
“Inutile strage”. Storia di un sintagma tra religione, etica e politica
di Daniele Menozzi, professore emerito nella Scuola Normale Superiore di Pisa, da “Il Regno” 2025/4, pp. 91-94.
Nel discorso pubblico di papa Francesco il sintagma “inutile strage” appare in maniera discontinua, ma con una certa frequenza. Il richiamo, comprensibilmente concentrato attorno alla partecipazione del pontefice alle numerose commemorazioni centenarie della Grande guerra che si sono dipanate dal 2014 al 2018, è stato poi più volte ripreso, anche nel recente viaggio in Lussemburgo e Belgio. La locuzione viene per lo più evocata con l’intento di definire il significato di ogni guerra, quelle passate al pari di quelle in corso. Eppure le origini dell’espressione sono piuttosto modeste. L’accostamento tra l’aggettivo “inutile” e il sostantivo “strage” compare, rapsodicamente, in qualche opera ottocentesca. Ad esempio lo si trova nel settimo tomo, pubblicato nel 1872, della traduzione italiana della Histoire universelle de l’église catholique. Grazie alla salda impostazione ultramontana e intransigente del suo autore, René François Rohrbacher, l’opera costituisce, nella seconda metà del diciannovesimo secolo, uno dei caposaldi cui le istituzioni educative della Chiesa affidano la formazione storica degli allievi. Ma è nel 1917 che “inutile strage” entra nel linguaggio politico. La locuzione appare infatti nella nota che il primo agosto di quell’anno Benedetto XV indirizza ai capi dei popoli belligeranti. Fin dall’inizio del conflitto il papa ha esortato alla pace, giungendo persino a qualificare la guerra come «suicidio dell’Europa civile». Ora decide di proporre una bozza di piattaforma attorno alla quale gli opposti schieramenti avrebbero potuto avviare un negoziato. Si propone così di far cessare un conflitto che, apparentemente senza vie d’uscita, continua ad accumulare distruzioni, rovine e morte non solo tra i soldati che combattono sui diversi fronti, ma anche tra i civili, in particolare tra coloro che la teologia della guerra cattolica definiva gli “innocenti”: bambini, donne, anziani. Il documento non è destinato all’opinione pubblica. La Santa sede lo fa circolare tra le cancellerie, anche quelle con cui non intrattiene rapporti ufficiali, adottando una scrupolosa osservanza delle regole del riserbo diplomatico.
Diventa pubblico solo in seguito ad una indiscrezione giornalistica compiuta dal quotidiano londinese The Times. É probabilmente originata da una valutazione politica del gabinetto inglese: lanciando il documento nel confuso e arroventato dibattito alimentato dalle contrastanti propagande di guerra, si può pensare di esimere i governi dal prendere in seria considerazione le proposte papali. Da quel momento comincia comunque il percorso che avrebbe reso l’espressione un’occorrenza assai presente nell’odierna infosfera. Ne ricostruisce le vicende, con puntualità e competenza, il libro di Giovanni Cavagnini, “Inutile strage”. Le avventure di una locuzione dalla Grande guerra a oggi, Biblion Edizioni, Milano, 2024, pp. 213. L’autore, che ha già prodotto diversi interessanti contributi sul rapporto tra cattolicesimo e violenza bellica (si veda il Regno/Attualità 20/2023, pp. 639-642), si misura qui con una prospettiva metodologica poco frequentata nel nostro paese: la declinazione linguistica dell’approccio culturalista al passato come via per restituirne una più profonda conoscenza. L’indagine parte dalla domanda sulla paternità dell’inserimento della locuzione nella nota pontificia. La storiografia aveva già accertato che la sua presenza risale alla seconda redazione del testo, mentre la memorialistica riconduce la sua persistenza nella versione finale alla ferma volontà dello stesso pontefice di respingere i dubbi, subito emersi all’interno della Segreteria di Stato, in ordine all’opportunità di mantenerla. Il libro avanza qualche ipotesi sull’autore della bozza, ma non risolve la questione.
