
Haaretz 31 agosto
Noi israeliani facciamo parte di una famiglia mafiosa. È nostro compito combatterla dall’interno. Il progetto criminale, riprovevole e imperdonabile della distruzione di Gaza è un progetto interamente israeliano. Non avrebbe potuto realizzarsi senza la collaborazione – sia attraverso il contributo attivo che il silenzio – di tutte le componenti della società ebraica israeliana.
Di Michael Sfar (avvocato specializzato in diritti umani)
Quando Michael Corleone (interpretato in modo impeccabile da Al Pacino) porta Kay Adams (Diane Keaton) a conoscere la sua famiglia al matrimonio di sua sorella nella prima parte della trilogia de Il Padrino, lei viene a conoscenza di una storia molto inquietante sulla famiglia in cui sta per entrare. Sembra che la famiglia risolva i problemi attraverso una combinazione di violenza e corruzione. Quando Michael si accorge che Kay è scioccata, cerca di rassicurarla: “Quella è la mia famiglia, Kay, non sono io”!
Israele sta distruggendo Gaza. Chiamatela pulizia etnica, chiamatela cancellazione, chiamatela genocidio, chiamatela come volete. Non ho alcun dubbio che Raphael Lemkin, il giurista ebreo-polacco che ha coniato il termine “genocidio”, dichiarerebbe con lacrime di vergogna che lo Stato ebraico sta commettendo un genocidio a Gaza. Sta distruggendo il luogo e annientando il gruppo umano che vi vive.
Non si può essere moralmente selettivi: perché il movimento di protesta israeliano contro gli ostaggi ignora i palestinesiGli intellettuali ebrei devono usare il loro privilegio per combattere gli orrori di Gaza in ogni modo possibileLe proteste degli arabi israeliani non porranno fine alla guerra di Gaza. Tel Aviv deve affrontare i crimini commessi in suo nome
La distruzione fisica dell’ambiente costruito di Gaza è sistematica: casa dopo casa, edificio pubblico dopo edificio pubblico, infrastruttura dopo infrastruttura. Pensate al vostro quartiere: la scuola dei bambini, la clinica locale, il centro commerciale, il parco giochi, il parco, gli edifici degli uffici e i blocchi residenziali. Immaginate che tutto questo, assolutamente tutto, venga cancellato. Niente case, niente quartiere, niente comunità. Questa è la situazione a Gaza.
Un luogo che ospitava oltre due milioni di persone è diventato un unico vasto ground zero. Scuole, cliniche, negozi, infrastrutture idriche, elettriche e fognarie, strade e marciapiedi: tutto ridotto in cenere e polvere. Secondo l’analisi delle immagini satellitari, il 70% delle strutture nella Striscia è stato completamente distrutto o danneggiato al punto da renderlo inutilizzabile, e questo prima ancora delle prossime fasi della campagna, prima che la promessa del ministro della Difesa ai rabbini del movimento sionista religioso che “Gaza assomiglierà a Beit Hanoun” venga realizzata.
L’uccisione di massa dei gazawi è più caotica della distruzione dello spazio fisico: bombardamenti indiscriminati, bombardamenti sproporzionati, devastazione del sistema sanitario e, cosa ancora più terribile, fame. La creazione deliberata di una carestia provocata dall’uomo.
L’intenzionale e deliberata prevenzione dell’ingresso di cibo e aiuti umanitari a Gaza; lo smantellamento del sistema di soccorso internazionale che distribuiva rifornimenti in centinaia di punti in tutta la Striscia e la sua sostituzione con soli quattro punti di distribuzione – tre nel sud e uno nel centro, nessuno nel nord – tutto per costringere i gazawi allo sfollamento. Come cani condotti dalla casa al cortile con una ciotola di cibo. Il numero di coloro che muoiono di fame è incalcolabile. Le immagini sono agghiaccianti. Ti bloccano il respiro. Israele sta distruggendo Gaza.
Come si può continuare a vivere come parte di un collettivo che sta compiendo uno sterminio? Come si fa a svegliarsi la mattina e guardare negli occhi il droghiere appena tornato dal servizio di riserva, il soldato al bar o il vicino che appende un cartello con la scritta “Insieme vinceremo”?
È più facile guardare Ben-Gvir o Smotrich e pensare che non abbia nulla a che fare con noi. È più confortante pensare a questi due meschini fascisti che, a differenza dei loro omologhi italiani o tedeschi, non hanno né classe né estetica, solo razzismo puro e crudeltà sadica, e sentirsi sollevati. È più facile deridere Smotrich che si dilunga poeticamente su quanto sia morale affamare due milioni di abitanti di Gaza e quanto sia accettabile sacrificare gli ostaggi. È più facile sogghignare di Ben-Gvir che si compiace dell’idea della pulizia etnica (che lui chiama “incoraggiare la migrazione”) e dirci che questo non ci rappresenta, che non siamo noi.
Ma il progetto criminale, delittuoso e imperdonabile della distruzione di Gaza è un progetto interamente israeliano. Non avrebbe potuto realizzarsi senza la collaborazione – sia attraverso il contributo attivo che il silenzio – di tutte le parti della società ebraica israeliana. Il governo si è assicurato la fedeltà a questo crimine nei primissimi giorni della guerra, quando si è definita la natura dell’attacco di Israele a Gaza: un assalto totale a tutto ciò che è gazaiano, senza la pretesa di concentrarsi solo su obiettivi militari. Allora, quando le voci che mettevano in guardia dai crimini di guerra erano soffocate dai tamburi di guerra, tutti i segmenti della società furono incatenati alla complicità nel crimine.
