
di Luigi Campanella, professore emerito nell’Università La Sapienza di Roma
L’esigenza crescente di protezione delle risorse idriche ha portato a trattamenti dei reflui sempre più complessi e performanti con il conseguente aumento dei fanghi di depurazione,smaltiti come rifiuto,malgrado contengano nutrienti preziosi per il suolo.Uno dei punti più importanti in materia riguarda la potenziale capacità di questi fanghi di sopperire al crescente impoverimento del suolo agricolo rispetto ai fosfati.Sono stati così considerati metodi di recupero dei nutrienti dai fanghi e la Svezia,tradizionalmente sensibile alle politiche ambientali,ha provveduto anche alla loro regolamentazione.I metodi correnti sono il monoincenerimento,energivoro ed inefficace ai fini della quantità dei nutrienti recuperati,la pirolisi più o meno apparentemente con gli stessi problemi e la carbonizzazione idrotermale.Questi ultimi due metodi convertono i fanghi in carbone ed altri prodotti liquidi e gassosi.Ancora un quadro completo di confronto fra i 3 metodi non è disponibile soprattutto in relazione al nuovo modello circolare di economia.In tutti e tre i metodi ci sono emissioni,in particolare di gas serra, che sono tuttora allo studio al fine di valutare anche comparativamente i relativi impatti ambientali.Altri impatti riguardano.la spesa energetica,che però dipende anche dalle forme di energia disponibili,il potenziale di eutrofizzazione,il potenziale di risorse inorganiche Ad oggi,risultati più recenti alla mano,ma gli studi sono ancora in.corso,in molti Paesi la pirolisi sembra il metodo migliore:il fango essiccato viene mantenuto per un certo tempo a temperatura compresa fra 350 e 500 gradi in assenza di ossigeno.Altri studi sono però necessari ed in corso adottando come metodo per la valutazione dell’impatto ambientale,quello del ciclo intero di vita in luogo di altri più strettamente differenziali.Anche per la concimazione azotata si registrano problemi a dimostrazione che l’agricoltura ragionata non è un’aspirazione culturale,ma una precisa esigenza produttiva.
Le concimazioni azotate se eseguite in grande eccesso possono comportare seri problemi ambientali:infatti la lisciviazione dei nitrati in corrispondenza di piogge abbondanti può portare a fenomeni di eutrofizzazione conseguenti a rilascio dell’eccesso di nitrati non assorbito dalle piante.C’è anche un danno più strettamente biologico:l’eccesso di nitrati allunga la fase vegetativa a scapito di quella riproduttiva,riducendo l’allegagione dei fiori e favorendo invece un apparato fogliare più esteso che richiede anche più acqua.Se si concima con urea l’ammoniaca prodotta può addirittura inibire la germinazione dei semi. Infine si possono produrre variazioni di pH che bloccano l’attività enzimatica dei microorganismi che popolano il suolo con perdita di biodiversità microbica che influisce anche sulla quantità di azoto biodisponibile alle piante.Per sopperire a questi inconvenienti si può ricorrere alle cover crops per trattenere l’azoto.Si tratta di colture vegetali che durante la loro crescita vegetativa immagazzinano nitrati impedendone la lisciviazione e rendendone invece possibile, alla fine del processo, il recupero.Le cover crops hanno ridotto il dilavamento dei nitrati di circa il 70%.Le specie più idonee a fungere da Cover crops sono le graminacee,le brassicacee,le erbacce non finalizzate alla raccolta ed,in misura minore, le leguminose.