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L’ambientalismo ideologico?

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La fobia di Meloni: l’ambientalismo ideologico

Andrea Tilche*, 22 gennaio 2025

Fino a un paio di settimane fa l’Italia è stata Presidente di turno del G7, con grande gioia della Presidente del Consiglio per l’esposizione internazionale che il ruolo ha comportato. Quindi Giorgia Meloni non può non riconoscere le parole di cui lei è stata la prima firmataria nel comunicato finale della riunione dei Capi di Stato e di governo:

            … We reiterate our determination to address the triple global crisis of climate change, pollution, and biodiversity loss. We remain steadfast in our commitment to the Paris Agreement and keeping a limit of 1.5°C global temperature rise within reach […]. Our goal remains unchanged, to provide a substantial contribution to efforts to reduce global GHG emissions by around 43 per cent in this critical decade and by 60 per cent by 2035, relative to the 2019 level. We underline that this is a collective effort and further actions from all countries, especially major economies, are required in order to peak global GHG by 2025 at the latest and achieve net-zero by 2050.

We commit to submitting ambitious 1.5°C aligned NDCs, which will be catalysts for investments, with economy-wide, absolute reduction targets, covering all GHGs, sectors and categories. … We will transition away from fossil fuels in energy systems in a just, orderly, and equitable manner, accelerating actions in this critical decade, to achieve net-zero by 2050 in keeping with the best available science. … We reaffirm our commitment to achieve a fully or predominantly decarbonized power sector by 2035 […] in a timeline consistent with keeping a limit of 1.5°C temperature rise within reach, in line with countries’ net-zero pathways.

Nella parte dedicata a Energia, Clima e Ambiente, più volte il comunicato insiste su fare il possibile per mantenere l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale entro 1,5 °C, accelerando le azioni nel corrente decennio critico, per raggiungere l’obiettivo dello zero netto di emissioni entro il 2050, mantenendosi in linea con la migliore scienza disponibile.

L’Italia è poi membro del Gruppo Inter-governativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change), che riassume nei suoi Rapporti periodici la migliore scienza disponibile. Questo organismo ha approvato nel 2023 il suo 6° Rapporto in cui si parla di “inequivocabile” ruolo della CO2 (e di altri gas a effetto serra) emessi dalle attività umane come causa del riscaldamento globale. Si riafferma che soltanto azzerando le emissioni nette di CO2 si potrà arrestare il riscaldamento globale e si definisce che le migliori stime del “budget di carbonio” (la quantità di emissioni ancora possibili per restare entro 1,5 °C di riscaldamento globale con una probabilità del 50%) sono di 500 miliardi di tonnellate (Gt) di CO2 a partire dal 2020. Quindi, considerando che dal 2020 ogni anno abbiamo globalmente emesso una media di circa 36 Gt CO2, la migliore scienza disponibile ci dice che per restare entro 1,5 °C, a emissioni correnti, avremmo ancora al massimo una decina d’anni di tempo, e quindi sollecita tutti i governi ad una rapida azione, in particolare quelli dei paesi più industrializzati che hanno maggiori responsabilità storiche per le emissioni accumulate in più di due secoli di sviluppo industriale. Dato che la CO2 di origine fossile si accumula nell’atmosfera e non sparisce, per avere più tempo per rimuovere le emissioni più difficili da azzerare è più che evidente come sia più conveniente eliminare stabilmente tutte le emissioni che si possono, da subito. Rimandare l’abbattimento delle emissioni a un tempo futuro – quando avremo consumato già il “budget di carbonio” disponibile – non ci permette di raggiungere l’obiettivo.

Il discorso del paragrafo precedente non è una dichiarazione di un’organizzazione ambientalista radicale, ma un semplice riassunto di quello che dice la migliore scienza disponibile, alla quale fa riferimento il comunicato finale del G7 2024, prima firmataria Giorgia Meloni.

Stupisce quindi la giravolta a cui la Presidente del Consiglio ci ha fatto assistere dagli Emirati qualche giorno fa, quando ha presentato il suo pensiero energetico basato su alcuni pilastri di non immediata lettura: 1) la decarbonizzazione non deve comportare la desertificazione economica e quindi si deve avere un approccio alla transizione energetica “non-ideologico”; 2) non solo rinnovabili ma anche metano, biocombustibili, e nuove tecnologie come la fusione nucleare; 3) interconnessioni, per far diventare l’Italia un hub (perno) energetico per Africa ed Europa, annunciando anche un accordo tripartito Italia-Albania-Emirati per produrre energia verde in Albania e trasferirla con un cavo sottomarino in Italia.

