
La prassi del silenzio.
Dagli archivi vaticani una nuova immagine di Pio XII
di Daniele Menozzi, professore emerito nella Scuola normale Superiore di Pisa, tratto da “Il Regno/Attualità” 2025/12, pp. 232-235.
L’apertura degli archivi vaticani per il pontificato di Pio XII – avvenuta per volontà di papa Francesco nel marzo 2020 – era stata accolta come l’occasione per consegnare a una spassionata ricerca storica la ricostruzione di quel “silenzio” di Pio XII sulla Shoah che era stato oggetto di lunghe e accese polemiche. A partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, si erano infatti confrontate due antitetiche raffigurazioni del pontefice.
Erano emerse con particolare virulenza dopo la rappresentazione de Il vicario del drammaturgo Rolf Hochhut – vietata a Roma nel 1965 in considerazione del carattere di «città sacra» ad essa attribuita dai Patti lateranensi. Schematicamente, ma non senza fondamento, possiamo riassumerle nelle contrapposte immagini del “papa di Hitler” e del “papa degli ebrei”.
I primi risultati dei lavori condotti su fonti cui da tempo gli studiosi auspicavano di poter accedere non sembravano tuttavia portare grandi sviluppi alla conoscenza storica. Alcuni studi, pur aggiungendo particolari ignoti e precisazioni a quanto era già noto, confermavano il generale quadro interpretativo che la migliore storiografia – basta pensare ai magistrali saggi prodotti da Giovanni Miccoli – aveva già accertato attraverso l’analisi dei materiali disponibili: gli atti pubblici emanati dalla Santa sede; una selezione della documentazione archivistica pubblicata per volontà di Paolo VI; la scrupolosa edizione di fonti sulla Chiesa tedesca curata dall’Institut für Zeitgeschichte.
Altri contributi si mostravano invece preoccupati di esibire il ritrovamento di qualche inedita carta che veniva sbandierata come attestazione indiscutibile della tesi preconcetta – sostanzialmente riconducibile ad uno dei due stereotipi che da decenni alimentavano il dibattito – da cui erano partiti gli autori dell’indagine. In questo non entusiasmante panorama si segnalava il rilievo di una serie di saggi di Giovanni Coco, archivista presso l’Archivio apostolico vaticano, che nel 2019 aveva già dato alle stampe un accurato volume sui rapporti tra Chiesa e Stato durante il pontificato di Pio XI.
Facendo leva sulle conoscenze acquisite nel riordino delle carte del pontificato di Pacelli, egli mostrava l’opportunità offerta da un loro rigoroso esame per superare le rappresentazioni mitiche che circolavano sulla sua figura. In ordine all’atteggiamento del papa verso gli ebrei, richiamava la necessità di una considerazione dell’insieme dei materiali documentari che li concernevano. Dapprima divisi tra gli archivi delle due sezioni della Segreteria di Stato (la prima sbrigava le questioni diplomatiche; la seconda l’attività caritativa), a partire dallo scorcio del 1944, in seguito ad una riorganizzazione burocratica, si trovavano prevalentemente, anche se non esclusivamente, nei depositi della seconda.
Proprio la conoscenza sistematica di questo ampio complesso documentario – opportunamente integrata con fonti collocate in altri archivi, vaticani, italiani e esteri – è stata messa in opera per la pubblicazione di un volume (G. Coco, Un mosaico di silenzi. Pio XII e la questione ebraica, Milano, Mondadori, 2025, pp. 372) che costituisce un significativo apporto ad una effettiva intelligenza storica dell’atteggiamento di Pacelli sulla Shoah. Il libro, infatti, non presenta solo apparati – prosopografia dei personaggi citati, bibliografia delle opere consultate, indice delle fonti d’archivio e manoscritte, note di rimando, indice dei nomi – che lo rendono un utile strumento di lavoro, ma propone anche una tesi persuasiva.
Sostiene infatti che la posizione di Pio XII è inquadrabile all’interno di un insieme di silenzi – definito efficacemente “mosaico” – che riguardano in primo luogo la questione ebraica nei diversi contesti geo-politici europei in cui si presenta, ma comprendono anche le atrocità compiute dai nazisti in Polonia contro i civili; gli efferati eccidi a cui si abbandona l’esercito tedesco nei territori occupati, compresa Roma dopo l’8 settembre 1943; l’elaborazione della memoria pubblica di tutti questi eventi negli anni post-bellici.