Tuttavia Cavagnini aggiunge al dossier dei precedenti immediati – tra i più noti figura una lettera indirizzata al papa dal vescovo di Padova nel luglio 1917 – un ulteriore tassello. Si tratta di un articolo del quotidiano cattolico “Il Corriere d’Italia”, che, nel maggio 1916, in concomitanza con la battaglia di Verdun e la Strafexpedition sul fronte italiano, accosta un discorso del presidente americano Wilson alle posizioni di Benedetto XV, osservando che il loro impegno per la pace avrebbe evitato «l’accrescersi di inutili stragi». Se non è possibile chiarire con precisione i tramiti che fanno approdare il sintagma nella nota pontificia, la decisione della Santa sede, a seguito dell’indiscrezione giornalistica, di confermare il passo diplomatico compiuto, avvia il dibattito pubblico sul documento. Il libro lo segue accuratamente, anche valendosi di un’intelligente utilizzazione delle nuove risorse informatiche a servizio della ricerca storica. L’indagine si sofferma in primo luogo sui giornali. Un primo dato rilevante appare l’orientamento generale della stampa cattolica: l’attenzione è posta, non sulla locuzione, ma sulla proposta complessiva del papa. La qualificazione della guerra come inutile strage implica infatti una incrinatura nella teologia della guerra giusta. Questa si basa sulla tesi che, davanti ad una violazione dell’ordine, il ricorso alla violenza delle armi appare un male necessario per ripristinare la giustizia. Proclamandola inutile, tale principio viene ovviamente inficiato.
I giornalisti cattolici evitano dunque di insistere sulla espressione e di approfondirne il significato. Mirano in tal modo ad impedire che la comunità ecclesiale attribuisca al papa l’intenzione di allentare il sostegno alla mobilitazione patriottica cui l’episcopato italiano, sia pure con qualche differenza di accenti, l’aveva indirizzata dopo la cessazione della neutralità italiana. Tanto più che, in un momento in cui la soluzione della questione romana è ancora lontana, diffuso è il sospetto sul lealismo politico della Chiesa verso l’unitario Regno d’Italia. Ne sono testimonianza, oltre agli articoli della «Perseveranza», lo storico quotidiano della destra liberale, due importanti testate, «Il corriere della sera» e «Il popolo d’Italia». I contributi dei rispettivi direttori, l’interventista Luigi Albertini e l’allora nazionalista Benito Mussolini, si scagliano con veemenza proprio contro l’espressione “inutile strage”. Il primo vi coglie un’apertura alla «serpe neutralista»; il secondo, in un articolo rozzo e violento, la presenta come un invito «alla sedizione e alla rivolta» che ha per scopo la vittoria tedesca sull’Italia. L’individuazione di un nesso tra la locuzione e il disfattismo emerge anche in ambienti militari. Probabilmente è facilitata da un volantino propagandistico – poco conosciuto e opportunamente valorizzato dall’autore – che viene lanciato dall’aviazione austriaca sulle trincee italiane con il titolo Inutile strage. La preoccupazione dell’esercito trova la sua più importate manifestazione nelle dichiarazioni del generale Cadorna, che, dopo la rotta di Caporetto, per coprire l’incapacità dei vertici militari, ne attribuisce la responsabilità al pacifismo alimentato tra i soldati dalla nota pontificia e dalla propaganda socialista.
Tuttavia i risultati della commissione d’inchiesta sulla vicenda, pubblicati nel giugno 1919, scagionano il papa da ogni responsabilità. In effetti il sintagma non ha la circolazione paventata da nazionalisti, interventisti e bellicisti: lo attestano i rapporti dei prefetti che non ne registrano la presenza nell’opinione pubblica, nemmeno nel corso delle manifestazioni di protesta per le dure condizioni di vita imposte dall’economia di guerra. Ciò non significa però che sia privo di significative ricadute nell’opinione pubblica. Da tempo gli studi hanno messo in luce un episodio: la soppressione del cattolico «Corriere del Friuli», per intervento congiunto dell’autorità statale e ecclesiastica, in quanto il periodico attribuiva al sintagma la legittimazione dell’obiezione di coscienza al servizio militare. Il libro aggiunge una vicenda, meno conosciuta, ma emblematica. Nell’agosto 1922 il parroco di Poderobba (diocesi di Treviso) inaugura in chiesa una lapide a commemorazione dei parrocchiani caduti nel conflitto.
