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1949: scomunica e comunisti

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1949: scomunica e comunisti

di: Daniele Menozzi, professore emerito nella Scuola Normale Superiore di Pisa

scomunica

Il 15 luglio 1949 l’Osservatore romano pubblicava un decreto della Sacra Congregazione del Sant’Ufficio, che, datato 1° luglio, conteneva due rilevanti provvedimenti. Stabiliva, in primo luogo, il divieto di accesso ai sacramenti per quei fedeli che, «consapevolmente e liberamente», si iscrivevano a Partiti comunisti, li sostenevano, ne diffondevano la stampa, la leggevano o vi pubblicavano loro contributi.

Inoltre, precisava che coloro i quali professavano la dottrina del comunismo, la difendevano o se ne facevano propagandisti incorrevano ipso facto, in quanto apostati della fede cattolica, nella scomunica. La remissione era riservata alla Santa Sede.

Il decreto fece scalpore perché rappresentava una novità. La censura del comunismo aveva certo una lunga storia. Aveva preso inizio fin dal pontificato di Pio IX. Nel 1846 ne aveva messo in contrapposizione la «nefanda dottrina» al diritto naturale. Poi, nel 1849, con l’assunzione nel magistero dell’ideologia intransigente, l’aveva presentato come l’ultimo esito della secolare genealogia degli errori moderni cui aveva dato origine la rivolta di Lutero.

I pontefici successivi avevano ribadito la condanna, tanto che, nel 1937, nell’enciclica Divini Redemptoris, Pio XI aveva qualificato il comunismo «intrinsecamente perverso».

Tuttavia, ora, non veniva condannata una dottrina, ma l’adesione ai partiti comunisti. La questione riguardava particolarmente l’Italia. In effetti, nel 1946, davanti al problema rappresentato dai cattolici che intendevano aderire al PCI, il suo segretario, Palmiro Togliatti, aveva fatto modificare l’articolo 2 dello statuto.

L’iniziale formulazione, che prevedeva l’accettazione dell’ideologia marxista-leninista, veniva sostituita con una diversa frase. L’iscrizione era aperta a tutti i cittadini «che accettino il programma del partito (indipendentemente dalla razza, dalla fede religiosa e dalle convinzioni filosofiche)».

Insomma, la Chiesa escludeva dalla partecipazione ai sacramenti quanti, senza condividere l’ideologia ufficiale del partito, votavano comunista. Non aveva alcun rilievo se lo facevano col solo intento di mutare un assetto politico e sociale che, nelle condizioni della penisola dell’epoca, era difficile si potesse ritenere rispondente a giustizia. Lo specificava un articolo apparso sull’Osservatore romano.

Chiariva, infatti, che, mentre l’adesione alla dottrina comunista implicava la scomunica, non erano da essa colpiti quanti, senza accettarla, la sostenevano indirettamente con il suffragio elettorale, con l’acquisto della stampa o con l’appoggio nelle discussioni in materia sociale e politica. Questi erano, però, puniti con la privazione dei sacramenti, perché nei loro confronti era necessario prendere una misura medicinale. Rendendosi così conto del grave male che commettevano con l’appoggio prestato ai nemici mortali di Dio e della Chiesa, veniva loro permesso di ravvedersi.

Tuttavia, la prassi ecclesiale sarebbe stata determinata dai due avverbi («consapevolmente e liberamente») cui il decreto faceva riferimento per la sua applicazione. Alcuni ordinari di diocesi dove era diffuso il voto cattolico alle liste del PCI – ad esempio Giacomo Lercaro a Ravenna o Elia Dalla Costa a Firenze – ritennero che tale comportamento elettorale non era dettato dalla volontà di abbattere la Chiesa o di cancellare la religione cristiana dalla vita pubblica. Ne era invece ragione un’istanza di riforma sociale.

Orientarono dunque i parroci a applicare il provvedimento con una sensibilità pastorale attenta a verificare le reali intenzioni che presiedevano al voto dei fedeli.

Questo scarso successo pratico è probabilmente all’origine di un successivo intervento della “Suprema” in materia. Nell’aprile 1959, un nuovo decreto del Sant’Ufficio sanciva, infatti, che non era mai lecito ai cattolici dare il proprio voto a partiti o candidati che, «pur non professando principi contrari alla dottrina cattolica o anzi assumendo il nome cristiano», nei fatti sostenevano i partiti comunisti.

Sembrava così chiudersi lo spazio, basato sulla tradizionale distinzione tra dottrina e pastorale, per accogliere nella comunità ecclesiale fedeli con orientamenti politici – inevitabilmente plurali – che nascevano dalla mera adesione al programma di uno dei vari partiti presenti nella vita pubblica.

