
“Irritabilità” non è una malattia, le reazioni che essa comprende sono spesso comportamenti appresi.
di Daniela Mariani Cerati, medico, Bologna
Il risperidone è stato approvato dalla Food and Drug Administration il 6 ottobre 2006 per il trattamento dell’irritabilità associata al disturbo autistico per minori dai 5 ai 16 anni. Il 20 novembre 2009 l’aripiprazolo è stato approvato dalla FDA con la stessa indicazione.
Il termine irritabilità è molto vago. Cosa significa?
“Molti bambini e adolescenti con ASD si autoaggrediscono, distruggono gli oggetti, hanno arrabbiature dirompenti, e fanno altre cose che riducono la qualità della loro vita, limitano la loro libertà e indipendenza e pongono seri problemi a chi sta loro vicino (Matson & Rivet, 2008; Matson et al., 2011; Minshawi et al., 2014; Summers et al., 2017). I medici frequentemente vedono questi comportamenti come indicatori di “irritabilità” e risperidone e aripiprazolo sono entrambi approvati dalla FDA per trattare l’irritabilità in bambini e adolescenti con ASD.
“Irritabilità” non è una malattia, e le reazioni che essa comprende sono spesso comportamenti operanti appresi che spesso possono essere trattati efficacemente con interventi non farmacologici (Poling et al., 2017)”.
Alan Poling ha affrontato il tema del trattamento non farmacologico dell’irritabilità, in alternativa agli psicofarmaci, in diverse occasioni. Dalla sua relazione ad un convegno del 2017 riporto quanto segue:
“Se si affrontano i comportamenti dirompenti con i soli farmaci, non si implementano comportamenti alternativi, azione imprescindibile quando tali comportamenti sono affrontati con l’analisi comportamentale, in base alla quale di un comportamento indesiderabile si deve fare un’analisi funzionale e si deve insegnare un comportamento accettabile che abbia la stessa funzione”.
In conclusione: dare una pillola è facile; fare un’analisi funzionale dei comportamenti problema e implementare comportamenti alternativi è difficile. Richiede la presenza di professionisti formati, pronti a intervenire al bisogno e a percorrere un lungo iter di diagnosi funzionali e trattamenti abilitativi. Ma la strada da seguire per il bene presente e futuro di bambini e adolescenti non deve essere quella più facile, ma quella che porta a miglioramenti sostanziali e duraturi della qualità della vita e non ai tanti e gravi effetti indesiderati nel breve e nel lungo termine degli psicofarmaci, i quali non vanno demonizzati, ma usati monitorando la loro efficacia, non scontata, e prevedendo fin dall’inizio una loro possibile sospensione.