Vediamo meglio questi tre punti cominciando dalla transizione non-ideologica che la Presidente del Consiglio e membri della sua maggioranza evocano da un po’ di tempo, scagliandosi contro  un nemico che chiamano “ambientalismo ideologico”. Trattandosi di transizione energetica per cui si deve abbandonare l’uso dei combustibili fossili – di cui tra l’altro l’Italia è totalmente dipendente dall’estero e in balia della volatilità dei prezzi – un marziano che non conoscesse la nostra politica si chiederebbe perché gli strali della Presidente del Consiglio non sono scoccati contro le grandi compagnie petrolifere e del gas. L’ambientalismo molto poco radicale di casa nostra non chiede altro che si ascolti la migliore scienza disponibile, come recita il comunicato del G7. Imputare poi alla decarbonizzazione una supposta desertificazione economica non sta in piedi. La crisi dell’auto europea – molti articoli zeppi di dati lo hanno dimostrato – viene da lontano e da mancate scelte di innovazione che non possono essere imputate al Green Deal europeo. Tutte le valutazioni d’impatto presentate dalla Commissione Europea a supporto delle proposte innovative del Green Deal, poi diventate leggi europee, mostrano che la transizione energetica può portare vantaggi economici e nuova occupazione. Ma i governi devono promuovere l’innovazione e spiegarla ai cittadini, non remare contro. La campagna di disinformazione condotta da canali governativi e sulla stampa di destra contro la transizione verso l’auto elettrica ne è un tipico esempio. Invece di concentrare i sussidi su questa motorizzazione, capace di abbattere da subito più del 50% delle emissioni da traffico, e spiegare ai cittadini che il maggior costo d’acquisto veniva recuperato rapidamente per chi fa alte percorrenze (chiedetelo ai tassisti!) dalla molto inferiore spesa energetica e dalla mancanza di manutenzione – e magari introdurre misure di leasing sociale, come in Francia, per superare lo scoglio della differenza di prezzo d’acquisto -, sono stati dati sussidi anche per le auto tradizionali a combustione interna. Quei (purtroppo) pochi possessori di auto elettriche dovrebbero ricevere almeno un encomio per aver fatto una scelta dal grande rilievo sociale per il calo delle emissioni e per aver contribuito a portare via dalle città l’inquinamento atmosferico, causa ogni anno di decine di migliaia di morti presunte e di decine di miliardi di Euro di costi sociali – come anche certificato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (vedi il rapporto annuale sui sussidi ambientalmente dannosi e favorevoli).

Veniamo alla fobia di Meloni e del suo governo contro il cosiddetto “ambientalismo ideologico”. Credo che questa terminologia sia stata coniata contro coloro che chiedono rapidità di azione, in particolare nello sviluppo delle fonti rinnovabili e nella riduzione contemporanea delle fonti fossili, nonché sul rispetto degli impegni presi con i partner europei. Del resto il governo ha già reso note sue posizioni critiche alla legislazione europea, chiedendo la revisione del regolamento sulle emissioni delle automobili permettendo auto tradizionali alimentate a biocombustibili (con profili emissivi e di inquinamento molto superiori alle auto elettriche), chiedendo di cambiare il regolamento che istituisce una tassa sul carbonio su una serie di prodotti importati, e ventilando la necessità di una revisione generale di ammorbidimento delle politiche del Green Deal. Ma non solo, anche perché da diversi esponenti della attuale maggioranza si sentono posizioni del tipo “…cosa conta l’Italia che rappresenta soltanto l’1% delle emissioni globali. Che riducano prima le emissioni i cinesi…!”.

E qui cominciamo a capire chiaramente che la firma della Presidente del Consiglio in calce al comunicato del G7 è stata fatta incrociando le dita dietro la schiena, oppure è frutto di una totale ignoranza sulle cause e i rischi dei cambiamenti climatici. Non si può sostenere che l’Italia sia in prima linea nel mantenere raggiungibile l’obiettivo di 1,5 °C, utilizzando la migliore scienza disponibile, se si fanno poi proposte e dichiarazioni simili. Forse che la Presidente del Consiglio, con la sua partecipazione plaudente all’insediamento di Trump, ha voluto dare anche il suo assenso al nuovo abbandono statunitense degli Accordi di Parigi?

