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“L’EREDITA’ DI TUCIDIDE NELL’EPOCA CONTEMPORANEA”

  • di

di RENZO TOSI  docente di Letteratura Greca nell’Università di Bologna, presidente della Associazione italiana di Cultura classica

1. Il metodo dello storico

(Da 1,20-23)

Gli uomini accolgono ugualmente, senza sottoporlo a verifica, quanto hanno sentito raccontare riguardo agli eventi precedenti, anche quando ciò si riferisce alle tradizioni della propria città. […] I più non si affaticano nella ricerca della verità e si volgono piuttosto  a quanto è a portata di mano.  Invece non sbaglierebbe chi si basasse sulle prove da me precedentemente esposte e ritenesse che i fatti avvennero come io li ho descritti, senza prestare fede al modo in cui i poeti li hanno celebrati e abbelliti né a come i logografi li hanno narrati, mirando più al diletto che si ricava dall’ascolto che alla verità. […] Riguardo ai fatti degli avvenimenti di guerra, non ho ritenuto giusto scriverli informandomi dal primo venuto, né come mi sembrava bene, ma ho esaminato nel modo più accurato possibile ciascuno di essi, sia quelli a cui sono stato personalmente presente, sia quelli che ho appreso da altri. Scoprire come si svolsero tali avvenimenti era difficile, dal momento che quanti presero parte a ciascuno di essi non dicevano le stesse cose riguardo agli stessi fatti, ma li riferivano ognuno a seconda della  simpatia che provavano per una delle due parti o del proprio ricordo. E il fatto che nella mia narrazione di questi avvenimenti non ci siano elementi favolosi la renderà forse meno piacevole all’ascolto, ma per me sarà sufficiente se quanti vorranno considerare la chiara verità dei fatti passati e di quelli futuri – che saranno uguali o simili a questi, in considerazione della natura umana – giudicheranno utile il mio lavoro. E’ un possesso destinato all’eternità piuttosto che un pezzo di bravura destinato ad un ascolto momentaneo. […] Ateniesi e Spartani cominciarono la guerra dopo avere rotto la tregua trentennale. […] Ritengo che la motivazione più autentica, ma la meno evidente a parole, sia stata la crescita della potenza di Atene e il fatto che incuteva paura a Sparta, così da costringerla alla guerra. Invece le motivazioni dichiarate apertamente da entrambe le parti, per le quali, rotta la tregua, entrarono in guerra, furono le seguenti. 

2. Il diritto del più forte e la sua giusta misura

(da 2,65)

Per tutto il tempo in cui Pericle fu alla guida della città in regime di pace la diresse con moderazione e la custodì con sicurezza, e sotto di lui essa divenne grandissima; quando poi scoppiò la guerra, anche in questo ne previde chiaramente la gravità. (6) Sopravvisse ancora per due anni e sei mesi e dopo la sua morte si dovette riconoscere ancora di più la sua preveggenza riguardo alla guerra. (7) Aveva detto infatti che gli Ateniesi avrebbero avuto la meglio se fossero rimasti tranquilli, prendendosi cura della flotta, senza ampliare il proprio impero nel corso della guerra e senza esporre a pericoli la città; essi, invece, fecero tutto il contrario e deliberarono altre azioni che sembravano estranee alla guerra. [..] Egli, potente per dignità e assennatezza, chiaramente incorruttibile, controllava il popolo senza privarlo della libertà e non era guidato da quello più di quanto lui stesso lo guidasse: non parlava infatti per adularlo, dal momento che aveva ottenuto il potere non con mezzi  illeciti, ma in virtù del suo merito, contraddiceva il popolo anche spinto dall’ira. […] Vi era quindi, di nome, una democrazia, ma di fatto un potere nelle mani del primo cittadino. I suoi successori, invece, che miravano ciascuno a primeggiare, si volsero ad affidare al popolo, per fargli piacere, gli affari della città. Per questo motivo si commisero molti errori, come accade in una grande città che possiede un impero, e tra questi la spedizione in Sicilia, che non fu tanto un errore di valutazione dei nemici contro cui si muoveva, quanto perché chi aveva deciso la missione non comprese le necessità delle forze inviate; inoltre a causa delle calunnie private, dovute alla lotta per dominare sul popolo, finirono per indebolire le azioni militari.        

(5,104-105)

104. Meli: “Crediamo anche noi, siatene certi, che sia arduo lottare contro la vostra potenza e contro la sorte, se non sarà pari per entrambi; tuttavia confidiamo che non ci troveremo in una situazione di inferiorità per quanto riguarda la sorte che proviene dagli dèi, dal momento che noi, che li rispettiamo, ci opponiamo a chi non è giusto, mentre alla manchevolezza della nostra potenza pensiamo che soccorrerà l’alleanza con gli Spartani, che sarà costretta a recarci aiuto se non altro per vincolo di sangue e per il sentimento d’onore. La nostra baldanza, insomma, non è del tutto insensata”.

