
Roosevelt sì che era un presidente, mica Trump
di Mauro Biagiotti, storico
Quando il coraggio della politica costruiva il futuro, non lo distruggeva a colpi di tweet. Tra tagli alla spesa e dazi doganali, Franklin Delano Roosevelt e Donald Trump sembrano prendere strade simili. Ma la differenza è abissale: uno costruiva lo Stato, l’altro lo smonta. E Musk, dal canto suo, fa il tifo… finché conviene a lui.
Roosevelt sì che era un presidente, mica Trump
Il clima da basso impero della corte di Washington e il Caligola che la guida, inducono a volgere lo sguardo al passato, a grandi presidenti che hanno segnato la storia degli Stati Uniti come Lincoln, Roosevelt e Kennedy.
E il paragone, davvero imbarazzante, ci fa constatare che, come le stagioni, non ci sono più i presidenti di una volta.
Tra questi, mi piace raccontare oggi le gesta di Roosevelt, per illustrare due decisioni politiche che, pare impossibile, lo accomunano, nella diversità, a Donald il Pazzo.
Ma prima un dato biografico fondamentale. Roosevelt fu colpito dalla poliomielite nel 1921, a 39 anni, e fu costretto a spostarsi in carrozzina per il resto dei ventiquattro anni che gli rimanevano. Morì, giovane si direbbe oggi, a 63 anni nel 1945. Il bello è che furono gli anni in cui decollò la sua storia politica, fino a entrare nel mito come FDR, talmente importante che basta dire le iniziali di Franklin Delano Roosevelt.
Non c’era ancora Sabin con lo zuccherino rosa che ci vaccinò nei primi anni Sessanta – unico caso della storia in cui i bambini sono stati ansiosi di vaccinarsi. Allora la poliomielite era una delle malattie più diffuse e temute, perché poteva portare anche alla paralisi. Colpiva i bambini sotto i cinque anni, tant’è che veniva anche chiamata “paralisi infantile”, ma anche gli adulti, molto più raramente, potevano diventare poliomielitici con tragiche conseguenze.
Roosevelt, che già aveva ricoperto importanti incarichi politici (senatore dello stato di New York e sottosegretario alla Marina con Wilson), dopo un primo momento di smarrimento e di consigli a lasciar perdere la politica e rimanere a riposo – mamma Sara Delano era la capofila dei parenti uniti pro ritiro in pensione – esortato e sostenuto dalla moglie Eleanor e da Louis Howe, amico di sempre e fedele consigliere, si curò, migliorò un pochino e, soprattutto, trasformò l’handicap in un brand politico: l’uomo che non si arrende, che si rimette in piedi, che non si lascia andare alla disperazione.
E Dio sa quanto gli americani avrebbero avuto bisogno di un messaggio di speranza, di lì a undici anni.
Un altro dato da ricordare è un record imbattibile: Roosevelt è l’unico presidente americano a essere eletto quattro volte. La cosa fu possibile perché allora i due mandati erano una consuetudine inaugurata da George Washington, che rifiutò la candidatura per il terzo mandato che pure gli avevano offerto. Non essendo una legge, le circostanze della storia, portarono FDR a stare nello Studio Ovale dal 1933 al 1945. La prima volta eletto a furor di popolo, nel momento più buio della Grande Depressione; la seconda volta confermato con un plebiscito (523 voti elettorali su 531); la terza volta a valanga, alla vigilia della guerra; la quarta volta, in piena Seconda guerra mondiale, quando c’era da “finire il lavoro”, diceva lo slogan, e l’esito del conflitto, seppur segnato, non era ancora sicuro. Quindi non era il caso di cambiare il Chief in command, il comandante in capo come in America chiamano il presidente.
