
L’importanza di chiamarsi Leone
Da Il Regno/Attualità” 10(2025), pp. 259-260 di Daniele Menozzi, professore emerito nella Scuola Normale Superiore di Pisa
Il 10 maggio scorso papa Leone XIV ha voluto chiarire le ragioni della scelta del nome in un discorso tenuto nell’aula del Sinodo ai cardinali che due giorni prima l’avevano eletto. Forse un giorno carte personali ne mostreranno le motivazioni intime. Sul piano pubblico la spiegazione è stata presentata come conseguenza di un preciso indirizzo nel governo della Chiesa.
Prevost ha infatti dapprima ricordato che intende muoversi nel solco delle linee tracciate dal Concilio Vaticano II. Ha poi affermato di aderire all’interpretazione che ne ha «magistralmente» dato il predecessore nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium. Quindi ha dichiarato: «proprio sentendomi chiamato a proseguire in questa scia, ho pensato di prendere il nome di Leone XIV».
Infine ha aggiunto che, pur essendone molteplici le ragioni, una lo ha soprattutto spinto a questa decisione: il ricordo di Leone XIII. Come il papa della Rerum novarum (1891) fronteggiò «la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale», oggi la Chiesa è chiamata ad attingere al «suo patrimonio di dottrina sociale, per rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale».
L’accenno alla pluralità dei motivi che sono alla base dell’opzione compiuta lascia aperta la domanda sulla loro precisa individuazione. Con ogni probabilità un ruolo gioca il rapporto tra Leone XIII e la congregazione agostiniana, cui Prevost appartiene. Legato fin dagli anni giovanili a luoghi di culto da essa gestiti, Pecci l’ha rivitalizzata dopo i decenni della decadenza post-rivoluzionaria, prestando particolare attenzione agli sviluppi della provincia statunitense.
Ma non possiamo qui né approfondire i solidi e diramati legami di Leone XIII con gli agostiniani, né indagare su altri nessi, ad esempio l’enciclica sull’”americanismo” del 1899, che verosimilmente collegano il nuovo pontefice alla figura del predecessore ottocentesco. Conviene invece soffermarsi sulla testimonianza diretta in ordine all’auto-imposizione del nome. Pone infatti fine a molte speculazioni che, all’indomani dell’elezione, sono state compiute nel tentativo di trarne indizi sui suoi orientamenti programmatici.
Cade, ad esempio, il suggestivo suggerimento di individuare la ragione della scelta nella volontà di richiamarsi a frate Leone, il compagno di Francesco d’Assisi che, dopo la morte del santo, divenne il più rigido interprete della sua eredità spirituale, al punto di entrare in conflitto con il successore dell’Assisiate alla guida dell’ordine. L’intenzione di sottolineare la continuità con papa Francesco, che pure Prevost non esita a ricordare – sia pure in chiave selettiva – non pare aver giocato un qualche ruolo.
Ugualmente si può scartare l’ipotesi – autorevolmente avanzata, ma per la verità assai avventurosa – che il papa volesse riferirsi a prestigiosi predecessori come Leone I e Leone III. Osservatori sensibili agli odierni scenari politici, avevano collegato l’assunzione del nome al proposito del pontefice americano di riprendere, davanti alle scomposte pulsioni imperiali di diversi personaggi politici del mondo attuale, o l’atteggiamento di colui che bloccò l’avanzata di Attila e di colui che incoronò Carlo Magno.
Leone XIV ha invece esplicitamente chiarito che l’impulso fondamentale alla sua decisione è venuto dalla memoria dell’esempio impersonato da papa Pecci nella definizione del rapporto tra la Chiesa e la rivoluzione industriale. E ha asserito che questa prospettiva si colloca in una linea di continuità, davanti alle sfide poste dalle rivoluzioni sociali, economiche, informatiche in atto sul pianeta, con l’aggiornamento ecclesiale iniziato dal Concilio Vaticano II.
L’indicazione appare tutt’altro che banale. In attesa che lo svolgimento dell’insegnamento papale ne chiarisca le implicazioni e ne approfondisca il contenuto, si può intanto svolgere qualche riflessione sulla risoluzione di richiamarsi al modello dell’enciclica di Leone XIII come paradigma esemplare per la precisazione della posizione della Chiesa in ordine all’odierna rivoluzione digitale. Il tema non è infatti privo di nodi problematici.
Una prima questione riguarda la stessa rappresentazione storica proposta dal papa. Pecci infatti non intervenne nel contesto della prima rivoluzione industriale, quella del carbone e del ferro, che dall’Inghilterra della seconda metà del Settecento passò nell’Europa continentale; ma nel periodo della seconda rivoluzione industriale, quella del petrolio, dell’acciaio, della chimica, della proiezione delle immagini in movimento che interessò, a partire dagli ultimi decenni del diciannovesimo secolo, alcuni paesi del Vecchio Continente e gli Stati Uniti.
