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Il ciclone Trump

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Il ciclone Trump.

Due libri che aiutano a spiegarne le ragioni

di Daniele Menozzi, professore emerito nella Scuola Superiore Normale di Pisa

dalla Rivista “Il Regno”

I primi atti compiuti da Donald Trump all’inizio del suo secondo mandato alla presidenza degli Stai Uniti hanno provocato un vero e proprio terremoto nell’opinione pubblica. Sono state infatti sconvolte le categorie con cui gli osservatori erano abituati a presentare le dinamiche del mondo contemporaneo.

Certo si può, forse non del tutto a torto, minimizzare la portata del mutamento. Ne è un esempio la traumatica trasmissione in diretta televisiva della riunione nella Sala ovale con il presidente ucraino Zelensky. Diffusa con il palese intento di ridicolizzarne la pretesa di continuare una guerra di difesa dall’aggressione russa senza inchinarsi alle condizioni poste dagli Stati Uniti, appare anche un’operazione di mera spettacolarizzazione della politica.

Sembra infatti diretta a confermare il consenso dei gruppi sociali – economicamente impoveriti e culturalmente sprovveduti – che avevano assicurato nelle urne una larga maggioranza al tycoon repubblicano, senza per questo toccare i problemi di fondo. La risonanza mediatica della retorica nazional-populista sintetizzata nello slogan “Make America Great Again” (MAGA) offre un sufficiente appagamento alle istanze di rivalsa di un deprivato elettorato.

Ma i nodi strutturali della convivenza planetaria – la sperequazione economica mondiale, il disordine internazionale, lo stesso bellicismo imperiale russo, l’esplosiva situazione medio-orientale – vengono soltanto occultati sotto un linguaggio sensazionalistico. L’esecutivo in realtà li gestisce, con attenzione agli affari dei suoi membri, ma senza l’assunzione di misure effettivamente innovative.

Tuttavia il discorso pubblico del presidente americano presenta elementi oggettivamente dirompenti rispetto al quadro di riferimento su cui gli osservatori fondavano le loro analisi. Bastano due esempi.  Il primo riguarda il piano politico. La nuova amministrazione sostiene, all’interno e all’estero, la sostituzione di un ordinamento liberal-democratico con una forma di democrazia illiberale.

Pur mantenendo l’elezione a suffragio universale, la rappresentanza parlamentare e una formale divisione dei poteri, essa punta al rafforzamento dell’esecutivo rispetto agli altri due poteri, in particolare il giudiziario. Ma soprattutto mira alla riduzione delle sfere di libertà dei singoli e delle comunità intermedie nella società civile. Diverse ne sono le testimonianze.

 Si può ricordare il controllo federale sulle attività di ricerca nelle pubbliche istituzioni, recentemente denunciato dall’American Historical Association e dall’Organization of American Historians. Ma val anche la pena di ricordare che il governo statunitense ha fatto proprio – assumendo il modello fornito in Israele dal governo Nethanyahu – lo stravolgimento di una categoria centrale nella moderna cultura politica, quella di “antisemitismo”, allo scopo legittimare operazioni di polizia volte alla limitazione delle libertà civili.

Trattandosi di un processo in corso l’esito è imprevedibile: potrebbe persino sfociare in un’autocrazia sul modello putiniano. Non a caso vi sono effettive analogie, anche se non (ancora?) piena sovrapposizione, tra le limitazioni imposte alla libertà di insegnamento e ricerca universitaria nella Federazione russa e quelle attivate dal governo di Washington.

Il secondo esempio riguarda l’uso del linguaggio. Alla sua standardizzazione sulla base del “politically correct”, diventata egemone negli ultimi decenni, l’attuale amministrazione mostra di reagire con una retorica infarcita di termini volgari e di insulti. Ma il vocabolario soprattutto si caratterizza per locuzioni che manifestano odio e violenza verso ogni forma di alterità rispetto al canone dell’identità americana (ovviamente frutto dell’ennesima “invenzione della tradizione”).  

È difficile che in personaggi pubblici vi sia assenza di consapevolezza del valore performativo dei loro discorsi. Ne deriva che si vuole così promuovere pratiche sociali rivolte, all’interno, a cancellare il rispetto dei diritti del diverso; all’estero a fare della forza il criterio regolatore della vita internazionale. Non si può insomma negare che la seconda presidenza Trump comporta profondi mutamenti.

