzione di équipe di studiosi da tutto il mondo.

Lo studio inglese

Ed è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati britannici della Divisione di Medicina dello University College di Londra e del Wellcome MRC Cambridge Stem Cell Institute dell’Università di Cambridge, ad aver portato alla luce i meccanismi che si innescano nei super-immuni dall’infezione Covid. Gli scienziati l’hanno fatto con uno studio mirato pubblicato su Nature. Il team ha collaborato con i colleghi di diversi istituti, fra cui il The Netherlands Cancer Institute di Amsterdam (Paesi Bassi), il Dipartimento di Malattie Infettive dell’Imperial College di Londra e la società hVivo.
I ricercatori, coordinati dai professori Marko Z. Nikoli, Sarah A. Teichmann e Rik G. H. Lindeboom, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver analizzato i dati ottenuti dai volontari dello studio UK COVID-19 Human Challenge, ricerca guidata dall’Imperial College di Londra.

L’esperimento sui volontari

Certamente, quando è iniziato lo studio, le condizioni in tutto il mondo erano emergenziali: non c’erano vaccini e la pandemia stava facendo migliaia di vittime al giorno (ad oggi, secondo dati ufficiali che gli esperti ritengono sottostimati, hanno perso la vita 8 milioni di persone e circa 800.000 risultano essere state infettate). Quindi, per i volontari, sottoporsi all’esperimento UK COVID-19 Human Challenge è stato particolarmente rischioso. In sedici sono stati seguiti dagli studiosi per verificare la risposta all’esposizione virale a livello di singola cellula, valutando la funzione delle cellule immunitarie attraverso l’analisi del sangue e di campioni della mucosa nasale. E i risultati non si sono fatti attendere: dopo l’esposizione al virus, in 6 hanno sviluppato sintomi lievi Covid, altri hanno registrato un’infezione transitoria (risultando positivi a fasi alterne alla Pcr), mentre in 7 sono sempre rimasti negativi, pur avendo ricevuto il virus potenzialmente letale direttamente nel naso (dove può agganciarsi facilmente).

“Risposta immunitaria innata”

Come possiamo sintetizzare ciò che è successo nei super-immuni al Covid? Si è scoperto che nei volontari si è innescata una reazione immunitaria innata, fino ad allora sconosciuta, che ha fatto da barriera eliminando il virus prima che potesse stabilizzarsi nella mucosa nasale e provocare l’infezione. In sostanza l’organismo ha espulso il patogeno, ma senza attivare una risposta anticorpale. Entrando nel merito, gli scienziati hanno individuato un gene chiamato HLA-DQA2 particolarmente presente nel sangue e nella mucosa nasale dei super-immuni.
E, visto che studi precedenti avevano associato questo gene a infezioni Covid meno severe, gli esperti ritengono che possa essere proprio il meccanismo a cui sovrintende HLA-DQA2 a proteggere in modo così potente alcune persone esposte al virus. “Un’elevata espressione di HLA-DQA2 prima dell’inoculazione era associata alla prevenzione di infezioni prolungate – spiegano gli esperti – . Le cellule ciliate hanno mostrato risposte immunitarie multiple e sono state le più permissive per la replicazione virale, mentre le cellule T nasofaringee e i macrofagi sono stati infettati in modo non produttivo”.

I segnali della protezione contro il virus

Ma anche altri particolari sono venuti alla luce dal sequenziamento di centinaia di migliaia di cellule. Nelle persone protette da Covid si è osservato un numero ridotto di globuli bianchi infiammatori coinvolti nella caccia e nella distruzione delle particelle virali. In chi invece presentava sintomi della malattia, è stata rilevata una rapida risposta immunitaria dell’interferone nel sangue ma lenta nel naso, cosa che ha consentito al virus di invadere la mucosa e scatenare i sintomi respiratori tipici della malattia.
“Questi risultati gettano nuova luce sugli eventi cruciali iniziali che consentono al virus di prendere piede o di eliminarlo rapidamente prima che si sviluppino i sintomi – ha sottolineato Nikoli – . Ora abbiamo una comprensione molto maggiore dell’intera gamma delle risposte immunitarie, che potrebbe fornire una base per lo sviluppo di potenziali trattamenti e vaccini che imitano queste risposte protettive naturali”.

Lopalco: “Al centro il sistema immunitario”

Mettere a fuoco come agisce il nostro sistema immunitario è fondamentale per comprendere i risultati della ricerca. Lo sottolinea l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco, docente di Epidemiologia all’Università del Salento. “Il sistema immunitario, come ogni altro apparato o organo, funziona in maniera diversa da individuo a individuo – spiega -. È evidenza comune che, ad esempio, nel corso di una epidemia di influenza stagionale, nella stessa famiglia uno si ammali con sintomi più seri, un altro con sintomi lievi, mentre altri non si ammalano proprio. Questo fenomeno è legato all’effetto combinato della cosiddetta immunità adattativa (quella cioè che riconosce un virus con cui è già stata in contatto e monta una risposta immunitaria specifica contro quel patogeno) e della immunità innata, ovvero un sistema fatto di cellule e sostanze chimiche che anche al primo incontro con un microrganismo lo riconoscono come “estraneo” e lo distruggono”.

Merito delle caratteristiche genetiche

Lopalco mette in luce il fatto che “entrambi questi sistemi sono fortemente condizionati geneticamente, cioè funzionano meglio o peggio da individuo ad individuo”. “L’infezione Covid, essendo una malattia comparsa per la prima volta sul pianeta, ha permesso di indagare meglio questi meccanismi della immunità innata – evidenzia l’epidemiologo -. Lo studio inglese ha confermato sia l’osservazione empirica del fatto che anche per un virus pandemico alcune persone possono avere una risposta innata molto efficiente, sia che tale risposta è in qualche modo legata a prorpie caratteristiche genetiche”. E conclude: “Questo, purtroppo, ha una ricaduta pratica molto limitata perché, ad oggi, non possiamo sapere chi risponderà in che modo a una nuova infezione. Non abbiamo cioè marcatori che con un test possano rivelarci se, di fronte ad un nuovo virus, ci ammaleremo o no”.

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