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LETTERA ALLA COMUNITÀ EBRAICA DI BOLOGNA

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LETTERA ALLA COMUNITÀ EBRAICA DI BOLOGNA
Cari Amici,
vi ringraziamo della vostra risposta alla nostra lettera, che indica un’apertura al dialogo
tra noi, che resta possibile purché nessuno pensi che l’altro voglia “pontificare” con i
suoi argomenti.
Vogliamo subito ribadire che, non “a differenza di voi”,siamo profondamente sensibili
ai patimenti degli Ebrei di Israele, sommati a quelli dei Palestinesi di Gaza, ma
pensiamo che se si scompone questa somma non considerando i pluriennali patimenti
vicendevolmente inflitti come causa scatenante delle rispettive violenze, nessun
discorso attendibile si può fare né per l’oggi né per il futuro. Non si può nemmeno dire
che è questione di proporzione, che fino a un certo punto la devastazione e la strage
sono la misura giusta che la popolazione di Gaza si è meritata. A ciò si può aggiungere,
sul piano dei sentimenti e della comunicazione di massa, che purtroppo l’entità, la
durata e le intenzioni dichiarate della offensiva israeliana a Gaza, hanno funzionato
come un colpo di maglio sul manifestarsi e perdurare dello sdegno per la efferata
azione terroristica del 7 ottobre.
La cosa che più ci preoccupa nella risposta ricevuta è la vostra reiezione dell’ONU. Se
essa ha reiterato le sue pronunzie lo ha fatto in rapporto alle ripetute condotte dello
Stato di Israele, e di certo ha manifestato in questa e in altre occasioni i limiti gravi
della sua possibilità d’intervento, dominata com’è dalle grandi Potenze; ma se si
liquida l’ONU viene meno anche il virgulto di un ordinamento pacifico mondiale, che
è un inderogabile obiettivo se si vuole un futuro, e sarebbero anche per sempre
smentite le visioni universalistiche dei profeti d’Israele. Siamo anche sconcertati per
l’avallo. che forse vi è sfuggito nella vostra lettera, all’uccisione degli operatori
dell’ONU, ritenuti collusi con Hamas e perciò “entrati nel mirino dell’IDF”: avallo che
implicitamente si estende a tutte le uccisioni dei membri di Hamas e di quelli che sono
considerati collusi con essa, come Israele considera l’intera popolazione di Gaza e
molti dei cooperanti stranieri.
Riguardo alla ricostruzione degli eventi passati, non è nostra l’accusa di colonialismo,
che è un fenomeno moderno, mentre sappiamo bene che il rinnovato stabilimento in
quella Terra è la secolare aspirazione della storia ebraica, e oggetto della triplice
preghiera quotidiana degli osservanti. Tuttavia non si può dimenticare che fin
dall’inizio l’insediamento ebraico in Palestina è stato concepito come realizzabile solo
attraverso la violenza contro i “nativi”, come allora venivano chiamati i Palestinesi; lo
stesso Ben Gurion, uno dei padri fondatori, nel 1936 diceva all’Agenzia ebraica che era
«assolutamente fuori questione» che quel progetto si potesse realizzare attraverso un
accordo: «Gli Arabi non potranno mai accettare uno Stato di Israele se non dopo
essere arrivati alla completa disperazione», e il fondatore dell’Irgun, Jabotinsky,
scriveva nel 1923 che “qualsiasi popolazione indigena si opporrà ai nuovi arrivati
finché avrà la speranza di liberarsi dal pericolo di insediamento di stranieri”. La sola
strada, quindi, passava «dal muro di ferro, ossia dall’istituzione in Palestina di una
forza che non possa in alcun modo essere modificata dalla pressione araba… O
sospendiamo la nostra attività insediativa o andiamo avanti senza prestare attenzione
allo stato d’animo dei nativi. Gli insediamenti dovranno così svilupparsi sotto la
protezione di una forza che non dipende dalla popolazione locale, dietro un muro di
ferro che essi non possono infrangere”.
Ci si può chiedere peraltro se tale nuovo radicamento ebraico in Israele possa avvenire
solo nella forma di uno Stato, concepito secondo la violenta ideologia moderna, e in
ogni caso fino a quanti morti, a quante distruzioni, a quanti dolori, anche secondo il
punto di vista ebraico, è lecito perseguire la definitiva sicurezza di questa realizzazione;
né si può pensare che quella che viene considerata la missione ebraica nel mondo, si
possa onorare solo nello Stato di Israele e non anche nella condizione della Diaspora,
a cui ci siamo rivolti nella nostra lettera. Altrimenti anche questo sarebbe “un sogno
irenico”; E anche noi ci chiediamo, con Gershom Sholem, se questa realizzazione
storica del “ritorno a Sion” “potrà mantenersi senza precipitare nella crisi dell’istanza
messianica”.
Infine ci teniamo a precisare che il nostro riferimento alla problematica delle
migrazioni in Italia e negli altri Stati, non si riferiva affatto ai profughi palestinesi che,
se scacciati da Israele, avrebbero comunque il diritto d’asilo quale che sia il loro
numero, ma si riferiva al problema strutturale delle migrazioni e dello scambio tra i
popoli che è ormai un problema ineludibile del nostro tempo, oggi criminalizzato da
cattivi governanti.
Con rinnovati cordiali saluti,
per i firmatari della Lettera AI NOSTRI CONTEMPORANEI DEL POPOLO EBRAICO DELLA
DIASPORA

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