Come i recluti della mafia, che su ordine del boss devono sparare a un negoziante che non ha pagato il pizzo, sigillando così un patto di sangue – con il sangue di qualcun altro – con “la famiglia”, così anche centinaia di migliaia di israeliani hanno risposto all’appello di bombardare, schiacciare, cancellare e affamare. Centinaia di migliaia di persone sulle quali ricade direttamente la responsabilità dello sterminio e milioni indirettamente, vincolate dal patto criminale, vincolate alla sua negazione e, quando la negazione non è più possibile, alla sua giustificazione.
Oggi non c’è alcun dubbio, e non può esserci alcun dubbio, su ciò che sta accadendo a Gaza. Israele sta commettendo crimini contro l’umanità su una scala agghiacciante. Sta distruggendo tutte le infrastrutture che rendono possibile la vita nella Striscia e sta affamando la sua popolazione. Dichiara ufficialmente la sua intenzione di compiere una pulizia etnica a Gaza o, come la definisce Netanyahu – il Darth Vader israeliano, che si è completamente arreso al lato oscuro della forza – di attuare la “visione di Trump”.
E anche adesso, quando tutto è già chiaro, quando l’accusa di genocidio è diventata molto difficile da respingere, gli israeliani nel loro insieme tirano giù il sipario e continuano la loro vita quotidiana. Da notare: nessuna associazione professionale israeliana osa gridare moralmente contro l’annientamento di Gaza.
Né l’Associazione medica israeliana, che rimane disgustosamente in silenzio di fronte alla distruzione sistematica del sistema sanitario di Gaza e all’uccisione di oltre 1.500 operatori sanitari, né le organizzazioni degli insegnanti, il cui silenzio di fronte alla distruzione totale del sistema educativo di Gaza (primario, secondario e superiore) insegna agli studenti israeliani che non tutti gli esseri umani sono nati a immagine di Dio.
Né l’Ordine degli Avvocati israeliano, il cui leader può chiedere l’arresto del ministro della Giustizia per aver sostituito le serrature del suo ufficio per umiliare il procuratore generale, ma non vede alcun motivo per dire una parola sul trasferimento della popolazione e sui piani di fame del governo israeliano, sui bombardamenti dei tribunali di Gaza, sulla fame e gli abusi dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane trasformate in campi di tortura, o sulla disgustosa collaborazione della Corte Suprema con tutto questo.
Che vergogna appartenere a un’associazione legale che lotta per preservare la “clausola di ragionevolezza”, ma non dice nulla sul dovere di consentire gli aiuti umanitari ai civili affamati o le visite della Croce Rossa ai prigionieri nemici.
Per quanto riguarda i media mainstream israeliani, è una perdita di tempo parlarne: di coloro che si definiscono “giornalisti” e che hanno cospirato per non riportare le sofferenze che stiamo causando ai residenti di Gaza, una cospirazione che è un crimine professionale; che per mesi hanno alimentato le fiamme della guerra e hanno permesso l’incitamento a commettere crimini; che continuano a impedire che si sentano le voci veramente critiche; e che sono rimasti in silenzio sull’uccisione sistematica di giornalisti a Gaza e sul rifiuto di consentire l’ingresso ai giornalisti, tranne quando sono incorporati nell’IDF per servire le menzogne del portavoce dell’esercito. I media israeliani sono il falò tribale nelle cui fiamme sta bruciando Gaza.
Non si sceglie la propria famiglia, e Israele è la mia famiglia. Ed è una famiglia criminale. Quindi, come si fa a continuare a vivere con una famiglia del genere? Tutto è contaminato. Il marciume ha consumato tutto. La sera stessa in cui la rivista Haaretz ha pubblicato decine di foto di bambini scheletrici – opera nostra – Channel 13 News ha mandato in onda un servizio di pubbliche relazioni sulla cucina raffinata israeliana e sulle stelle Michelin che i nostri migliori chef stanno per ricevere.
Michael Corleone pensava di poter rimanere parte della famiglia evitando una vita di crimini. Alla fine, ha ereditato il ruolo di suo padre ed è diventato il boss dell’organizzazione criminale della famiglia. Ci sono due modi per evitare un destino simile. Uno è tagliare i ponti con la famiglia. Molti lo hanno fatto negli ultimi due anni: hanno lasciato il Paese e hanno rifatto la loro vita in altre società. Ma c’è un’altra opzione: combattere la famiglia. Combatterla davvero. Capire che, a questo punto, la famiglia è l’avversario.
Il problema, vi ricordo, non sono Ben-Gvir e Smotrich. Il male emerge da molte delle roccaforti del cosiddetto “liberalismo” nella nostra distorta realtà israeliana. Ma – e questo è fondamentale – ci sono anche membri ribelli della famiglia. Insegnanti, artisti, avvocati, giornalisti, medici, assistenti sociali, accademici e molti attivisti politici che hanno osato alzare la voce contro la distruzione di Gaza con petizioni, video e manifestazioni. Siamo pochi, ma non insignificanti.
Insieme dobbiamo combattere la nostra famiglia con ogni mezzo non violento. Seguiamo l’esempio di Abramo che, secondo il Midrash, distrusse gli idoli venerati da suo padre; di Mosè che si ribellò alla sua famiglia adottiva egiziana per condurre un popolo di schiavi verso la libertà; e di tutti i profeti che rimproverarono il popolo peccatore e i re criminali. In termini odierni: sostenere chi si oppone, incoraggiare indagini internazionali e chiedere sanzioni e isolamento politico. Spingere con i piedi ciò che non entra nella mente e nel cuore, preservare un’isola di valori umani e, soprattutto, fermare lo sterminio di Gaza.
L‘autore è un avvocato specializzato in diritto dei diritti umani e diritto bellico, nonché autore del libro in lingua ebraica “Occupazione dall’interno: un viaggio alle radici del colpo di Stato costituzionale”.