105. Ateniesi: “Ma per quanto riguarda il favore da parte degli dèi, neppure noi crediamo di essere da meno. Infatti non pretendiamo e non facciamo nulla che sia al di fuori di quanto gli uomini credono nei riguardi del divino o di quanto gli uomini desiderano riguardo a se stessi. (2) Siamo infatti convinti che per necessità di natura chi è più forte comandi sempre: che questo valga per la divinità lo crediamo per convinzione, che valga per gli uomini, invece, lo vediamo chiaramente. E non siamo noi ad avere posto questa legge e neppure siamo stati i primi a servircene, ma ne facciamo uso in quanto l’abbiamo ricevuta già esistente e la lasceremo nel futuro per sempre, convinti che anche voi, come altri, avreste fatto la stessa cosa se vi foste trovati ad avere la stessa potenza che abbiamo noi. (3) Riguardo dunque alla divinità, come è probabile, non temiamo di essere in condizione di inferiorità rispetto a voi; per quanto concerne invece l’opinione che avete a proposito degli Spartani, cioè la convinzione che essi verranno in vostro aiuto per una questione d’onore, pur esaltando la vostra ingenuità, non invidiamo la vostra pazzia. (4) Gli Spartani, infatti, si dimostrano di solito valorosi quando si tratta di loro stessi e delle loro consuetudini patrie; ma riguardo ai loro rapporti con gli altri, anche se sarebbe possibile dire molto su come si comportano, si potrebbe tuttavia in sintesi dimostrare come nel modo più evidente tra tutti coloro che conosciamo essi ritengano onesto quanto piace a loro e giusto quanto è a loro utile. Eppure una tale mentalità non si adatta alla vostra attuale irragionevole speranza di salvezza

3. La democrazia e la degenerazione del tessuto sociale

(da 2,37)

Abbiamo un sistema di governo che non imita le leggi altrui, ma siamo noi d’esempio agli altri piuttosto che imitarli. E riguardo al nome, siccome coinvolge nell’amministrazione non pochi, ma molti, è chiamato democrazia: riguardo alle controversie private tutti hanno gli stessi diritti di fronte alla legge, mentre per quanto riguarda la considerazione di cui uno gode nella vita pubblica, ciascuno è preferito in base al suo emergere in un determinato campo, non per la classe a cui appartiene, ma per i propri meriti, e d’altra parte se uno può giovare in qualche modo alla città, non ne è certo ostacolato dalla povertà o dall’oscurità dei  natali. Viviamo liberamente nella vita pubblica e anche per ciò che concerne i rapporti reciproci di tutti i giorni, non abbiamo i sospetti e non ci adiriamo nei confronti del vicino se egli fa qualcosa di cui prova piacere né ci infliggiamo a vicenda comportamenti tristi, che anche se non procurano danni, sono comunque spiacevoli a vedersi. (3) Se dunque intratteniamo rapporti privati senza offese reciproche, nella vita pubblica soprattutto la paura ci impedisce di commettere azioni illegali, per obbedienza a coloro che di volta in volta sono al comando e alle leggi, e di esse, in particolare, a quelle stabilite a difesa di quanti subiscono ingiustizia e a quelle non scritte, che arrecano a chi le viola una vergogna riconosciuta da tutti.

(da 2,51-53)

L’aspetto più terribile di tutta la malattia fu lo scoraggiamento che assaliva le persone quando si accorgevano di essere state colpite (si abbandonavano alla disperazione, si abbattevano molto di più e non erano in grado di resistere), e poiché cercavano di curarsi gli uni gli altri, si contagiavano a vicenda e morivano come le pecore. […] Gli scampati, per la gioia del momento, nutrivano la vana speranza che mai nessun altra malattia li avrebbe uccisi.  [..] Anche i luoghi sacri erano pieni di cadaveri, dal momento che morivano proprio lì. Diventando infatti il male intollerabile, gli uomini, siccome gli uomini ignoravano cosa sarebbe stato di loro, finivano per disinteressarsi di quanto era sacro e santo. Tutte le consuetudini a cui essi si attenevano in precedenza riguardo alle sepolture furono sconvolte e ciascuno seppelliva come poteva. […]  Anche riguardo ad altri aspetti la malattia diede inizio per la prima volta, per la città, a comportamenti illegali. Infatti uno osava più facilmente ciò che in precedenza dissimulava di fare per il proprio piacere, perché assistevano ad improvvisi mutamenti tra coloro che vivevano in modo prospero e morivano improvvisamente e quanti prima non avevano nulla e poi entravano di colpo in possesso delle sostanze dei morti. Così ritenevano giusto godere rapidamente e con piacere, dal momento che consideravano parimenti effimere sia la vita sia le ricchezze. E nessuno era pronto a soffrire per ciò che veniva considerato degno, dal momento che non poteva sapere se sarebbe morto prima di raggiungerlo; quanto invece era piacevole al presente e quanto serviva per giungere ad esso, da qualunque parte venisse, questo divenne bello e utile. Nessuna paura degli dei o legge degli uomini li tratteneva, poiché da un canto ritenevano che fosse la stessa cosa venerare gli dei o non venerarli, visto che tutti morivano allo stesso modo, dall’altro nessuno sperava di poter vivere fino a rendere conto delle colpe commesse e a pagarne le pene: ritenevano che fosse molto più grave la pena già stabilita e che incombeva sul loro capo ed era naturale che godessero qualcosa della vita prima che si abbattesse su di loro.