Una curiosità. Nel 1940, era molto forte il movimento America First (l’America prima di tutto), contrario all’intervento militare in Europa e Roosevelt era stato rieletto anche sulla base della promessa che non sarebbe entrato in guerra. Poi fece il contrario. Cosa che per la verità i politici fanno piuttosto spesso. Non bisogna dimenticare che per rimanere alla guida degli Stati Uniti durante due guerre – quella contro la Grande Depressione e quella contro il nazifascismo – e vincerle tutte e due, ci vogliono doti politiche fuori dal comune. E Roosevelt di talento ne aveva in abbondanza. Intanto sorrideva sempre – pensate alla differenza con certi politici nostrani sempre ingrugniti, a partire dalla presidente del Consiglio. Poi era un audace improvvisatore; uno che all’attesa preferire il fare, anche sbagliando. Infine era un abilissimo e temutissimo tattico, forte e furbo. Una biografia famosa, ma non la più bella, scritta da James MacGregor Burns (1956) s’intitola Il leone e la volpe, riprendendo il passaggio in cui Machiavelli dice che il Principe deve possedere tutte e due le qualità per rimanere al potere.
Chi vuol leggerla, la biografia più bella, ricca di aneddoti, è quel di Ted Morgan (1985). Nessuno dei due libri è tradotto in italiano, ed è un peccato.
Infine, in questa introduzione a Roosevelt, non si può non parlare, seppure in modo sommario, del New Deal e dei Primo Cento Giorni.
Il New Deal è stato il “nuovo patto” proposto da Roosevelt nella prima campagna elettorale, accettato con entusiasmo dagli americani, che in quel momento avrebbero accettato qualsiasi cosa desse loro un po’ di speranza, e realizzato a suon di investimenti milionari (miliardi di dollari odierni), con soldi che in realtà il governo non aveva ma che, immessi nel ciclo economico – insegna Keynes –, dettero i loro frutti. E siccome gli americani spesso fanno le cose in grande, i frutti economici furono grandiosi e gli Stati Uniti da paese sull’orlo del precipizio in dodici anni diventarono il paese che conosciamo.
Ma più importante del patto, molto più importante fu il modo in cui FDR mise in atto la sua politica. Nei primi tre mesi, con una decina di leggi rivoluzionarie ribaltò l’America come un calzino. In cento giorni, il Congresso approvò qualsiasi cosa, tanta era la fiducia che Roosevelt aveva raccolto. In un caso (il taglio delle spese federali), addirittura il suo partito gli votò contro e la legge passò col voto dei repubblicani. Un attore comico disse: “Il Congresso non approva più le leggi; le saluta mentre passano”.
Nacque così il mito dei Primi Cento Giorni, futuro paradigma per giudicare ogni governo da quel che è capace di fare in tre mesi.
Ma non ci sarà più nessun Roosevelt.
I governi futuri si dovranno accontentare del calendario.
Celebreranno lo stesso i primi cento giorni, ma cosa saranno capaci di fare… meglio tacere.
Non ci sarà più nessun Roosevelt.
Anzi, qualcuno non ci arriverà nemmeno a tre mesi (Liz Truss, Gran Bretagna: 48 giorni).
Veniamo ora al paragone col presente che ci è toccato in sorte.
Può sembrare un paradosso, ma il Presidente del New Deal, quello della spesa pubblica, cominciò… tagliando la spese.
Nel marzo del 1933, appena insediato, firmò l’Economy Act. Una manovra di contenimento della spesa pubblica che riduceva gli stipendi dei dipendenti federali, tagliava le pensioni di guerra e accentrava nelle mani dell’esecutivo il potere di bilancio.
Piccolo particolare: cominciò dal suo stipendio e da quello dei parlamentari e poi, giù giù, a cascata fino a quello dei poliziotti e di postini. Più i veterani che ad ogni campagna elettorale rimpinguavano le loro pensioni in cambio di voti.
Le cifre? Un risparmio previsto di circa 500 milioni di dollari dell’epoca – l’equivalente di oltre 11 miliardi di dollari di oggi. Un’operazione quasi “repubblicana”.
E allora perché lo fece?
Per guadagnarsi il credito politico (e finanziario) necessario ad attuare quello che sarebbe venuto dopo: il New Deal. Gli serviva dimostrare, soprattutto ai mercati e ai senatori conservatori, che non era un “rosso”, un pericoloso statalista senza freni, uno spendaccione. L’Economy Act fu insomma una mossa tattica: tagliare per poter poi spendere meglio e con più coraggio.
Un anno dopo, Roosevelt mollava la camicia di forza e varava i programmi di lavori pubblici, sostegno all’agricoltura, creazione della Social Security. Fu l’unico presidente americano ad aver usato il bisturi del taglio non per smantellare lo Stato, ma per rafforzarlo.
