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Il valore politico della speranza

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Il valore politico della speranza

di Anna Rowlands, docente di Pensiero e pratica sociale cattolica, Università di Durham (UK), Esperta alla XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi

Con modalità diverse a seconda dei luoghi e dei tempi, la retorica politica non ha mai smesso di ricorrere al linguaggio della speranza, per la sua grande efficacia motivazionale. Si tratta però di una speranza che è spesso sinonimo di un generico ottimismo o di una attesa di rivalsa. Il giubileo è l’occasione per riflettere sul senso della speranza nella tradizione della teologia cristiana e sul suo potenziale squisitamente politico come risposta ai bisogni che percorrono le società contemporanee. Negli ultimi dieci anni l’impegno sociale dei cristiani è diventato una questione politica, come possono testimoniare organizzazio ni come Caritas Internationalis o il Jesuit Refugee Service (JRS, Servizio dei gesuiti per i rifugiati). Le opere di misericordia, l’impegno per costruire strutture più giuste, gli aiuti umanitari e la cooperazione allo sviluppo sono sempre più spesso usati come armi all’interno di conflitti culturali, economici e politici più ampi. È un fenomeno globale ed è ac compagnato da un cambiamento significativo nel modo in cui i cattolici che ricoprono responsabilità politiche parlano dell’impegno per la giustizia sociale a livello locale e internazionale. Un caso esemplare sono le afferma zioni del vicepresidente statunitense JD Vance, che a fine gennaio 2025 ha Il testo è una rielaborazione dei contenuti presentati dall’A. con il titolo «A Politics of Hope and Catholic Social Teaching as a Guiding Light» in occasione della Annual Trócaire Lent Lecture svoltasi l’11 marzo 2025 presso il St. Patrick’s College di Maynooth (Irlanda). La registrazione della conferenza è disponibile in . Traduzione dall’inglese, adattamento, neretti e note a cura della nostra Redazione. • 458 Aggiornamenti Sociali agosto-settembre 2025 (458-465) giubileo cercato di giustificare teologicamente alcune scelte dell’amministrazione Trump 1, come le deportazioni di massa dei migranti o gli ingenti tagli ai fondi destinati alla cooperazione internazionale, una decisione quest’ultima con conseguenze globali molto estese 2. Nello spazio pubblico e nella retorica politica emergono posizioni diametralmente opposte alla visione di fraternità universale e di ami cizia sociale che le encicliche di papa Francesco Laudato si’ (2015) e Fra telli tutti (2020) promuovono a fon damento di una politica di speranza. Anzi, siamo spesso di fronte a quella che la Fratelli tutti diagnostica come una degenerazione della politica, che «La buona politica unisce all’amore la speranza, la fiducia nelle riserve di bene che ci sono nel cuore della gente, malgrado tutto». Papa Francesco, Fratelli tutti, n. 196. spinge alla chiusura su di sé e promuove un localismo competitivo se non narcisistico, senza riuscire a vedere che locale e universale sono sempre in relazione. 1. Una scelta tra teologie politiche Tutto questo evidenzia che, quando parliamo di visioni cristiane della società, facciamo riferimento a idee che già circolano e sono oggetto di di battito nello spazio pubblico, anche se non sempre sono presentate in modo adeguato. Di conseguenza il modo in cui “rendiamo ragione” della speran za cristiana deve misurarsi con questo contesto sempre più complesso. Non possiamo essere ingenui riguardo all’uso politico della fede, né rischiare di contrastarlo con una speranza a buon mercato. Viviamo in un momento in cui la scelta non è se avere una teologia politica o meno, ma tra teo logie politiche rivali, portatrici di concezioni della carità, della speranza e della giustizia che differiscono profondamente e talvolta in modo violento. Sessant’anni fa, la tesi della secolarizzazione prevedeva che in Occidente la religione sarebbe diventata un pezzo da museo. Il tempo non le ha dato ragione: se nel Nord globale i tassi di appartenenza alle confessioni religio se istituzionali continuano a diminuire, cresce il