(da 3,82)

82. Sulle città in preda a sedizioni si abbatterono molti e gravi malanni, sempre avvenuti e che sempre avverranno finché la natura umana sarà sempre la stessa, ma più o meno violenti e differenti nelle loro forme a seconda di come si presentano i mutamenti delle circostanze. Infatti in tempo di pace e in condizioni di prosperità le città e i cittadini nutrono migliori intenzioni perché non cadono in condizioni particolarmente gravi; la guerra, invece, che priva gli uomini delle risorse quotidiane, è maestra violenta e rende le passioni della folla conformi alle esigenze del momento. […] Mutarono a loro arbitrio il valore consueto delle parole sulla base delle circostanze. Infatti l’audacia dissennata fu considerata coraggio esercitato a favore dei compagni, la cautela prudente fu ritenuta viltà mascherata da un bel nome, la saggezza maschera della vigliaccheria, l’avvedutezza nei confronti di ogni circostanza inerzia verso tutto. La violenza folle fu ritenuta propria dell’uomo, mentre riflettere per agire contro il nemico in modo sicuro fu ritenuto un ragionevole pretesto per rifiutare l’azione. (5) Chi si adirava era sempre degno di fede, chi si opponeva sempre sospetto. Chi aveva successo nel tendere insidie era un uomo intelligente e se ne aveva intuita l’esistenza era ancora più astuto; chi invece provvedeva in modo che non vi fosse bisogno di nessuna di queste due cose era giudicato come un distruttore della propria parte politica e impaurito dai nemici. In pratica era lodato colui che preveniva chi aveva intenzione di fare del male e chi incoraggiava a commetterlo persone che non erano intenzionate a farlo. E il vincolo di parentela divenne meno forte rispetto a quello di appartenenza politica, per la maggiore prontezza, in quest’àmbito, ad osare senza esitazioni; infatti queste associazioni politiche non si formavano in vista di vantaggi ottenuti nel rispetto delle norme vigenti, ma per il desiderio di avere di più nel disprezzo delle leggi già esistenti. Ed essi rafforzavano le reciproche garanzie non per mezzo della legge divina quanto piuttosto con la violazione comune delle leggi umane. [..] Vendicarsi di qualcuno era considerato più onorevole che non subire un affronto. E i giuramenti di rappacificazione, se mai avvenivano, avevano forza sul momento, di fronte alle situazioni di difficoltà in cui versava ciascuna delle due parti, che non aveva altra possibilità; ma colui che, quando si presentava un’occasione favorevole, era il primo a riprendere coraggio, se vedeva il nemico senza difese, provava maggior piacere a vendicarsi su di lui approfittando della sua buona fede, piuttosto che farlo apertamente, e faceva calcoli basandosi sulla propria sicurezza e sul fatto che, avendo prevalso per mezzo dell’inganno, si conquistava come premio la stima di essere considerato sagace. La maggior parte degli uomini preferiscono essere definiti abili, anche se malvagi, piuttosto che malaccorti pur essendo onesti, e di questo fatto si vergognano, mentre dell’altro si vantano. La causa di tutto ciò era la brama di dominio dovuta all’ambizione e all’avidità e da queste stesse derivava anche l’ardimento di quanti miravano alla vittoria. Nelle città, infatti, i capi dei partiti, ciascuno usando belle espressioni, cioè affermando di preferire il popolo e un governo fondato sull’uguaglianza dei diritti o una saggia aristocrazia, preoccupandosi a parole degli interessi comuni, in realtà li rendevano compenso della loro lotta; e lottando in ogni modo tra loro per avere la meglio, osarono compiere le azioni più terribili e portarono a termine vendette sempre più grandi, non ponendosi come limiti ciò che era giusto ed utile per la città, ma definendo questi concetti sulla base del piacere che di volta in volta l’una e l’altra parte individuavano, e per mezzo di una condanna sostenuta da una decisione ingiusta o con l’uso della forza erano pronti a saziare la brama di vittoria del momento. E così nessuna delle due parti esercitava la rettitudine, ma godevano di migliore fama quanti si comportavano in modo odioso sotto una bella apparenza di discorsi. I cittadini che invece rimanevano neutrali venivano uccisi dagli uni e dagli altri o perché non partecipavano insieme a loro allo scontro o per l’odio che suscitavano perché sopravvivevano.

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