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LE AMBIGUITA’ DEL TERMINE “ANTISEMITISMO”

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Le ambiguità del termine «antisemitismo»     «Tra i più vistosi fenomeni del mondo attuale si può collocare la risemantizzazione della categoria di “antisemitismo”»: chi parla è lo storico Daniele Menozzi sull’ultimo numero della rivista Il Regno. «Il Governo israeliano, con il sostegno dell’amministrazione statunitense e dei suoi fautori distribuiti su tutto il globo, ne fa un uso politico-propagandistico che trasforma il contenuto semantico del termine. Qualifica, infatti, come manifestazione d’antisemitismo l’espressione d’ogni forma di dissenso rispetto ai suoi indirizzi e, in particolare, rispetto alle politiche coloniali che conduce nella regione mediorientale.   Sembrano irrimediabilmente tramontati (…) i tempi in cui uno studioso del calibro di Pierre Vidal-Naquet avanzava, in quanto francese ebreo, una rivendicazione da molti condivisa: la critica agli indirizzi del Governo israeliano, alle sue derive teo-politiche e alle sue pratiche coloniali si coniugava perfettamente con il pieno appoggio all’esistente Stato d’Israele.   Appare uno sbiadito ricordo persino la Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo. Era stata formulata nel 2021 da ambienti accademici israeliani e americani, proprio per evitare che il termine venisse usato per coprire atti politici che nulla avevano a che fare con il pregiudizio, la violenza e la discriminazione “contro gli ebrei in quanto ebrei”».   Il mutamento semantico in atto, oltre che portare al «suicidio di Israele» – come (…) ha recentemente ricordato Anna Foa (cf. Regno-att. 20,2024,617; 12,2025,305) – finisce per sgretolare uno dei fondamenti su cui si è costruita la cultura etico-politica del secondo dopoguerra. La lotta contro l’antisemitismo vi ha giocato un ruolo rilevante. Ha infatti contribuito al consolidamento degli ordinamenti liberal-democratici (non a caso, in molti di essi, il Giorno della memoria è entrato nel calendario civile). Così come, sul piano religioso, ha dato impulso al mutamento del rapporto tra cristiani ed ebrei, formalizzato al concilio Vaticano II».   Questa lunga ma necessaria premessa, apre la presentazione che Menozzi fa del volume di Ignazio Veca, Il discorso del rabbino. Storia del plagio alle origini dell’antisemitismo moderno (Il Mulino, Bologna 2025, pp. 307, € 25,00). Perché il lavoro di Veca è importante?   Perché se «l’indagine sui fondamenti e gli sviluppi dell’antisemitismo moderno si è concentrata sulla clamorosa falsificazione dei Protocolli dei savi anziani di Sion» – il testo apparso nel 1903 in un periodico di San Pietroburgo – si è sempre ignorato che alla base della discriminazione verso gli ebrei che ha portato alla Shoah aveva contribuito e non poco un precedente falso, circolato alla fine dell’Ottocento: Il Discorso del rabbino.   Esso «aveva somministrato all’opinione pubblica l’idea» base: l’esistenza, cioè, «di un segreto progetto di dominazione mondiale diretto dagli ebrei per asservire i gentili chiamava questi ultimi a organizzare una risposta adeguata al livello della minaccia su di essi incombente».   In epoca di fake news, di postverità e di teorie complottiste le più varie, una rinfrescata della memoria storica – specie se fatta in maniera rigorosa – è sempre un’ottima operazione d’igiene del pensiero.
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