significato politico della religione e nuove forme di pratica religiosa e postreligiosa emergono sia nel Nord sia nel Sud del mondo. Inoltre, le confessioni religiose rimangono tra i principali donatori di aiuti umanitari a livello globale riuscendo a raggiungere il livello locale e promuoverne lo sviluppo integrale in modo più efficace di molte organizzazioni non religiose. Infine, il credo 1 Cfr «JD Vance: Instead of engaging in propaganda, new media is asking real questions», in Fox News, 29 gennaio 2025, ; a riguardo, cfr Patterson J., «L’ascesa del cattolicesimo postliberale», in Aggiornamenti Sociali, 6-7 (2025) 416-420. 2A riguardo, cfr Sposetti C. (ed.), «L’alternativa alla legge del più forte. Crisi e futuro del multilateralismo», in Aggiornamenti Sociali, 4 (2025) 223-242. • 459 Il valore politico della speranza e la pratica religiosa continuano a fornire senso e ragioni di resistenza e resilienza a molte persone con risorse economiche o politiche limitate. Per questo la religione è tutt’altro che un pezzo da museo e continua a esistere, in forme in constante evoluzione, come una realtà complessa e dinamica, che intreccia una molteplicità di livelli. Secondo la filosofia del liberalismo politico che ha a lungo permeato molte delle nostre società, il linguaggio delle virtù, in particolare le virtù cristiane della fede, della speranza e della carità, costituiva una questione legittima di convinzioni private che non aveva posto in uno spazio pubbli co neutrale e secolare. Le virtù acquisite, tra cui la giustizia e la prudenza, rimanevano rilevanti, ma staccarle dal legame con le virtù teologiche in fuse le rendeva più armoniche con quella impostazione filosofica. I poli tici usavano una retorica secolarizzata della speranza, vicina al semplice ottimismo. Questa forma di speranza politica non ha resistito ed è stata soppiantata da una politica della rabbia e del risentimento. Così ci troviamo oggi in un momento della storia in cui la religione sfida i teorici della secolarizzazione, la politica mette in questione i filosofi del liberalismo politico e torna a emergere il linguaggio delle virtù, comprese fede, speranza e carità, pur oggetto di contestazioni e di forti passioni come sempre. 2. Quale speranza per un tempo che ne ha fame? È significativo che questo ritorno della pretesa di tutte le parti politiche di incarnare la virtù avvenga in un momento in cui molte perso ne dichiarano di nutrire sentimenti di disperazione sociale. La fame e la mancanza di speranza sono indicatori critici dello stato di salute del nostro tempo. Gli esempi non mancano. La ricerca sociale ha mostrato in modo convincente che nutrire qualche speranza per il futuro è correlato positivamente all’impegno nella società civile, al voto, alla cura della salute e delle amicizie. Di converso, coloro che nutrono sentimenti di dispera zione sociale sono molto più suscettibili alla disinformazione e alle teorie del complotto. La speranza e la fiducia sono profondamente correlate. La speranza è legata alla fiducia sociale, alla partecipazione a tutti gli aspetti della vita sociale e al senso di connessione con i vicini e i lontani. Per questo dedicare il giubileo al tema della speranza è stata una scelta particolarmente opportuna. Molti tratti della concezione cristiana della speranza, infatti, sono in grado di offrire risposte sia alla tendenza alla politicizzazione della virtù, sia alla fame di qualche forma di speranza reale. Rifacendoci alla bolla di indizione del giubileo 3, ne prenderemo in esame tre in particolare: la speranza deve essere compresa innanzitutto 3 Cfr Papa Francesco, bolla di indizione del giubileo Spes non confundit, 9 maggio 2024. • 460 Anna Rowlands giubileo come un dono piuttosto che come qualcosa che dobbiamo produrre; per i cristiani, la speranza è un habitus, una pratica, un modo di fare e di essere, non solo un’emozione; perseverare nella pratica della speranza è collegato alla capacità di discernere i segni di speranza come parte del nostro dovere cristiano di leggere i segni dei tempi. a) La speranza è un dono La riflessione della dottrina sociale della Chiesa sulla speranza poggia sul pensiero di san Tommaso