Si pongono così una serie di problemi. Nel corso del Novecento l’immagine dell’America – anche grazie al suo intervento nei due conflitti mondiali – si era legata ad un modello di democrazia liberale, progressivamente inclusiva, in grado di fornire a livello planetario un orizzonte di speranza per la costruzione di un’ordinata, pacifica, prospera e felice convivenza mondiale. Il passaggio degli Stati Uniti alla democrazia illiberale segna la fine di questo disegno?

In secondo luogo la Chiesa post-conciliare si è – per la verità con un percorso tutt’altro che lineare – allineata al progetto liberal-democratico. Pur mantenendo l’irriducibile specificità del suo messaggio, lo ha intrecciato con i valori della modernità politica occidentale, presentandosi come garante spirituale della loro più elevata espressione morale. A questo esito i cattolici americani avevano dato un contributo talora decisivo, come nel caso dell’acquisizione del diritto alla libertà religiosa nella dottrina sociale della Chiesa.

Ora invece il cattolicesimo americano sembra trovare la sua più incisiva espressione pubblica in membri dell’attuale amministrazione. Il Segretario di Stato, Marco Rubio, il mercoledì delle ceneri presenta la nuova politica estera americana davanti alle telecamere, ostentando la croce nera impressa sulla fonte. Il vice-presidente, James D. Vance, le cui oscillazioni religiose pare abbiano trovato quiete nella conversione ad un cattolicesimo rigidamente tradizionalista, si erge pubblicamente a maestro di teologia, per giustificare con una decontestualizzata citazione di san Tommaso la politica migratoria del governo.

Si pone così la questione della coerenza tra appartenenza alla Chiesa e l’ostensione di orientamenti che ne contraddicono gli indirizzi ufficiali. Nel caso di Vance la divaricazione appare lampante. Come illustrano scioccanti video diffusi dallo stesso presidente americano, le misure amministrative sui migrati deliberatamente violano quella dignità della persona che, al di là del recente richiamo indirizzato da papa Francesco proprio ai cattolici americani, è sancito dal vigente Catechismo universale.

La conferenza episcopale americana – come palesa la pur meschina risposta del suo presidente alla lettera di Francesco ora ricordata – ha reagito. Ha infatti aperto una causa legale contro l’amministrazione repubblicana per la violazione delle norme che assicuravano finanziamenti pubblici alle opere assistenziali cattoliche verso i migranti. Ma ha in tal modo palesato di non voler affrontare il problema generale.

Il nodo infatti non sono le spicciole misure contro i migranti, ma la complessiva teologia politica in cui s’iscrivono. Come spiegare allora una pubblica professione di fede cattolica in contrasto con gli odierni orientamenti di fondo della Chiesa?  Ma sul piano religioso si profila un’ulteriore domanda.

All’inizio del suo mandato Trump ha voluto pronunciare la formula del giuramento presidenziale, oltre che sulla Bibbia di Lincoln, anche sulla sua Bibbia personale. Per quanto la Costituzione americana non preveda il ricorso al testo sacro nella cerimonia d’inaugurazione della presidenza, il suo uso costante è parte integrante di quella religione civile americana che è stata tradizionalmente identificata come uno dei tratti unificanti un paese individualista e per tanti aspetti profondamente diviso.

Il singolare gesto del tycoon vuole forse render noto che intende trasformare la religione civile ereditata dai predecessori in una secolare religione politica volta a dare coloritura trascendente ai provvedimenti esecutivi con cui caratterizza il suo secondo mandato? Un aiuto a trovare una risposta a queste inquietanti domande viene da due libri apparsi in queste settimane in libreria.

Tiziano Bonazzi, professore emerito di Storia e istituzioni degli Stati Uniti all’Università di Bologna e riconosciuta autorità della disciplina nel nostro paese, ripercorre la sua pluridecennale attività di studioso dell’America per cercare una spiegazione al suo attuale volto (T. Bonazzi, La fata ignorante. Frammenti americani, Il Mulino, Bologna, 2025, pp. 207). Massimo Faggioli, docente di teologia e studi religiosi alla Villanova University, da tempo attento, come ben sanno i lettori de «Il Regno», agli svolgimenti contemporanei del cattolicesimo americano, ne analizza i rapporti con la politica alla luce della nuova amministrazione (M. Faggioli, Da Dio a Trump. Crisi cattolica e politica americana, Morcelliana, Brescia, 2025, pp. 233).   