L’Italia deve gran parte della sua prosperità all’appartenenza all’Unione Europea e al suo mercato unico, che consente di contare su una platea di circa 450 milioni di cittadini consumatori. Le politiche climatiche, proprio per il loro impatto sul mercato unico, sono devolute all’Unione Europea, ed è la UE – rappresentata dalla Presidenza di turno del Consiglio in accordo con i governi e la Commissione – che negozia gli accordi climatici internazionali. Le politiche del Green Deal non sono altro che la traduzione in legge di accordi negoziati in anni di lavoro tra tutti i Paesi UE su come rispettare gli impegni dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Se si chiede il rilassamento di una politica del Green Deal, si deve proporre l’inasprimento di un’altra politica per far sì che gli effetti complessivi siano uguali. Altra conseguenza è che l’Italia è corresponsabile delle emissioni della intera UE, e non solo di quelle attuali – che rappresentano un 7% circa di quelle mondiali (che arrivano al 9-10% se calcolate sui beni consumati ma prodotti altrove) -, ma di quelle cumulative dall’epoca della rivoluzione industriale. La CO2 emessa allora è infatti ancora nell’atmosfera, e le emissioni cumulate dei Paesi UE sono circa il 17% del totale, ancora di poco superiori a quelle cumulative della Cina, e molto superiori a quelle di tutto il resto del mondo in via di sviluppo. È per questo motivo che i Paesi industrializzati sono chiamati ad avere una responsabilità maggiore nel processo di decarbonizzazione. Il “budget di carbonio” è per tutti, e ne deve essere lasciata una parte relativamente più consistente per lo sviluppo dei Paesi meno sviluppati. Emergono infatti rilevanti considerazioni etiche, storiche e di equità.

Rimandare poi la transizione energetica – come è parso di capire dall’intervento della Presidente del Consiglio negli Emirati – a quando sarà disponibile la fusione nucleare è semplicemente irresponsabile. Per quella tecnologia ci vorrà ancora molto, molto tempo, mentre ogni anno che passa perdiamo circa un decimo del “budget di carbonio” rimanente per restare in ambiti tollerabili – anche se molto costosi – di riscaldamento globale. Abbiamo a disposizione un gruppo di tecnologie rinnovabili per trasformare l’energia eolica, l’energia solare e la forza dell’acqua in energia elettrica, e queste tecnologie – in particolare eolico e fotovoltaico – costano sempre meno. Possiamo elettrificare i trasporti con energia rinnovabile, così come i riscaldamenti degli edifici con pompe di calore, e produrre combustibili “verdi” – come l’idrogeno da elettrolisi dell’acqua – o gas biologico da rifiuti organici per scopi energetici o industriali. Possiamo accumulare energia con sistemi sempre più performanti e creare reti di interscambio come quelle prospettate dalla Presidente nel suo discorso citato – anche se fare interscambio è ben diverso dal fare colonialismo energetico.

Per concludere, concordo in parte con la Presidente del Consiglio sulla necessità di superare la divisione tra Paesi sviluppati e in via di sviluppo, o meglio per alcuni di quei Paesi – come la Cina – che ormai sono da considerare sviluppati. Le emissioni pro-capite della Cina hanno superato quelle dell’Unione Europea da circa 7 anni e oggi equivalgono quelle del Giappone ma se consideriamo le emissioni sulla base dei consumi totali, comprensivi dei beni che noi ci facciamo produrre in altri Paesi, i consumi dei cittadini europei sono uguali a quelli cinesi, e la metà circa dei residenti negli Stati Uniti. È peraltro vero che, se si fa risalire al 1990 – data del Primo Rapporto dell’IPCC sul riscaldamento globale – il primo momento in cui è stata fornita una valutazione scientifica sulle cause antropiche dei cambiamenti climatici in corso, allora la Cina porta la responsabilità, almeno da quando ha superato le emissioni europee pro-capite, di aver ottenuto una crescita economica a spese del riscaldamento globale, entrando di fatto nel novero dei Paesi che si devono far carico globalmente dei maggiori oneri della transizione. Va peraltro riconosciuto che la Cina è oggi il Paese che investe più di tutti in tecnologie verdi. Nel 2023, IRENA riporta che più del 60% di nuova capacità di energia rinnovabile globale è stata installata in Cina, e questo trend, secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia, fa prevedere che al 2030 il 50% della potenza rinnovabile installata sarà in Cina.

In conclusione, basta prendersela con l’ambientalismo, che non è ideologico ma chiede – come il G7 – che si dia retta alla scienza per fermare il riscaldamento globale e contenere i suoi danni in spaventosa crescita. Bisogna prendersela con le compagnie dell’Oil&Gas e con i paesi produttori che ostacolano da anni gli accordi internazionali. Non facciamo promesse che non possiamo mantenere, la lotta al riscaldamento globale si fa oggi e la dobbiamo fare con gli strumenti che abbiamo oggi a disposizione. E possiamo farcela, riducendo con la transizione energetica gli immensi costi dei disastri naturali che si annunciano con un clima fuori controllo, e ottenendone anche un beneficio economico.

*Andrea Tilche insegna “Clean Technologies for the Energy Transition” all’Università di Bologna. Scienziato dell’acqua, ha lavorato per 20 anni alla Commissione Europea, ove è stato responsabile del programma di ricerca sui cambiamenti climatici, e ha rappresentato l’Unione Europea nell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). Ha pubblicato nel 2022 il testo “Sette lezioni sulla transizione climatica”.

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