Al termine dell’elenco dei soldati scomparsi viene inserita questa frase: «vittime di inutile strage nella barbara guerra 1915-1918». La rabbiosa reazione dei fascisti attiva carabinieri e prefetto che impone, con il consenso del vescovo, la raschiatura di quelle parole. Il sacerdote affida allora ad un’amara nota scritta sul registro dei battesimi la narrazione della vicenda. Alla fine ripropone, in lettere maiuscole, la frase cancellata, introducendola con una inequivocabile affermazione: «Ma la verità è una sola».
Un indizio della risonanza della locuzione si trova anche in un articolo pubblicato su «Critica sociale» nel febbraio 1922 da Claudio Treves – il deputato socialista autore dell’altro slogan («il prossimo inverno non più in trincea») che nel 1917 aveva sollevato l’indignata mobilitazione degli ambienti bellicisti. Vi denuncia la mancata attenzione del mondo politico italiano all’espressione usata dal papa, collegandola all’opportunità di un’apertura verso la politica internazionale della Santa sede.
La singolare proposta, per quanto generica, offre la prospettiva di un terreno d’intesa tra le forze interessate alla costruzione di un’autentica pace. Non ha però seguito: non viene infatti raccolta dalla Chiesa italiana. Rimane così la semplice testimonianza di una di quelle alternative mancate che avrebbero potuto indirizzare la storia del nostro paese verso esiti diversi.
Dopo l’avvento del regime – e fino alla conclusione della seconda guerra mondiale – la presenza del sintagma nel discorso pubblico si assottiglia. Costituisce infatti l’espressione di una lettura del conflitto antitetica a quella, eroicizzante e sacralizzante, imposta dalla propaganda fascista. Non a caso, durante la crisi del 1931 sull’Azione cattolica, Mussolini la cita in un suo discorso, stigmatizzandola. Ai suoi occhi sono «parole criminose».
Meno protervo, ma sulla stessa linea, è il Ministero dell’educazione nazionale. Sollecita infatti i provveditorati a sottoporre agli studenti temi che mostrino l’assurdità dell’interpretazione della guerra come “inutile strage”. La locuzione viene invece valorizzata negli scritti degli antifascisti esuli all’estero. Tra questi vi è don Sturzo, che fa della riflessione sulle posizioni papali durante il primo conflitto mondiale il cardine del suo ragionamento sulle condizioni per l’organizzazione di una pacifica comunità internazionale.
Cavagnini si sofferma anche su un altro aspetto di grande interesse nella pur circoscritta diffusione della locuzione tra le due guerre. Inizia in quel periodo la riflessione storiografica sui contenuti della nota del 1917. Gioacchino Volpe la sviluppa nell’ottica nazionalistico-fascista, il sacerdote Francesco Vistalli e Filippo Crispolti (con la voce Benedetto XV sull’Enciclopedia italiana) ne illustrano il significato in chiave cattolica. Ma è Luigi Salvatorelli, sia pure in un breve articolo su «La Stampa», a manifestare le potenzialità conoscitive della libera indagine critica, ricordando che il sintagma aveva rappresentato un «monito ai governi», non «un grido di ribellione per i soldati».
Con l’avvio dell’età repubblicana si assiste ad una ripresa nella circolazione della locuzione. Nonostante l’ulteriore sforzo di approfondimento storico – di cui è emblema l’ampio e approfondito convegno su Benedetto XV e i cattolici nella prima guerra mondiale organizzato nel 1962 da Giuseppe Rossini – la sua diffusione prescinde da una adeguata contestualizzazione. Da un lato si assiste ad una banalizzazione derivante dal collegamento del sintagma a campagne propagandistiche (animalista, ecologista e, persino con l’autorevole avvallo della «Civiltà cattolica», per la sicurezza stradale). D’altro lato i primi conati del pacifismo cattolico inducono Primo Mazzolari e Igino Giordani a utilizzarlo per la condanna morale di ogni conflitto.
Una novità si registra anche nel magistero papale. Nell’udienza concessa nel maggio 1955 – dunque in piena guerra fredda – all’Associazione granatieri di Sardegna, Pio XII si augura di non dover assistere a «nuove inutili stragi». Certo Pacelli non intende riprendere l’espressione per mettere in questione quella tradizionale teologia cattolica della guerra cui è saldamente ancorato. Si era del resto ben guardato dal farvi ricorso durante il secondo conflitto mondiale. Ma è pur sempre significativo che, dopo l’unica occorrenza emersa nella nota pontifica del 1917, essa ritorni di nuovo nell’insegnamento pubblico del papato. È l’inizio di un crescente successo.
