In Italia 600-700mila Alzheimer, attenti ai campanelli d’allarme
I neurologi al Congresso SIN: “I monoclonali rallentano la progressione, i pazienti con forma lieve sono i candidati ideali per future terapie”
Autore: Carlotta Di Santo DIRE

Aumentano in Italia i pazienti con patologie neurologiche, facendo registrare numeri allarmanti. Sono oltre 7 milioni le persone che soffrono di emicrania, 12 milioni di disturbi del sonno e oltre 2 milioni quelle affette da decadimento cognitivo o demenza. Da una recente analisi della London School of Economics and Political Science nel Rapporto mondiale 2024, redatta da Alzheimer’s Disease International, emerge che tali patologie sono destinate a superare quota 3 milioni nel 2050. Preoccupa, in particolare, l’incidenza dell’Alzheimer: attualmente la malattia colpisce tra le 600-700mila persone, ma importanti novità sono in arrivo in ambito terapeutico, con alcuni anticorpi monoclonali in grado di modificare il decorso della malattia in pazienti con forme lievi.
Gli esperti, intanto, invitano la popolazione a non sottovalutare eventuali campanelli di allarme, come la perdita di memoria a breve termine, e lanciano un appello ai 500 centri per il decadimento cognitivo presenti su tutto il territorio italiano affinché facciano rete e condividano informazioni e casi clinici. Al momento in Italia ci sono più di un milione di pazienti affetti da demenza e circa 600-700mila da malattia di Alzheimer. L’aumento di queste patologie può riconoscere diversi fattori una motivazione, intanto, è l’invecchiamento della popolazione nel mondo occidentale: sappiamo infatti che l’età è il fattore di rischio più importante per le malattie neurodegenerative; ma ci sono anche altri fattori, tra cui anche una diagnosi più precoce e migliore rispetto al passato, quindi di fatto stiamo diagnosticando più pazienti rispetto a quello che avveniva un tempo. Tra i campanelli d’allarme a cui si deve prestare attenzione per la malattia dell’Alzheimer, la più comune causa di demenza (rappresenta il 55-60% di tutti i casi), ci sono sostanzialmente le dimenticanze quindi una perdita della memoria soprattutto a breve termine- ha spiegato l’esperta- che può farci dimenticare che cosa abbiamo fatto il giorno prima o dove abbiamo lasciato la macchina. Sono queste piccole dimenticanze nella vita quotidiana che devono essere considerate come un campanello d’allarme. Per quanto riguarda le novità in ambito terapeutico, intanto, queste riguardano soprattutto un anticorpo monoclonale che si è rivelato efficace nel rallentare la progressione della malattia nei casi lievi o precoci. Ma quali pazienti potranno beneficiarne? “Negli ultimi anni ci sono delle novità molto importanti nel campo della demenza e della malattia di Alzheimer perché per la prima volta cominciano a venire fuori dei farmaci ‘disease modifying’, cioè in grado di modificare il decorso della malattia, che vanno ad agire proprio sui meccanismi patogenetici della malattia stessa: si tratta di anticorpi monoclonali che liberano il cervello dalla proteina amiloide, che è alla base del processo patologico dell’Alzheimer. I pazienti che potranno verosimilmente beneficiare di queste terapie sono quelli nelle fasi molto precoci di malattia, per questo è molto importante una diagnosi precoce, anche con l’utilizzo di biomarcatori che ci aiutino nella precisione diagnostica.
I numeri sul decadimento cognitivo e la demenza, nel nostro Paese, dunque, sono altissimi. Questo vale naturalmente anche per l’Alzheimer una patologia neurodegenerativa età-dipendente, che quindi aumenta man mano che la popolazione invecchia. Si stima che ci siano almeno un milione di persone affette da demenza e altrettante da disturbi cognitivi lievi. Una differenza, questa, che si fa in base non solo alla gravità cognitiva ma anche all’indipendenza funzionale. I pazienti in forma lieve sono completamente indipendenti dal punto di vista lavorativo e sociale, ma lamentano delle difficoltà cognitive, a volte faticano a trovare la parola giusta, a orientarsi in posti che non conoscono o a ricordare eventi, anche banali, accaduti per esempio il giorno prima. Su questa popolazione in particolare stiamo affinando le nostre capacità diagnostiche, perché sono i candidati ideali per futuri trattamenti che rallentano o modificano in qualche modo la traiettoria delle malattie”.
Ma quali sono i maggiori fattori di rischio? Sono molti. La familiarità è forse la condizione che più preoccupa la persona che viene da noi, ma non ha un valore così forte come lo può pensare il singolo individuo. Nel senso che se si è sperimentata la condizione di una famiglia in cui c’è un paziente affetto da malattia di Alzheimer, questo fa molta paura. In realtà, le forme con una determinazione e un rischio genetico sono rarissime e quasi esclusivamente a carico di pazienti molto giovani, in cui la ricorrenza di demenza giovanile è presente in più generazioni. Insomma, avere un parente affetto in famiglia per noi clinici non è una determinante forte per definire il rischio”.
Ci sono invece una serie di fattori metabolici, stili di vita, salute cardiovascolare, che possono e devono essere intercettati perché se trattati e modificati in età adulta, mi riferisco intorno ai 40-50 anni, possono proteggere il cervello e rafforzarlo nel difendersi dalla malattia che, come sappiamo, inizia con il deposito di amiloide molti anni prima. Quindi il nostro cervello ingaggia una lotta contro questa tossicità e la lotta è tanto più efficace quanto più il cervello è sano”. In Italia, intanto, esistono sul territorio molti centri dedicati all’Alzheimer, ma non sono in connessione tra di loro. Qual è, invece, l’importanza di condividere informazioni e casi clinici? Nel nostro Paese i centri di decadimento cognitivo, che sono più di 500 e nati da molti anni, si sono organizzati in base alle esigenze e alle disponibilità locali- ha fatto sapere l’esperta- Quindi ci sono dei centri che per essere inseriti all’interno di una dimensione di ricerca, universitaria o di grandi ospedali si sono subito proposti per esempio per la diagnosi biologica, utilizzando marcatori di imaging, proprio perché avevano un assetto che permetteva questo.