Questa più ampia cornice conduce l’autore a spiegare la mancata denuncia pubblica della Shoah attraverso l’evidenziazione di un aspetto strutturale dell’istituzione ecclesiastica: la “prassi del silenzio” della diplomazia vaticana. Essa costituisce l’inevitabile conseguenza della posizione che la Chiesa assume dopo l’isolamento cui l’aveva confinata la difesa del potere temporale ad opera di Pio IX.
Il successore, Leone XIII, decide di fare della Santa sede un protagonista della vita politica internazionale. Ritiene infatti che, per quanto immerso nel consesso di Stati che rifiutano di assoggettarsi al suo potere spirituale, il papato sia ancora in grado di giocare un ruolo significativo. Può infatti presentarsi come una suprema autorità morale, cui finiranno per rivolgersi i disorientati attori del labirinto della modernità alla ricerca di sicuri riferimenti per regolare le relazioni internazionali.
La scuola diplomatica vaticana, in cui Pacelli si forma, traduce questa prospettiva generale nell’individuazione di due criteri fondamentali con cui trattare gli affari internazionali: una “perfetta imparzialità” e il “patrocinio universale” esercitato dal papa su tutti gli uomini. Ne consegue che Roma, di fronte alle tragedie portate alla sua attenzione, può prendere una netta posizione solo quando vi sia assoluta certezza in ordine ai fatti accaduti. Deve infatti evitare che la propaganda dei poteri politici mondani pieghi ai propri specifici interessi di parte i pronunciamenti di una Santa sede che vuole collocarsi su un piano superiore alle contingenti vicende della storia degli uomini.
Questa “prassi del silenzio” ha poi un ulteriore corollario in ordine alle negoziazioni diplomatiche: nei rapporti con gli Stati mai si deve irritare l’interlocutore con affermazioni sgradite, anche se corrispondenti alla realtà dei fatti. Occorre solo mirare a strappargli qualche concessione, per quanto minima. In tal modo, infatti, si contribuisce a rafforzare il prestigio di un pontefice che esercita una paterna carità verso l’intera umanità.
L’attribuzione di questo ruolo alla Santa sede è però frutto di un presupposto che il papato leonino acquisisce dalle coeve condizioni storiche. Si basa sulla convinzione che la diplomazia sia lo strumento con cui si risolvono i conflitti tra persone civili e oneste, comunque appartenenti a classi dirigenti educate secondo schemi ereditati da una condivisa cultura classico-cristiana. L’avvento dei totalitarismi novecenteschi rende questa visione completamente obsoleta. Come è noto, essi sacrificano ogni regola della convivenza civile alla realizzazione di quell’Assoluto secolare che perseguono, in particolare la supremazia della razza o della nazione.
Pacelli affronta quindi il nazismo con schemi ormai fuori dal tempo. A tale inadeguatezza di fondo si aggiungono poi ulteriori elementi. L’ammirazione che il nunzio di un tempo aveva maturato per la cultura tedesca, una volta diventato papa, lo spinge ad una particolare benevolenza verso la Germania. È rafforzata dalla convinzione che, terra pur sempre cristiana, essa comunque costituisce un baluardo contro la minaccia dell’espansionismo sovietico.
Per quanto riguarda la persecuzione nazista degli ebrei gioca infine il millenario pregiudizio antigiudaico: la sedimentazione dell’insegnamento del disprezzo, che il papa condivide con la grandissima maggioranza della comunità ecclesiale dell’epoca, lo porta a minimizzare le conseguenze delle nuove politiche razziste. Anzi, al pari di tanti fedeli, tende a intrecciare il tradizionale antigiudaismo, su base religiosa, con il moderno antisemitismo.
Su questo punto più esplicita avrebbe potuto essere nel volume la specificazione dell’innesto dell’abituale avversione agli ebrei in quanto pericolo per la religione sulla più recente considerazione che essi rappresentano una gravissima minaccia politica e sociale per la retta organizzazione del consorzio civile. Così come appare un po’ sbrigativa la spiegazione data all’assunzione nel pubblico discorso papale della categoria di “non ariani”: non sarebbe un cedimento alla cultura politica del nazi-fascismo, ma una via per riassumere sinteticamente le vittime delle variegate misure prese dai diversi regimi razzisti.