La ricezione dell’aggiornamento ecclesiale promosso dal Vaticano II ricolloca la Chiesa sullo scenario internazionale come un attore deciso a farsi promotore di pace. Non a caso la linea adottata da Paolo VI – la Chiesa fornisce la garanzia morale all’azione condotta dalle Nazioni Unite per assicurare la pacifica soluzione delle controversie internazionali – si accompagna alla ripresa della locuzione: il monito del predecessore, inascoltato nel 1917, finalmente può, dopo la tragica esperienza di due conflitti mondiali, trovare accoglienza tra gli uomini contemporanei. Ma l’iniziale attenzione di Montini si spegne rapidamente.
Non ne è ragione solo l’uso propagandistico del sintagma che viene compiuto negli ambienti della contestazione sessantottesca – anche tra gli esponenti del dissenso cattolico – per invocare quell’obiezione di coscienza alla leva militare che il papa rigetta. Con trasparente riferimento alla guerra in Vietnam, nel messaggio istitutivo della Giornata mondiale della pace egli infatti presenta la sottrazione a tale obbligo come frutto dell’«ignavia di coloro che temono di dover dare la vita al servizio del proprio paese», quando questo è impegnato nella difesa dei valori di libertà e giustizia.
Ancora più allarmante è agli occhi di Montini un altro aspetto. Dall’interno della comunità ecclesiale si levano autorevoli voci che chiedono di misurarsi con i nodi teologici posti dall’uso del sintagma da parte di Benedetto XV. Lo testimonia la famosa omelia pronunciata il 1 gennaio 1968 dall’arcivescovo di Bologna, cardinal Lercaro – ma redatta da Giuseppe Dossetti – per invocare l’interruzione dei bombardamenti americani in Vietnam.
Il discorso, nel ricordare che, in relazione alle guerre novecentesche, «la parola più concreta e incidente» era stata proprio quella a cui aveva fatto ricorso papa Della Chiesa, proclama che quel giudizio era «veramente non politico, non diplomatico, ma religioso». La perentorietà dell’affermazione appare piuttosto discutibile. È infatti difficile negare la natura politica di un documento intenzionalmente preparato e fatto circolare secondo le regole della prassi diplomatica.
Non è un caso che a lungo la storiografia, anche quella di matrice cattolica, si sia concentrata in maniera quasi esclusiva proprio sulla dimensione politico-diplomatica della nota pontificia. Lo attestano numerose iniziative: dal congresso su Benedetto XV e la pace, organizzato da Giorgio Rumi nel 1984 in seguito all’estensione al 1922 dell’apertura degli archivi vaticani, fino al convegno promosso nel 2014, per il centenario dell’inizio della Grande guerra, dal Pontificio Comitato di scienze storiche che pure ha voluto intitolarsi all’Inutile strage.
Eppure l’omelia di Lercaro ricorda un dato incontestabile: la dimensione etico-religiosa costituisce un elemento ineludibile della locuzione cui il papa aveva fatto ricorso nel 1917. In effetti, come si è ricordato, collocare l’uso della violenza bellica nel campo semantico dell’inutilità mette in gioco quella tradizione cristiana di moralizzazione dei conflitti che ha fatto perno sul principio che la guerra è legittima in quanto mezzo – gravido di mali, ma necessario – per ripristinare un giusto ordine nei rapporti tra gli uomini.
Si comprende dunque che Paolo VI – preoccupato del contenimento di quell’espansione comunista nel mondo che certo non ha scrupoli nel ricorrere alla violenza sia bellica che rivoluzionaria – abbandoni una locuzione che impone un ripensamento del tradizionale deposito dottrinale. Non esita invece a riprenderla Giovanni Paolo II, che dal 1978 al 1995 ricorre per ben cinque volte, più di tutti i predecessori messi assieme, al sintagma. Anzi, in occasione della prima guerra del Golfo nel 1991, lo inserisce nella speciale preghiera che redige per impetrare il conseguimento della pace.
