Quei nomi letti che restituiscono la dignità ai bambin
DI MARCO MAROZZI (su Avvenire Bo-Sette)
In questo mondo indifferente, in questa Europa incapace, fra Stati patetici, politici indecenti, partiti liquefatti, la giustizia e la misericordia, la memoria e l’indignazione sopravvivono nelle iniziative di tanti e pochi che pur nella loro debolezza ricordano che «non c’è classifica nel dolore». I medici, le organizzazioni non governative, i digiuni, le scarpe, le cose che restano portate nelle piazze. Tanto e poco per guerre che proseguono gli stermini.
Il 14 agosto nella chiesa di Casaglia, a Monte Sole – dove, nel settembre del 1944, i nazifascisti sterminarono 770 civili, tra cui 52 bambini -, il cardinale Matteo Zuppi ha preso in mano una lista e ha iniziato a leggere: 12.227 nomi: 12.211 bambini palestinesi uccisi a Gaza, 16 bambini israeliani uccisi nel pogrom di Hamas del 7 ottobre 2023.
Un gesto che acquista un significato ancora più radicale se letto alla luce della tradizione ebraica, per cui il nome non è una semplice etichetta, ma un frammento d’identità, una particella di eternità. In ebraico, shem significa «nome», ma anche «memoria » e «presenza»: ciò che permette al giusto di «non essere cancellato dalla terra dei viventi». Dare un nome è un atto di creazione (Gn 2,19-20), pronunciarlo è un atto di riconoscimento, cancellarlo è un atto di morte. Non a caso, la «damnatio memoriae» più radicale presente nella Bibbia ebraica è l’«oblio del nome» (Deut 25,19: «Cancellerai il ricordo di Amalek sotto il cielo»). Il grande memoriale di Yad Vashem, («Un monumento e un nome» Is 56,5) costruito a Gerusalemme ricorda che senza nome non c’è memoria, e senza memoria non c’è giustizia.
Leggendo quei nomi, il Cardinale ha compiuto un gesto profondamente ebraico nella sua essenza: ha restituito a quei bambini ciò che la durezza di cuore dell’uomo, di ogni partito o fede, voleva sottrarre loro: l’esistenza stessa. Li ha strappati, uno a uno, senza distinzioni di fede o cultura, alla volontà cieca di distruzione ed eradicamento, alla statistica, alla categoria del «danno collaterale», espressione oscena di cui i benpensanti si riempiono la bocca, restituendoli alla comunità dei viventi. Un Vescovo cattolico ha agito come shomer, «vigilante», custode della memoria. Nome dopo nome, senza salti, senza abbreviazioni. Ore di lettura, per restituire voce a chi era stato ridotto al silenzio. Non è stata una commemorazione. È stata una deposizione. Un atto di accusa contro l’umanità, cioè la disumanità. Nomi che si fermavano al 15 luglio.
Ma dietro ogni cifra, dietro ogni statistica, c’è una volontà precisa: spegnere la memoria di chi è stato colpito, cancellarne il nome, trasformare l’assenza in oblio. Un gesto politico, perché riafferma la centralità della persona concreta contro l’astrazione genocidaria. Spirituale, perché restituisce all’idea di Dio la sua condizione minima: essere il garante che nessun nome vada perduto. Chi crede sa che davanti a Dio ogni nome è inciso sul palmo della Sua mano (Is 49,16); chi non crede può capire, almeno, che senza i nomi non esiste l’umanità.
«Gaza è il posto più pericoloso al mondo per un bambino, secondo l’Unicef – ha scritto a luglio il Washington Post, pubblicando (oltre otto ore di lettura) i nomi dei bimbi palestinesi uccisi, diffusi dal ministero della Sanità di Gaza -. I bambini palestinesi sono stati uccisi a un ritmo di oltre uno all’ora durante la guerra. Un’intera classe di bambini uccisi, ogni giorno per quasi due anni».