
La Costituzione dei poveri (Castelvecchi)
di Virginio Colmegna e Gustavo Zagrebelsky.
Il progetto di un libro in bilico tra Costituzione e Vangelo è nato quando, al termine di un convegno
sulle riforme che minacciano di sfigurare il nostro assetto costituzionale, Gustavo Zagrebelsky mi
confidò un cruccio che lo tormentava da quando, qualche settimana prima, aveva fatto ritorno da un
viaggio a Parigi. L’oppressiva architettura del Palazzo di Giustizia, con la sua facciata altissima e
arcigna dove la scritta Liberté, Egalité, Fraternité campeggia senza poter mitigare il senso di una
distanza abissale tra la giustizia che protegge i forti e la giustizia che sovrasta i deboli, aveva
risvegliato una sequela di considerazioni che lo avevano indotto a chiedersi da che parte si fosse
collocato, nei tanti anni della sua esistenza dedicati alla legge, chino sui testi e sui codici: dalla parte
di chi ha meno bisogno della giustizia perché ha dalla sua la forza, o dalla parte di chi della giustizia
ha maggior bisogno perché versa in stato di fragilità? La stessa Costituzione, legge fondamentale
dello Stato, nella sua essenza di attribuzione di potere e patto tra governanti e governati, è una legge
a protezione di chi, inerme, dovrebbe esserne il principale destinatario, o è una legge che offre
maggiore riparo ai potenti? A questo convegno, aggiunse dopo qualche istante di silenzio, si sarebbe
dovuto invitare chi davvero può dire cos’è la Costituzione vista dalla parte dei poveri, perché dei
poveri, delle loro afflizioni e della loro dignità ha fatto la propria esistenza, la propria scelta di
parte. Qualcuno come don Virginio Colmegna.
Avevo conosciuto don Colmegna nel 2005, era il 27 dicembre e a Milano nevicava fitto. Nel bianco
ancora intatto di una traversa di corso Buenos Aires spiccavano i colori dei divani sfondati che i
poliziotti avevano gettato sui marciapiedi, intimando a quasi trecento profughi del Corno d’Africa di
abbandonare l’ex albergo diroccato dove da tre mesi avevano trovato rifugio dopo aver attraversato
il deserto della Libia e il mare. Uscivano poco per volta, le donne con i bambini in braccio, gli
uomini con i sacchi di stracci, tutti i loro averi. C’erano decine di agenti in assetto antisommossa
pronti a caricare, rari passanti che si tenevano a distanza, una trentina di manifestanti sotto le
decorazioni natalizie incongruamente appese da un capo all’altro della via, e don Colmegna, con un
megafono, un cappello nero a falde larghe a proteggerlo dalla neve, che gridava parole di sostegno e
parole di accusa, scandendo a gran voce l’articolo 10 della Costituzione: «Lo straniero, al quale sia
impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione
italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla
legge».
Riandando a quelle immagini, nulla mi parve più sensato e promettente di un incontro tra chi, carico
degli anni vissuti nell’estrema periferia milanese ad accogliere migranti e persone senza fissa
dimora, si era da sempre posto in dialogo, e talvolta in conflitto, con la giustizia terrena e con quella
divina, e chi, da presidente della Corte costituzionale, quinta carica della Repubblica, aveva assunto
la figura simbolica e i gravi compiti di giudicare la legittimità delle leggi e degli atti aventi forza di
legge, districandosi in rovelli cui forse solo la letteratura, in alcuni momenti, era stata capace di dare
sollievo, dal Grande Inquisitore dostoevskijano dei Fratelli Karamazov allo shakespeariano Duca di
Vienna di Misura per misura.
L’uno, don Virginio Colmegna, aveva vissuto per più di vent’anni in una vecchia scuola trasformata
in luogo di ospitalità per volere del cardinal Martini, e prima ancora, per undici anni, in una piccola
comunità basagliana a Sesto San Giovanni, cuore dell’immigrazione meridionale a Milano, con
persone disabili strappate a quelli che allora erano chiamati manicomi; l’altro, Gustavo Zagrebelsky,
aveva vissuto per nove anni nel Palazzo della Consulta in piazza del Quirinale dove gli capitava di
alzarsi in piena notte e, sospinto da un dubbio che non lo lasciava dormire, di lasciare la foresteria,
in pigiama, per tornare nel suo studio a verificare un testo o un codice, «benché, per fortuna, non
abbia mai dovuto giudicare ciò che riguarda direttamente la vita degli uomini ma solo le carte, le
leggi; tuttavia le leggi hanno conseguenze sulla vita degli uomini, e anche questo ha un terribile
peso».
Si sono incontrati e ne è nata una partitura, un doppio movimento musicale: il giurista e il prete di
strada, la Costituzione e il Vangelo, il Palazzo della Consulta e la Casa della Carità. Sul fondo, il
basso continuo creato dalla volontà di ragionare sulla Costituzione dei poveri come progetto
politico. Non i poveri delle statistiche, dei servizi televisivi, delle retoriche utili a strappare
consenso elettorale, ma dei poveri veri, uomini e donne che interrogano, con le loro esistenze
individuali, ogni idea di giustizia e ogni possibilità di cultura che voglia dirsi costituzionale o
evangelica. È possibile, si chiedono i due protagonisti, un’alleanza tra laici e credenti, tale da
riportare le persone a essere soggetto di una concreta azione politica? È possibile prendere la
Costituzione come bussola e ritrovare i principi evangelici che la attraversano? E, al contrario,
riscoprire quanto del pensiero evangelico è entrato a far parte della Costituzione, al punto che, se
davvero venisse attuata, avremmo una Costituzione dei non rappresentati, degli esclusi dalla
democrazia? Una Costituzione come vera casa comune? La Costituzione dei poveri è un libro
felicemente insurrezionale scritto da due uomini straordinari che hanno visto il Novecento, i suoi
precipizi e i suoi fasti di idealità, che hanno ancora desiderio di sottrarre i concetti alla gabbia
d’acciaio di un pensiero occhiuto che giudica impronunciabile un numero sempre più largo di
parole, spogliandole di ironia, gioco e intelligenza. Tra le parole più amate da entrambi, “radicalità”
e “rivoluzione”.