Questo secondo volume costituisce in realtà un’ampia riflessione sulla crisi che ha investito la Chiesa americana a seguito delle divisioni nella ricezione del Concilio Vaticano II. Insistendo su uno dei suoi aspetti meno noti – le carenze della teologia elaborata dall’ala liberal dello schieramento ecclesiale – l’autore, pur lasciando ovviamente aperto ogni possibile sviluppo futuro, propone anche suggerimenti per una sua risoluzione. Qui consideriamo solo le argomentazioni sul rapporto di Trump con il cattolicesimo statunitense.

A partire dalle elezioni presidenziali del 2008, l’elettorato cattolico si era quasi equamente diviso tra il candidato repubblicano e quello democratico, mentre in quelle del 2024 si è spostato a favore di Trump. Questi ha infatti raggiunto il 54% dei suoi consensi, lasciando l’avversaria, Kamala Harris, al 44%. Il rilievo dello scarto è reso ancor più significativo da un dato: è maggiore negli Stati in cui la Chiesa americana, in un quadro complessivo di declino quantitativo, è in crescita e in quelli ritenuti decisivi per la vittoria elettorale.

 Il dato appare tanto più rilevante, perché nel 2024, in uno degli abituali incontri in aereo con i giornalisti, papa Francesco aveva risposto ad una domanda sulle imminenti elezioni americane, osservando che i cattolici di quel paese erano tenuti a scegliere, dopo un libero esame di coscienza, qual fosse il “male minore”. Per quanto sia luogo comune ritenere che le indicazioni del pontefice non trovano grande ascolto negli Stati Uniti, resta interessante capire perché tra i profili dei due candidati, nessuno dei quali poteva rivendicare una piena rispondenza all’ortodossia romana, la preferenza sia caduta su Trump.

Le carenze che Bergoglio indicava per la candidata democratica – il suo sostegno ad una piena liberalizzazione in materia di aborto – non potevano giocare un ruolo particolarmente incisivo. In effetti nel 2022 la Corte suprema – dove, proprio grazie alle scelte compiute da Trump durante il primo mandato, vi era una maggioranza di giudici pro-life – aveva abrogato il diritto all’aborto, sancito da una precedente sentenza del 1973, attribuendo ai singoli Stati la disciplina della materia.

A partire da questo momento il tema veniva accantonato nel discorso pubblico di Trump nell’evidente intento di spostare a suo favore il voto di elettori, e soprattutto di elettrici, che miravano al riconoscimento di quel diritto. Non era dunque la questione dell’aborto a orientare il voto cattolico. Del resto Roma aveva chiaramente sconfessato lo zelante tentativo di alcuni vescovi di connettere la disciplina sacramentale – in particolare la distribuzione dell’eucarestia – alla posizione di un uomo politico su questa materia, allo scopo di indebolire il presidente democratico allora in carica, il cattolico Joe Biden.

Altrove stanno insomma le ragioni del sostegno dei cattolici al candidato repubblicano. Un primo motivo è già stato ampiamente sottolineato dalla letteratura. La maggioranza del corpo episcopale americano, ha inserito la difesa dei “valori non negoziabili”, promossa da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, nelle cultural wars della destra religiosa di cui il partito repubblicano si era da decenni fatto alfiere.

Nel momento in cui Trump, pur abbandonando la questione dell’aborto, manteneva ferma l’attenzione sui temi dell’omosessualità, dell’ideologia del gender, dell’irriducibile carattere cristiano dell’identità nazionale, era dunque inevitabile che i vescovi continuassero a sostenerlo. Ne è emblema l’immagine di copertina del libro: il compiaciuto scambio di sorrisi tra il cardinal Timothy Dolan e il tycoon repubblicano – che nella circostanza non rinunciava all’usuale turpiloquio – ad un incontro di beneficenza svoltosi a New York a tre settimane dalle elezioni.

Ma Faggioli individua anche altre ragioni meno note. In primo luogo ricorda l’incapacità del partito democratico, a partire dallo stesso Biden, di avviare un dialogo costruttivo con la conferenza episcopale americana. Attestati su un libertarismo radicale, che fa perno sulla identificazione di ogni pretesa individuale con un imprescrittibile diritto soggettivo e che recepisce elementi della cultura woke, i suoi leader sono rimasti legati alla visione di un cattolicesimo inestricabilmente e irrimediabilmente legato a oppressive pratiche di sopraffazione.