d’Aquino, secondo cui la speranza non è una decisione cognitiva o un’aspettativa, ma piuttosto un desiderio che tut ti gli esseri umani hanno per il bene. Considera la speranza una virtù cor rettamente egoistica, indirizzata verso noi stessi e gli altri che condividono la nostra condizione umana, a differenza della carità, che è la virtù auten ticamente disinteressata, in quanto desidera il bene senza aspettarsi nulla in cambio e senza calcolare il costo. Invece la speranza ha di mira ciò di cui noi stessi abbiamo bisogno per perseverare. È il desiderio profondamen te radicato in ogni essere umano che gli sia fatto del bene e non del male, e che sia possibile raggiungere una qualche forma di realizzazione, anche se il percorso non è agevole. È il desiderio di un bene di valore, ma difficile da raggiungere. Se non lo fosse, se si trattasse di qualcosa che possiamo raggiungere senza sforzo e senza l’aiuto di Dio, non si tratterebbe di spe ranza. La speranza ci guida lungo un cammino fatto di fatica, di lotta, di perdite, di fallimenti e talvolta di sofferenze. Ciò che è oggetto di speranza è difficile, ma non impossibile da raggiungere: vediamo l’ingiustizia, ma sappiamo che non è invincibile, come afferma la Laudato si’. All’interno della concezione cristiana della speranza incontriamo una tensione cruciale tra la difficoltà e la possibilità di raggiungere il bene. In una prospettiva cristiana, riconoscere la speranza come parte della nostra ricerca del bene, per quanto ardua, richiede di comprendere che cosa rende la speranza “possibile”. Non è la fiducia nel progresso umano o la convinzione che basta lasciare andare le cose perché tutto si sistemi. Secondo san Tommaso d’Aquino queste idee sono il nemico della vera speranza. Ciò che rende possibile la speranza è il fatto che in origine non è il frutto del nostro agire, ma un dono divino infuso in noi. In un certo senso, questo dovrebbe dare sollievo in un mondo in cui generare sentimenti di speranza può sembrare impossibile. Riceviamo la speranza come un dono, ma soprattutto agiamo in base a quel dono. In termini più biblici, sperare è accogliere e fidarsi della promessa di Colui che sostiene e trasforma la nostra realtà. In mezzo alle avversità e agli orrori della storia, accogliere e fidarsi della promessa ci permette di mettere in atto i segni e la logica della speranza. Il valore politico della speranza b) La speranza è una pratica Nella bellissima enciclica del 2007 Spe salvi, papa Benedetto XVI ha cercato di racchiudere l’essenza della speranza cristiana spiegando che cosa essa sia o non sia. Ha affermato che la speranza non è la promessa o l’attesa di una soddisfazione o di una felicità private che perdurino nel tempo: non è mai individualistica. Neppure è la convinzione che le società umane progrediscono inevitabilmente nel tempo, né la libertà da ogni sofferenza o dipendenza durante questa vita. La speranza si riceve, non si ottiene: o la accogliamo attivamente come dono o la rifiutiamo. Siamo liberi di scegliere o rifiutare di partecipare ai percorsi della speranza. La speranza è un invito a intraprendere abitualmente azioni e pratiche di un certo tipo. È sempre sociale, comunitaria e personale. Ci sono alcuni “luoghi” chiave in cui apprenderla ed esercitarla (cfr ivi, nn. 32-48): la preghiera, personale e liturgica, che purifica il nostro cuore e lo allarga, facendolo capace di una speranza più grande; l’azione, seria e retta, che è speranza in atto, e la compassione per la sofferenza; la prospettiva del giudizio finale e la pratica della giustizia. c) Discernere i segni di speranza A questa riflessione tradizionale sulla speranza, la Spes non confundit aggiunge un’ulteriore dimensione: intraprendere insieme un discerni «I testimoni di impegno sociale, i movimenti popolari e le diverse organizzazioni cattoliche dei lavoratori sono espressione delle periferie esistenziali in cui resiste e sempre germoglia la speranza». Leone XIV, Discorso ai membri della Fondazione Centesimus annus pro Pontifice, 17 maggio 2025 mento dei segni di speranza come parte della lettura dei segni dei tempi, che «è dovere permanente della Chiesa» 4. È un compito