Inoltre l’oggetto dell’enciclica leonina non fu propriamente la questione sociale (l’assetto complessivo della vita collettiva), ma la questione operaia (il rapporto tra imprenditori e lavoratori), anche se pose le basi di quella che, nel corso del Novecento, allargandosi ai problemi complessivi del consorzio civile, sarebbe stata chiamata, a partire dall’enciclica Quadragesimo anno di Pio XI, la dottrina sociale della Chiesa.
L’approssimativa ricostruzione storica proposta dal papa si può tuttavia considerare marginale. Per quanto confermi l’opportunità dell’invito di Francesco a curare maggiormente la cultura storica nel percorso della formazione ecclesiastica, non inficia il nucleo dell’argomentazione papale. La scelta del nome è dettata dalla volontà di proseguire l’aggiornamento della Chiesa, iniziato con il Vaticano II e proseguito dal predecessore, secondo il modello del rapporto tra Chiesa e società proposto dalla Rerum novarum di Leone XIII.
Ma, nonostante gli entusiastici ditirambi subito suscitati dal richiamo all’enciclica del 1891 negli ambienti che stentano a riconoscere le radici intransigenti del cattolicesimo sociale, questo proposito solleva un problema teologico-politico. Non c’è dubbio che solo lo svolgimento del pontificato potrà dire se e come verrà affrontato, ma è importante averne già piena consapevolezza.
Pecci ha infatti trattato la questione operaia alla luce di quel neo-tomismo che, fin dall’esordio del suo governo, ha presentato come fondamentale e ineliminabile punto di riferimento per ogni elaborazione culturale all’interno della Chiesa (al punto di allontanare dalle università pontificie i professori che non si adeguavano). Da questa rilettura di San Tommaso egli ha ricavato la concezione che la legge naturale – posta da Dio a reggere la creazione e rettamente interpretata solo dall’autorità ecclesiastica – stabilisce l’ordine del consorzio civile.
Ne ha dedotto la “terza via” cattolica alla soluzione del contrasto che divideva imprenditori e lavoratori. Il progetto socialista appare inadeguato perché nega l’inalienabile diritto naturale alla proprietà privata. Le proposte del liberismo – che tutto affida al mercato – ledono il diritto naturale ad un salario idoneo a garantire la sopravvivenza dell’operaio e della sua famiglia. Invece la Chiesa può stabilire quei diritti naturali che assicurano – se lo Stato si limita a garantirne l’esercizio, come per natura è chiamato a fare – il felice scioglimento della questione operaia.
I successivi pontefici hanno costruito la dottrina sociale della chiesa rispondendo ai nuovi problemi della vita collettiva con l’integrazione ai diritti socio-economici, prima di quelli civili (Pio XI) e poi di quelli politici (Pio XII). Ma li hanno comunque dedotti dalla legge naturale, di cui la Chiesa si proclamava custode e interprete.
Il percorso ha subito una svolta al Vaticano II. L’apertura al dialogo con il mondo moderno – reso inevitabile dall’allontanamento dei fedeli – ha portato la Chiesa a riconoscere diritti naturali che, maturati nel divenire della storia degli uomini, essa si era guardata dall’attribuire alla legge naturale. Il diritto alla libertà religiosa ne è la più vistosa testimonianza.
Si è così aperto il problema dell’esclusiva autorità della Chiesa nel definire la tavola dei diritti naturali su cui si regge la collettività. Ne è stata espressione il carattere conflittuale che ha caratterizzato le modalità dell’aggiornamento conciliare promosso dai pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
Francesco ha poi offerto una soluzione. La verità che la Chiesa propone è gerarchicamente ordinata. Al suo vertice sta il messaggio evangelico, il cui nucleo è la misericordia. Quindi la legge naturale che essa pure continua a insegnare come base per un corretto assetto della vita collettiva, va applicata alla luce di questo superiore criterio.
Leone XIV non ha chiarito – ma, agli esordi del pontificato, non era una necessità impellente – se vuole seguire l’indirizzo di Bergoglio nell’aggiornamento del rapporto tra Chiesa e società. La spiegazione data alla scelta del nome, attraverso il richiamo alla Rerum novarum, indica semplicemente che, al pari Pecci, egli non intende mantenere la Chiesa estranea ai problemi che emergono dalla storia, ma affrontarli, offrendo proposte per la loro soluzione.
La celebre enciclica con cui Leone XIII indicava la via per sciogliere la questione operaia era basata su quella teologia politica neo-scolastica che attribuiva alla Chiesa, in quanto unica depositaria autentica della legge naturale, il potere di indicare sempre, dovunque e per tutti le regole per l’organizzazione della collettività.
Il tempo dirà se il richiamo di Prevost a Pecci comporta anche l’assorbimento dei suoi presupposti culturali. Si può intanto sperare che un papa, il cui bagaglio culturale fa riferimento ad Agostino, non percorra la strada di cui già Paolo VI aveva cominciato a esporre i limiti nella lettera apostolica Octogesima adveniens emanata nel 1971 per gli ottant’anni della Rerum novarum.