Si tratta di aspetti discutibili della ricostruzione, ma non ne inficiano certo la solidità. Lo testimonia una rapida escursione sui criteri storiografici con cui viene condotto lo scrutinio della “prassi del silenzio”. Un primo criterio consiste nell’inserimento della specifica posizione di Pio XII verso la Shoah in un lungo arco cronologico.
Va dalla Grande Guerra – quando Pacelli, minutante alla Segreteria di Stato, assiste alle prime modalità di esercizio dell’universale carità del papa nella posizione assunta da Benedetto XV verso i pogrom in Europa orientale -, fino ai primi timidi conati di un mutamento dell’atteggiamento verso gli ebrei che, verso la fine del suo pontificato, si manifestano nella riforma del rito della Settimana Santa, in cui si comincia a mettere in questione il topos della “giudaica perfidia”.
Si tratta di un’ottica indispensabile ad evitare una semplificazione che spesso avviene nelle ricerche di storia contemporanea: lo schiacciamento dell’indagine su una minuta ricostruzione cronachistica impedisce di connettere la puntuale restituzione di singole vicende con i generali processi storici cui esse si rapportano. Un secondo criterio riguarda il costante interesse alla ricostruzione del retroterra degli interventi di Pio XII.
Il libro esplora infatti il complesso lavoro degli uffici curiali che sta alle spalle dei pronunciamenti del pontefice (dalla valutazione delle sollecitazioni che provengono dai diversi attori della vita religiosa e politica sparsi sull’intero pianeta, all’esposizione delle ragioni che sconsigliano una risposta, alla preparazione dei materiali per darla). Poi, laddove possibile, procede all’analisi delle minute dello stesso intervento papale, con particolare scrupolo a verificare le correzioni sul testo apportate personalmente da Pacelli.
Ne risulta la presentazione del discorso papale – sia pubblico che rivolto ai riservati canali diplomatici – alla luce del processo redazionale che lo prepara. Come ben sanno gli storici, è la via che meglio chiarisce le intenzionalità che presiedono ad una locuzione. Strettamente connesso a questo, un terzo criterio caratterizza l’intera esposizione: l’attenzione per l’impiego delle parole, considerate come il tramite attraverso cui cogliere i disegni, anche riposti, che muovono i personaggi via via presi in considerazione.
Sotto questo profilo non è certo una novità la costatazione della scelta di Pio XII di evitare accuratamente il ricorso al termine “ebreo”, o suoi derivati, fino al periodo che segue la fine della Seconda guerra mondiale. Ma apporta nuovi elementi l’analisi dei succedanei di cui egli si serve. Il libro mostra chiaramente che nell’autocoscienza di un pontefice, spesso stupito e amareggiato davanti al rimprovero dei suoi silenzi, l’uso del sostantivo “stirpe” costituiva quel puntuale riferimento agli ebrei che era accusato di non aver mai compiuto.
Il fatto è che ben pochi, anzi soltanto i più informati circoli politico-diplomatici, erano in grado di capire l’allusione alla tragedia che, velata sotto quella parola, allora coinvolgeva concretamente la popolazione ebraica. Né mancano nel libro precise testimonianze – persino indirizzate allo stesso Pio XII, ad esempio dall’amico e prefetto delle Cerimonie pontificie, monsignor Carlo Respighi – circa la consapevolezza, ormai all’epoca maturata, dell’inadeguatezza di quel generico linguaggio papale a informare, circa quanto stava davvero accadendo, sia i fedeli, sia tutti gli uomini contemporanei, cui pure voleva indirizzarsi il papa.
L’adozione di questi criteri di lavoro, applicata ad una ampia mole di materiali documentari, consente di avanzare convincenti risposte a domande che a lungo erano state oggetto di dibattito storiografico. Penso in primo luogo alla definitiva liquidazione di quell’ultimo baluardo apologetico su cui si era cullata tanta storiografia confessionale: la Santa sede non sapeva della Shoah. Dalle carte emergono inequivocabili evidenze che dettagliate informazioni, da molteplici e credibili fonti, arrivavano in curia sulle pratiche di annientamento degli ebrei.
