
“Restiamo anime dannate, la convivenza non sarà possibile”
dalla nostra inviata
Francesca Caferri
TEL AVIV — «Come stare sull’orlo di un vulcano». Dorit Rabinyan descrive così gli ultimi giorni di Israele, l’aria pesante che da giorni taglia questo Paese: spaccato, rabbioso, triste, speranzoso. E forse, ora, veramente, arrivato a una svolta. Non è uno sguardo comune quello di questa scrittrice, 52 anni, che i critici considerano “di punta” nell’ondata seguita ai tre maestri (Amos Oz, David Grossman, Abraham Yehoshua): nel 2014 il suo Borderlife divenne un caso editoriale in tutto il mondo, raccontando la storia d’amore fra una ragazza ebrea e un giovane musulmano. Le vendite si moltiplicarono ulteriormente quando il ministero della Cultura di Tel Aviv ordinò la messa al bando del testo in Israele, proprio in ragione di un contenuto considerato troppo politicamente scorretto.
Dopo il 7 ottobre 2023 Rabinyan, che per anni aveva contato fra i suoi amici dozzine di palestinesi, disse a noi e ad altri giornalisti di «non riuscire più a sentire il dolore dei palestinesi» di «non vedere più un futuro condiviso»: lo specchio più sincero di una nazione scioccata e dolorante, spezzata anche nelle sue anime più illuminate.
Signora Rabinyan, che Paese è quello che aspetta di cambiare pagina con questo accordo?
«È difficile dirlo: posso raccontarle di me e di chi ho intorno. Siamo anime dannate: riusciamo a preservare la nostra sanità mentale un paio di volte al giorno, quando — chissà come — prendiamo le distanze da ciò che ci circonda. Ma dura poco. Poi la sofferenza che stai cercando di evitare torna, perché non può essere contenuta. Pensi a chi ha perso tutto, a chi aspetta, a chi non tornerà…».
Compresi i palestinesi?
«So a cosa si riferisce. Non mi pento delle parole che ho detto dopo la strage: nei primi giorni, contavamo i corpi, gli scomparsi, eravamo tutti sotto shock. Attaccati, violentati, spariti. Poi ho capito, quindi sì: compresi i palestinesi. Con loro noi israeliani condividiamo il destino di essere cittadini di questo conflitto, veniamo da due gruppi etnici distinti, ma abbiamo un destino comune. Non rinnego ciò che dissi dopo il 7 ottobre, è stato faticoso vedere l’altro: ora riesco a farlo».
Lei è fra i pochi: qui in Israele dal
7 ottobre 2023 dell’“Altro” si parla quasi solo in termini di nemico…
«Ha ragione. I media israeliani non mostrano mai il dolore degli altri. Io per capire leggo la stampa straniera: ma le assicuro che quella di essere un israeliano che vede la fotografia intera è una condizione misera».
Che Paese uscirà da questa crisi?
«Difficile dirlo. Non siamo neanche riusciti a iniziare il processo di elaborazione del lutto: per colpa di questo governo che continua a farci vivere lutti tutti i giorni. Giovanissimi soldati che muoiono senza scopo, ostaggi ritrovati cadaveri nei tunnel. Temo che quando ci sveglieremo, ci ritroveremo più a destra di un anno e mezzo fa, più religiosi, più cattivi: già prima del 7 ottobre la situazione dei diritti umani e i rapporti con i palestinesi erano a un punto minimo. Ora sarà peggio. A consolarmi c’è solo il fatto che in questi mesi di manifestazioni e proteste ho incontrato persone bellissime, gente pronta aimmaginare un futuro diverso: in loro ripongo speranza. Noi ebrei ci diciamo spesso che, essendo stati per secoli una minoranza perseguitata, abbiamo una capacità di resilienza superiore alla media e che su di essa possiamo fare affidamento».
“Minoranza perseguitata” è un’espressione che oggi in Europa molte persone userebbero per i palestinesi, più che per Israele…
«E io lo capisco. La loro sofferenza è di un altro livello: non posso comprenderla del tutto io che sono israeliana e dall’altra parte della barricata, ma non potete comprenderla neanche voi in Europa. Noi tutti abbiamo diritti, libertà, privilegi, che ai palestinesi sono stati tolti: non solo da noi israeliani, ma anche da chi li ha guidati in questi anni. Non è facile vivere in questa zona di mondo, soprattutto oggi. Sarebbe bello tornare solo al sogno della pace che avevamo prima: non è possibile. È come quando penso all’Italia, all’affetto che ho percepito dai miei lettori lì: so che se tornassi oggi non sarebbe più così, che noi scrittori ebrei non siamo più i benvenuti. Può sembrare una cosa piccola, ma per me è uno schiaffo in faccia che mi ricorda che tutto è cambiato».