Certo la Chiesa americana, al di là della mancata denuncia del tentativo di colpo di Stato legittimato da Trump nel gennaio 2021, non ha saputo contrastare il consolidamento di questa narrazione. Numerose ne sono le testimonianze: il silenzio che ha mantenuto sul privilegio da riservare all’ordinamento democratico per il raggiungimento del bene comune; le timidezze con cui ha affrontata la questione degli abusi sessuali; le lentezze che, nonostante le aperture di Francesco, hanno segnato la trattazione della questione femminile in una istituzione che molto deve al dinamismo delle donne cattoliche.

Resta tuttavia il fatto che nel partito ha prevalso lo schematismo ideologico. Al suo interno gli stessi cattolici ne sono stati impregnati. Cristallizzati in una lettura del passato come una storia di deviazioni e crimini giustificati dal cristianesimo, non hanno saputo rielaborare la memoria della Chiesa americana in funzione di una sua presenza adeguata ai bisogni degli uomini d’oggi.  Ma il libro aggiunge un ulteriore motivo – trascurato, ma forse il più rilevante tra quelli indicati – per spiegare le ragioni del consenso cattolico a Trump: la risposta alla secolarizzazione.

In effetti gli Stati Uniti, per quanto restino un paese straordinariamente religioso, hanno visto negli ultimi decenni un incremento dei cittadini che dichiarano di non appartenere a nessuna religione. Nei più recenti sondaggi arrivano al 25%. Il fenomeno ha avuto effetti pesanti sulla Chiesa americana: diminuzione del clero, dei religiosi e delle religiose; riduzione del numero delle parrocchie; scomparsa di riviste; chiusura di scuole e di università. In questa situazione duplice è stata la risposta di fedeli che un episcopato conservatore – ne è ulteriore indizio la scarsa attenzione al diffondersi del tradizionalismo liturgico – aveva reso assai poco avvertiti sui processi della modernità.

Da un lato hanno attribuito a classi dirigenti secolariste, considerate la guida effettiva del sistema politico, la cancellazione dei valori cristiani dalla vita pubblica. Il conseguente richiamo al ritorno della tradizionale nazione cristiana, innestandosi su una condizione di effettivo impoverimento economico e sulla paura dell’immigrato, ha fatto scattare quella prospettiva di rivincita sulle elite politiche e culturali, che ha trovato piena accoglienza nel nazional-populismo di Trump.

Dall’altro lato diversi cattolici hanno individuato nella ricchezza dei rappresentanti del tecno-autoritarismo – Elon Musk ne è l’emblema – una possibile fonte da cui ottenere le donazioni private in grado di assicurare un migliore funzionamento alla stentata vita delle istituzioni cattoliche. Dal momento che gli esponenti di questa nuova opulenza si sono integrati nella dirigenza del partito repubblicano, era inevitabile che i voti di questi credenti finissero sul suo candidato.

Se il volume di Faggioli contribuisce a discernere le ragioni del consenso dei cattolici verso un personaggio che, in via di principio, ha ben pochi dei requisiti oggi richiesti dalla Chiesa ad un uomo politico, quello di Bonazzi ci introduce al rapporto dell’attuale presidente con la storia americana. La questione è argomentata in maniera originale.

L’autore svolge di fatto un ripensamento del suo percorso di studi, raccontato in maniera gradevole attraverso molteplici registri narrativi: la rievocazione fantastica, ma saldamente ancorata sulle fonti, di dialoghi con personaggi e studiosi della vicenda storica statunitense; la memoria di viaggi, incontri, esperienze nelle più diverse località del paese-continente; il ricorso all’illustrazione di quadri famosi – un retaggio dell’educazione ricevuta dal padre Giorgio, un pittore allievo di Morandi– per far meglio comprendere alcuni passaggi del suo discorso.

Da questi diversi affondi emerge un nucleo centrale: il mutamento del punto di vista di uno studioso di storia americana. In piena condivisione con i parametri culturali del Novecento – il periodo della sua formazione, che aveva trovato un punto di riferimento in un filosofo della politica, il liberale Nicola Matteucci – Bonazzi aveva inizialmente attribuito un valore universale al mito fondatore degli Stati Uniti.

Variamente declinato nel corso del tempo – e il libro ne registra puntualmente le versioni, con attenzione non priva di simpatia verso quelle secolarizzate – esso comunque stabiliva che, in virtù dell’originario patto istituito con Dio, la nazione americana, nuovo Israele che si lasciava alle spalle le servitù del Vecchio Continente, era chiamata a diffondere ovunque la libertà. Il mito prevedeva che il Maligno non avrebbe mancato di porre ostacoli in questo cammino.