Disparati sono però i significati dell’uso della locuzione da parte del pontefice polacco. Si possono ricondurre alla sua linea di governo: il rilancio della presenza della Chiesa in un mondo in cui vede dilagare una secolarizzazione che intende come scristianizzazione, fa aggio sullo scrupolo di ricorrere ad un linguaggio criticamente e filologicamente sorvegliato. Tuttavia un dato occorre rilevare. In occasione dell’Angelus domenicale del 7 marzo 1993, nel pieno delle guerre balcaniche, Wojtyla assicura l’impegno della Santa sede per mettere fine a «quest’inutile strage».
Come nota lucidamente Cavagnini, «era dal 1917 che un pontefice non usava la locuzione, per condannare un conflitto in corso, nominandolo apertamente». Ma, dopo il richiamo compiuto nel 1995, in occasione delle celebrazioni per il cinquantenario della conclusione della seconda guerra mondiale, l’espressione scompare anche dal magistero di Giovanni Paolo II. Si può ipotizzare che l’aggiornamento della dottrina della guerra giusta come via per individuare la risposta della Chiesa ai conflitti contemporanei – certificato dalla pubblicazione del catechismo della Chiesa universale – lo abbia orientato ad evitare il ritorno ad un’espressione che con quell’impianto teologico non può facilmente comporsi.
Intanto però nel discorso pubblico il sintagma trova un crescente successo. Ne è un primo veicolo il ricorso che ad esso fanno i gruppi che si oppongono alla produzione e all’uso delle armi, dal Movimento non violento fondato da Aldo Capitini, al Movimento antimilitarista internazionale, fino, per l’ambito cattolico, a Pax Christi. Anche gli attori politico-istituzionali – con un impiego assai variegato, che va posto in relazione con gli obiettivi che di volta in volta ciascuno di essi intende conseguire – contribuiscono alla sua diffusione.
Ma in questi decenni la principale via che ha assicurato la popolarità del sintagma è la sua banalizzazione, determinata dall’applicazione ai più diversi campi della vita sociale, in particolare a quello animalistico. La pervasività degli strumenti di comunicazione di massa ne determina poi una risonanza mediatica senza precedenti. Il culmine di questa circolazione è raggiunto nelle commemorazioni del centenario della Grande guerra.
Apparentemente si tratta di un esito straordinario: una locuzione, apparsa nel 1917 in un documento destinato al riserbo dei rapporti diplomatici, è diventata di uso comune. In realtà le cose sono più complicate. In effetti, per la crescente irrilevanza sociale della storiografia critica, ma non senza, come opportunamente ricorda Cavagnini, responsabilità degli stessi storici, l’impiego risulta assai disinvolto. Non solo perché appare per lo più avulso da ogni contestualizzazione, ma soprattutto perché viene svincolato dalla complessità dei problemi cui era legata la sua comparsa.
Benedetto XV aveva infatti connesso la qualificazione della guerra come “inutile strage” ad un generale discorso politico diretto alla futura costruzione di una comunità internazionale in cui le aspirazioni dei popoli si armonizzassero, tramite concordate riduzioni degli armamenti, progressiva fine della leva obbligatoria e formazione di un’efficace autorità arbitrale, in una pacifica convivenza planetaria. Né si può dimenticare che, sul piano religioso, l’espressione pone la questione del rapporto tra coscienza cristiana e dovere di obbedienza all’imposizione statale del ricorso alle armi.
Sotto quest’ultimo profilo incerto è anche il cammino percorso dalla Chiesa. Nella visita compiuta a Bologna nel 2017 papa Francesco ha voluto ricordare l’omelia pronunciata da Lercaro il primo gennaio 1968, stabilendo di fatto un filo diretto tra il sintagma apparso nella nota del 1917 e l’odierno approdo alla non-violenza attiva come comportamento che il Vangelo richiede al credente davanti alla guerra. Se il nesso non è certo infondato, l’itinerario è stato tutt’altro che lineare.
Esplicitarne i termini, gli snodi e le contraddizioni, non è solo esercizio di attivazione di una memoria criticamente avvertita sull’elaborazione effettuata dalla Chiesa davanti al manifestarsi della violenza bellica e alle sue trasformazioni nell’età contemporanea. Probabilmente aiuterebbe anche ad affrontare i conflitti attuali, dall’Ucraina a Israele, senza dover ricorrere ad un linguaggio che sembra far fatica a liberarsi dalle sedimentazioni del passato.
Daniele Menozzi