In realtà, quattro anni dopo, Giovanni XXIII, lo stesso pontefice che aveva approvato la pubblicazione del decreto del 1959, pubblicava l’enciclica Pacem in terris.

Com’è noto, essa determinava una svolta. Proclamava, infatti, che occorreva distinguere accuratamente tra le ideologie anticristiane e i movimenti storici, che da esse erano originati. Questi ultimi, infatti, vivevano nella storia, proponendo progetti di vita collettiva in cui i cattolici potevano pienamente riconoscersi. Non solo era quindi lecito collaborare con essi, ma la decisione in merito spettava proprio a quei credenti che, immersi nel mondo, possedevano gli strumenti conoscitivi idonei a discernere gli atteggiamenti più congrui con la dottrina sociale della Chiesa.

I decenni successivi, pur non senza tentativi di ritorno al passato, avrebbero mostrato che si trattava di un’acquisizione imprescindibile per una Chiesa impegnata a sviluppare un dialogo efficace con il mondo moderno.

Era la strada che consentiva ai cattolici di uscire dalla cittadella in cui si era rinchiusi nel nostalgico (e vano) sogno di ricostruire una società cristiana, per portare la loro testimonianza evangelica nelle complesse dinamiche della storia contemporanea.

Resta dunque da chiedersi le ragioni di un intervento che, già all’epoca, ad un osservatore minimamente attento al diffondersi dei processi di secolarizzazione appariva inutile e anacronistico.

Nonostante l’apertura degli archivi vaticani per il periodo di Pio XII, non sono state ancora condotte ricerche adeguate sulle origini del decreto del 1949. Formulato sotto forma di risposta a dubia pervenuti al Sant’Ufficio, rimane la domanda da chi siano stati avanzati, se siano stati sollecitati e su quale sia stato il processo redazionale che ha portato alla sua definitiva formulazione.

In attesa delle opportune indagini, può intanto dare qualche ragguaglio l’articolo di commento che scrisse su La civiltà cattolica – autorevole interprete degli orientamenti della curia romana – il suo direttore Giacomo Martegani.

Nel quadro di una serrata apologia del documento, il gesuita ricordava che, tra gli scopi principali del decreto, rientrava l’esigenza di espellere dal seno della Chiesa quel comunismo che «proditoriamente» cercava di infiltrarsi al suo interno.

Si tratta di una conferma di quanto aveva già notato Giuseppe Ruggieri: la condanna aveva tra gli obiettivi il gruppo dei cattolici comunisti che faceva capo a Franco Rodano.

Ma quell’articolo rivela qualcosa di più. Mostra, infatti, che il decreto si iscriveva all’interno di quella corrente integralista, radicata fin dalla crisi modernista di inizio secolo all’interno della curia romana, che, nell’apocalittico scontro in atto tra cattolicesimo e mondo moderno, scorgeva come un pericolo mortale, per la sopravvivenza stessa della Chiesa, l’infiltrazione al suo interno di quanti non fossero portatori della loro ideologia politico-religiosa. Essi minavano, infatti, quella compattezza cui i cattolici erano tenuti per realizzare l’autentico obiettivo cui doveva tendere il loro impegno temporale: uno ierocratico regime di cristianità.

Non a caso l’assessore del Sant’Ufficio – l’allora monsignor Alfredo Ottaviani – cui si può attribuire la paternità del decreto, era un esponente di questa corrente. Nel 1937 aveva visto che la sua bozza dell’enciclica Divini Redemptoris non era stata presa in adeguata considerazione nella redazione finale del testo. La contingenza fornita dai cattolici comunisti gli aveva offerto l’opportunità di dare pubblica veste formale alle sue convinzioni. Occorreva ribadire che, per i cattolici in politica, l’obiettivo non era un progetto di società rispondente a criteri di giustizia, ma l’edificazione dello Stato confessionale.

Non si trattava di una rivalsa personale. Era piuttosto una vittoriosa battaglia nella lunga guerra (caratterizzata anche da sconfitte), che gli integristi presenti in curia stavano conducendo per conformare alle loro vedute il governo della Chiesa universale.

Ne avrebbe scombinato i piani l’avvento al soglio di Pietro di un papa che aveva studiato il Concilio di Trento. Aveva così imparato che, nei tempestosi tempi moderni, una pastorale orientata dalla preoccupazione per la salus animarum era il criterio fondamentale per garantire una presenza della Chiesa nella storia.

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