E adesso?
Con Trump (e col coro social di Elon Musk), i tagli sono diventati un fine in sé. Slogan come “aboliamo il Dipartimento dell’Educazione” o “riduciamo a zero le tasse federali” non hanno dietro alcun progetto di riforma o di investimento: sono atto di fede anti-Stato. Per alcuni, meno Stato è sempre meglio, anche se significa ponti che crollano, scuole abbandonate o ospedali privi di fondi.
Trump ha proposto in diverse manovre tagli alla sanità pubblica (Medicaid), all’assistenza alimentare, all’ambiente e alla ricerca scientifica, per concentrare le risorse su difesa, sicurezza e sgravi fiscali per le grandi imprese.
Musk, dal canto suo, propone una visione iper-libertaria: tecnologia privata, spazio privato, educazione privata, e il minimo di regole pubbliche. Paradossalmente, però, ha costruito la sua fortuna anche grazie a commesse pubbliche (NASA, esercito USA) e sussidi all’energia verde.
Quindi?
Il taglio può essere uno strumento utile – se ha uno scopo. Roosevelt tagliava per costruire. Trump e Musk tagliano per smontare.
Un po’ come un falegname che pialla il legno per farne una sedia… e uno che lo brucia per scaldarsi una sera.
Idem sui dazi. Tutti e due, FDR e Trump hanno affrontato il problema dei dazi, ma in modo opposto.
Quando Roosevelt arrivò alla Casa Bianca nel 1933, gli Stati Uniti erano chiusi come un riccio: la Smoot-Hawley Tariff, voluta dai repubblicani nel 1930, aveva alzato i dazi su oltre 20.000 prodotti importati, colpendo perfino le mollette da bucato. Il mondo rispose con ritorsioni a catena. Risultato: crollo del commercio mondiale del 66% in tre anni. Una guerra commerciale mondiale in piena Grande Depressione. Geniale, no?
Roosevelt, all’inizio, non toccò quei dazi: era troppo rischioso politicamente. Ma fece una cosa più furba.
Con l’aiuto del segretario di Stato Cordell Hull, negoziò trattati bilaterali che abbassavano reciprocamente le tariffe con paesi selezionati. Era l’anti-Trump ante litteram: abbassava i dazi senza passare dal Congresso, trattando uno a uno. Il primo fu col Canada, poi seguirono Belgio, Francia, Messico.
Il principio? “Reciprocal Trade Agreements”. Tu togli il dazio sulle nostre mele, io abbasso quello sulle tue biciclette. Era commercio ragionato, con la bussola degli interessi nazionali ma senza mitraglia ideologica.
E Trump?
Trump ha preso i dazi e li ha usati come clava elettorale. Ha minacciato tariffe su acciaio, alluminio, auto europee, prodotti cinesi, vino francese, olio d’oliva italiano, un giorno sì e l’altro pure.
Nel 2018 ha alzato i dazi su oltre 250 miliardi di dollari di merci cinesi. Risultato: la Cina ha risposto, e gli agricoltori americani (soprattutto del Midwest repubblicano) sono finiti nei guai. Ma ecco la mossa geniale: Trump li ha rimborsati con sussidi federali per 28 miliardi di dollari, pagati da tutti.
Tradotto: ha tassato i consumatori americani con i dazi, per poi usare i soldi per comprare il consenso agricolo. Un Robin Hood alla rovescia: prende dai molti per dare ai suoi.
E Musk?
Lui tifa Trump e i dazi gli piacciono, almeno finché non danneggiano la sua Tesla. È favorevole al libero mercato solo quando conviene alla sua produzione. Quando invece il governo cinese protegge i concorrenti cinesi, improvvisamente chiede più “equità”, cioè… dazi americani.
Insomma, Roosevelt usò i dazi con intelligenza chirurgica: li apriva o li abbassava a seconda del partner, per rilanciare l’economia americana senza farla chiudere a riccio. Trump li usa a colpi di tweet, spesso per distrarre o punire.
La differenza? È come cucinare con il sale. Roosevelt lo dosava. Trump apre il barattolo e lo rovescia tutto nella minestra. E poi si chiede perché nessuno vuole più assaggiarla.