particolarmente insidioso e controculturale. I media ci saturano di notizie che ci fanno sentire disperati, lasciandoci con la scelta apparente tra ignorare quella che ci viene presentata come la real tà e affrontarla, sapendo che si tratta di un’immagine distorta e semplifi cata di qualcosa di troppo ampio e complesso da poter essere dominato. Nell’introduzione a L’umanità in tempi bui 5, la filosofa Hannah Arendt (1906-1975) afferma che conosciamo l’oscurità del nostro tempo grazie alla luce proiettata da quelle vite che testimoniano un percorso al ternativo. La luce interpreta il buio, permettendoci di conoscerlo per ciò che è. Papa Francesco condivide questo punto di vista. Una parte significa 4Concilio Vaticano II, costituzione pastorale Gaudium et spes, 1965, n. 4, cit. in Papa Francesco, Spes non confundit, n. 7. 5Arendt H., L’umanità in tempi bui, Mimesis, Milano-Udine 2023 (ed. or. 1968). • 462 Anna Rowlands giubileo tiva del suo insegnamento è l’insistenza sul fatto che credere nella bontà della creazione e nell’azione della grazia nella storia, che fa parte della fede cattolica, ci chiama a impegnarci nel discernimento dei segni di questa bontà e di questa azione. Conosciamo la diagnosi di papa France sco sui mali della nostra epoca: sradicamento culturale, indifferenza verso la povertà e la sofferenza, massificazione e mercificazione delle culture, e conflitti tra di esse. Minore attenzione riceve l’appello, costantemente formulato nei suoi scritti, ad allenare la nostra attenzione a riconoscere i semi di bontà, i segni del regno di Dio e della sua azione attraverso le sue creature per redimere e guarire, per sostenere e riconciliare. In altre parole, saranno i frutti a rendere visibili e conosciuti gli atti e i com portamenti di speranza: solidarietà, ricerca della giustizia, una più equa distribuzione delle risorse, cura della casa comune. Siamo chiamati non solo a praticarli, ma anche a discernerli e celebrarli. 3. La speranza di chi dovrebbe essere disperato Un esempio può aiutare a comprendere meglio e a dare concretezza a questa visione della speranza. Cinque anni fa, durante un progetto di ricerca 6, ho personalmente condotto una serie di interviste con rifugiati in condizioni di povertà a Londra. Queste persone vivevano da lungo tempo, fino a un decennio, senza aver ottenuto uno status legale di permanenza nel Paese, e quindi senza possibilità di godere del diritto al lavoro o all’as sistenza sociale. Sopravvivevano grazie alla carità delle reti di rifugiati. Parlando con loro del ruolo della religione nelle loro storie, mi hanno più volte citato lo stesso brano: «Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguar do – oracolo del Signore –, progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza» (Geremia 29,11). Queste persone mi ripete vano: «Dio ha un progetto per me, per il mio benessere e non per la mia sventura. Se ancora questo progetto non mi è chiaro, è perché la mia storia non è ancora completa. Ho speranza perché c’è una promessa che nessun potere di questo mondo può distruggere completamente e perché posso raccontarmi una storia che crea una connessione tra il mio passato, il mio presente e il mio futuro». È stato impressionante incontrare persone che vivevano alla giornata, facendo esperienza dell’estrema brutalità degli Stati moderni e sentirsi dire che la difficoltà della loro esperienza aveva intensificato, non diminu ito, il significato della speranza, in quanto è una categoria teologica. 6A riguardo, cfr Rowlands A., For our welfare and not for our harm. A faith-based report on the experience of the refugee and refugee support community at JRS UK 2017–2019, JRS UK, Londra 2019, ; Id., «Reading Simone Weil in East London. Destitution, decreation and the history of force», in Kilby K. – Davies R. (edd.), Suffering and the Christian Life, T&T Clark, Londra 2020, 113-132. • 463 Il valore politico della speranza Dalla loro riflessione sono emerse tre profonde consonanze con quanto la tradizione cristiana insegna sulla speranza. a) Affrontare il divario tra il rischio e la promessa Innanzi tutto, come osserva il filosofo Josef Pieper, la speranza non è la comoda certezza