Ma il libro evidenzia anche la lettura che di queste notizie vi veniva compiuta. Nel settembre 1942 Montini, in un documento interno, usava, per la prima e unica volta, la parola «sterminio». Nei materiali di lavoro della Segreteria di stato quella parola – che arrivava ripetutamente sui tavoli dei suoi funzionari – era regolarmente espunta.
Solo nel febbraio 1945, in un telegramma di monsignor Tardini a Cesare Orsenigo, nunzio a Berlino compariva – questa volta in un documento prodotto all’interno del Vaticano, ma destinato ad uscire dalle sue mura – il sintagma «sterminio ebrei». Forse un sussulto legato alla maturazione in Segreteria di Stato di un preciso giudizio su questo rappresentante diplomatico della Santa sede. Lo palesa una lapidaria nota vergata a margine dei suoi rapporti a Roma: «giudizi e mentalità tipicamente nazista di monsignor nunzio».
Tuttavia, il libro sottolinea che comunque il campo semantico di quella rivelatrice parola compare nel discorso pubblico di Pio XII. Nell’allocuzione al Sacro collegio tenuta il 2 giugno 1943, in occasione della festa di s. Eugenio, il papa ricorda la sua sollecitudine per quanti, in «ragione della loro nazionalità o della loro stirpe [sono] destinati talora, anche senza propria colpa, a costrizioni sterminatrici».
L’autore ricostruisce persuasivamente il contesto dell’intervento: la percezione del fallimento dell’azione diplomatica verso il Terzo Reich (reso evidente dall’affronto compiuto dal suo ministro degli esteri che si rifiuta di aprire la busta di una nota di protesta vaticana, restituendola intatta al nunzio a Berlino); le pressioni di alcuni cardinali membri della Congregazione degli Affari ecclesiastici straordinari, che ritenevano non più rinviabile una presa di posizione pubblica sulle atrocità naziste; l’acutizzarsi dei risentimenti dei cattolici polacchi per il silenzio di Roma sulle vessazioni subite.
Ma il volume mostra anche che quell’allusione – ai più indecifrabile – rappresenta il massimo sforzo rinvenibile nell’insegnamento papale per denunciare la catastrofe che si consumava nei territori occupati dall’esercito tedesco. Negli anni successivi le sue parole – ancora più allusive e vaghe – saranno interpretabili, per la mancanza di precisione, secondo il registro preferito dalle diverse parti politiche. Si tratta di un cauteloso atteggiamento talmente radicato nell’apparato curiale romano che persino il funzionario che nel settembre 1942 l’aveva usata, una volta diventato papa Paolo VI, si guarderà dal farvi ricorso, oscillando nella definizione della Shoah tra «orribili vessazioni» (1964) e «tragedia» (1975).
Ma anche ad un’altra questione, a lungo controversa tra gli storici, il libro offre una risposta: la fondatezza della convinzione – frequentemente rinvenibile nei documenti romani del periodo bellico; poi più volte ribadita da Pio XII nell’elaborazione della memoria post-bellica del suo operato; infine diventata uno dei caposaldi delle ricostruzioni apologetiche del suo papato – secondo cui una pubblica presa di posizione del pontefice avrebbe solo avuto la conseguenza di aggravare la persecuzione nei confronti di vittime indifese.
Già Miccoli aveva notato come una ferma denuncia dell’episcopato olandese aveva ottenuto, sia pure momentaneamente, una sospensione delle pratiche antiebraiche messe in atto dalle truppe d’occupazione nazista nei Paesi Bassi. Coco ricorda ora un altro caso, quello dell’Ungheria, retta dal governo filonazista dell’ammiraglio Horthy. Questi, per quanto calvinista, mostrava particolare deferenza verso il papa che aveva personalmente conosciuto in occasione del Congresso eucaristico internazionale svoltosi a Budapest nel 1938.
Sollecitato da più parti ad intervenire sulle deportazioni degli ebrei ungheresi, nel giugno 1944 Pio XII decideva di inviargli un “telegramma aperto”, cioè leggibile da chiunque potesse avervi accesso. Lo pregava di adoperarsi ad alleviare le condizioni del «gran numero di sfortunati» che soffrivano «a causa della loro nazionalità o della loro stirpe». L’appello ebbe effetto. Pur senza dubbio favorito dal fallimento di un coevo colpo di stato tentato dai nazisti ungheresi e certo enfatizzato dalla stampa statunitense e dalle associazioni ebraiche internazionali, l’intervento papale determinò la sospensione delle deportazioni.