 Tuttavia i prezzi da pagare, per quanto pesanti, potevano essere relativizzati alla luce del valore dell’obiettivo che sarebbe stato raggiunto. In fondo anche il prevedibile esito finale – un mondo ancillare all’impero americano – era un costo accettabile per il trionfo universale della libertà e della democrazia. Ma, sullo scorcio del secondo millennio, emergeva la consapevolezza che, pur producendo civiltà e progresso, un nodo oscuro accompagnava questo trionfale processo storico.

Sul piano internazionale si scopriva che anche l’affermazione della libertà americana non era priva delle scorie che il mito aveva preteso confinare alla tradizione europea: anch’essa comportava guerre di sterminio che, volte a soggiogare popolazioni già esistenti, miravano a sostituire la loro cultura a quella indigena, senza però raggiungere lo scopo. I popoli conquistati infatti rivendicavano la loro identità e la loro – diversa – nozione di libertà.

A livello interno lo sforzo di produrre ordinamenti diretti a fornire garanzie costituzionali alla tutela della libertà individuale, non solo non riusciva ad eliminare tutte le discriminazioni – come mostrava la persistenza in America della questione razziale – ma si risolveva anche in una espansione senza limiti dell’io soggettivo, tanto che giungeva al punto da mettere in pericolo la persistenza stessa dell’ordine costituzionale.

Traduce pienamente questa nuova acquisizione il titolo del libro, cui rinvia anche l‘immagine di copertina. La Fata ignorante – un quadro dipinto da René Magritte nel 1956 – rappresenta il bel volto di una donna bionda immerso a metà nella luce e metà oscuro a causa di una candela, che invece di rischiarare, produce una fiamma nera. Questa nuova consapevolezza sull’intrinseca ambiguità dello svolgersi nella storia della libertà americana non è solo conquista dello studioso, ma viene anche utilizzata a spiegazione della presidenza Trump.

Bonazzi illustra il significato del suo avvento attraverso il gustoso racconto di quanto è che è accaduto tra il 2020 e il 2022 nella contea di Ottawa in Michigan. Qui la tradizionale amministrazione repubblicana è stata rovesciata da elettori sostenitori del tycoon con uno slogan: gli americani, anziché scusarsi per quel che sono, devono ritornare ai loro valori originari: la costituzione (la libertà per ognuno di scegliere quel che vuole), il cristianesimo, il capitalismo.

Ai loro occhi Trump appare come l’inviato di Dio perché, rendendo nuovamente l’America una nazione cristiana, è in grado di restituirle il suo primato sul mondo. Rispetto a questo obiettivo sono irrilevanti i prezzi che si potranno pagare. Il secondo mandato del tycoon sintetizza insomma in maniera esemplare il riemergere del volto oscuro del mito della libertà americana.

Non vi è dubbio che il MAGA sopperisce al bisogno di dare speranza e protagonismo politico ad americani immersi nelle difficoltà del mondo contemporaneo, introducendo una frattura insuperabile tra chi detiene competenze scientifiche e economiche e chi vive immobilizzato nelle certezze del mito. Ma non serve ricordare a questi ultimi che non vi è nulla di cristiano nei comportamenti dell’inviato di Dio per rendere nuovamente grande l’America. Infatti è elemento costitutivo del mito la convinzione che Dio si serve degli strumenti che vuole e le sue vie sono imperscrutabili.

Il libro si chiude con le necessarie prudenze dello studioso nell’avanzare conclusioni. Tuttavia un’ipotesi si profila: con tutte le sue oscurità e ambiguità, la storia americana ha alle sue origini un impulso mitico che, volto a inseguire la libertà, ne supera continuamente le concretizzazioni via via raggiunte. Appare come un becoming, che si annienta sul punto di realizzarsi, per riprendere poi una nuova strada.  In fondo è una nota di speranza.

Perché l’inevitabile prossima incarnazione del mito non potrebbe meglio corrispondere alla maturazione oggi raggiunta dalla teologia politica cristiana?  Naturalmente – occorre aggiungere – a condizione che riesca a sopravvivere agli imprevedibili esiti del connubio tra le forze religiose che sorreggono l’amministrazione Trump: gli evangelicals, convinti che l’America debba usare la forza per imporre al mondo quanto ritengono il volere di Dio; ed i cattolici tradizionalisti, persuasi di avere finalmente l’occasione di cancellare il rapporto tra Chiesa e modernità elaborato dal Vaticano II.

                                                              Daniele Menozzi

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