Nel giro di qualche mese, le “Croci frecciate”, il movimento nazista magiaro, riuscì con il sostegno di Berlino a rovesciare il governo Horthy. Venne allora avviato il processo di annientamento degli ebrei ungheresi. Non sappiamo ovviamente cosa sarebbe successo se Pio XII avesse abbandonato la “prassi del silenzio”. Tuttavia, dalla vicenda ungherese si può trarre una considerazione: la presentazione dell’atteggiamento del papa come via indispensabile ad evitare un ulteriore inasprimento delle pratiche antiebraiche appare in sede di giudizio storico più la pedissequa assunzione di una categoria usata da un attore a giustificazione del suo operato che l’esito di una corretta ricostruzione di quel che è realmente accaduto.
Ma, al di là di questi apporti alla soluzione di questioni dibattute, il libro offre numerose notizie tratte dall’accurata e sistematica esplorazione della ricca documentazione vaticana sull’atteggiamento verso gli ebrei. Non si può in questa sede enumerarle. Ma almeno un dato può essere rilevato: l’ampio spettro di posizioni personali manifestato dai personaggi che la narrazione fa via via emergere.
Da un lato, infatti, si trovano funzionari della Segreteria di stato, come monsignor Angelo Dell’Acqua, che diventa il referente per la trattazione in curia di tutte le questioni relative agli ebrei, che traduce il tradizionale antigiudaismo cristiano in un evidente antisemitismo. Non solo perché costante appare il suo richiamo alla minaccia alla convivenza sociale rappresentata dal popolo ebraico, ma anche perché scivola verso forme di razzismo. Lo palesa una frase con cui mette in guardia persino dagli ebrei convertiti al cattolicesimo, cioè coloro alla cui salvezza si erano prioritariamente indirizzati gli sforzi della Santa sede: «conviene tener presente che si tratta pur sempre di persone nelle cui vene scorre sangue ebraico».
Dall’altro lato dalle carte emerge anche la figura di sacerdoti – ad esempio monsignor Antonio Colonna, minutante alla Segreteria di Stato, che a più riprese suggerisce ai suoi superiori di prendere in considerazione le richieste, provenienti dal mondo ebraico o da esponenti politici alleati o neutrali, di procedere ad una pubblica condanna dell’antisemitismo. La sua sollecitudine per i perseguitati arriva al punto di prospettare la manifestazione di un qualche sostegno ad una via di salvezza come l’emigrazione in Terra santa, che la Santa sede da tempo non vedeva di buon occhio.
Ma le sue premure si scontrano sempre con un netto rifiuto. La “prassi del silenzio” che spiega questo comportamento si spinge fino al punto di oscurare il richiamo agli elementi basilari del messaggio evangelico. Sotto questo profilo un episodio ricordato nel libro appare davvero emblematico, racchiudendo, come nota l’autore, tutti i limiti di una linea che aspirava ad esercitare una paterna carità, ma che i condizionamenti politico-culturali impedivano ai suoi esecutori di praticare.
Davanti all’inasprimento della persecuzione antiebraica nella Repubblica sociale italiana, nel novembre 1943 l’arcivescovo di Milano, cardinal Schuster, asseriva essere dovere dell’episcopato prendere la parola per dichiarare che era «contro il Santo Vangelo il rifiutarsi di dare un pane, una veste ed un tetto ad un povero, chiunque sia». La risposta di monsignor Dell’Acqua, approvata da Pio XII, gli ricordava che era invece consigliabile «un’azione confidenziale», dal momento che «pubbliche dichiarazioni non fanno che maggiormente irritare le autorità e danneggiare quindi coloro cui si desidera e si vuole fare del bene».
Questa decisione spiega chiaramente la ragione per cui non giunse mai risposta alla precedente richiesta inoltrata alla Santa sede dalla Jewish Agency for Palestine di lanciare un appello radiofonico in cui si affermasse che «l’aiuto agli ebrei perseguitati è considerato dalla Chiesa come una buona azione».