del possesso, ma è necessaria perché siamo creature che vivono nel tempo, nell’angoscioso “non ancora” della storia. Desideriamo una pienezza di vita che non è ancora completamente nota o raggiungibile. La speranza diventa una virtù più intensamente invocata e più necessaria proprio quando sembra aumentare il divario tra il rischio dell’annienta Josef Pieper Il filosofo tedesco Josef Pieper (1904-1997) è considerato uno dei massimi esponenti del neotomismo del XX secolo. Benedetto XVI lo indicò come suo amico e maestro. mento e della distruzione e la promessa rice vuta. La speranza è la risposta appropriata alla consapevolezza di questo divario e di essere “in cammino”, in pellegrinaggio. La speranza è la virtù che ci colloca nel tem po, senza evasioni, ma in contatto con un mondo che è pura difficoltà e puro dono. La speranza sostiene i nostri atti di solidarietà e il nostro impegno per la giustizia e la pace. La speranza è proprio la virtù più, e non meno, adatta ai tempi bui e, se intesa in questo modo, non può essere confusa con l’ottimismo, che ignora o fa finta di non vedere il divario, o con la sicumera che rifiuta la sofferenza che ne deriva. La speranza è la virtù appropriata alla condizione di chi vive in quel divario e si protende verso la giustizia e la pace. b) La speranza conduce all’azione In secondo luogo, coloro che ho intervistato hanno affermato chiara mente che la speranza conduce all’azione. La speranza, che è un dono, ci invita all’accoglienza attiva. Ci attira nella grande storia della cooperazione tra Dio e l’umanità. La speranza infusa in noi conduce ad atti di speranza. Anche le scienze sociali collegano la speranza alla capacità di agire: coloro che più si sentono privi della possibilità di agire e incidere sulla realtà, sono spesso i più disperati, mentre coloro che sentono di avere possibilità di agire conservano più facilmente la speranza, anche in circostanze diffi cili. In senso cristiano, la speranza non è tanto questione di emozioni, ma di atti. La Laudato si’ e la Fratelli tutti delineano le pratiche di speranza a cui siamo chiamati. Teologicamente, la speranza nasce dalla fiducia che possiamo sempre cambiare direzione e le crisi rendono più profonda la consapevolezza che dipendiamo da Dio e gli uni dagli altri, e che nes suno si salva da solo. Ci invitano a compiere atti politici di speranza: • 464 Anna Rowlands giubileo imparare a ridistribuire il potere, la ricchezza e il prestigio sociale, dando priorità ai bisogni dei più poveri. c) La speranza è l’opposto dell’ansia, non della paura In terzo luogo, poiché la speranza ci permette di affrontare il divario tra la violenza e l’ingiustizia del mondo e il nostro desiderio di pienezza e realizzazione, ne consegue che speranza e paura non sono l’una l’opposto dell’altra. Era evidente per coloro che ho intervistato, così come è al centro delle riflessioni di san Tommaso d’Aquino. Viviamo in un’epoca di ansia, esacerbata dalla tossicità dei social media; perciò è importante chiarire che ansia e paura non sono sinonimi. La tradizione teologica distingue tra l’ansia, che paralizza, si intensifica e ci impedisce di affrontare la realtà, e la paura, che può essere santa e giusta, e motivarci ad agire per il bene. Ho paura di non riuscire a essere una buona madre, una buona moglie, una buona insegnante o una buona cittadina, e questa paura mi spinge ogni giorno a impegnarmi per raggiungere l’eccellenza in questi ruoli. Ho paura che il mondo soccomba a conflitti futili e si allontani dal suo vero desiderio di pace, che le risorse della terra non raggiungano coloro a cui sono state destinate da Dio a causa dell’avidità o della corruzione. Questa paura mi spinge verso la speranza che nasce dalle promesse di Dio. La speranza, quindi, è la virtù appropriata al rischio che le cose non vadano bene e serve come antidoto all’ottimismo ingenuo. 4. Una sfida alla disperazione sociale La riflessione tradizionale cristiana sulla speranza rappresenta una sfida a un’altra caratteristica della disperazione sociale. Possiamo dire a noi stessi che i nostri sforzi, per quanto ben intenzionati, sono vani e stolti agli occhi del mondo. Non vediamo ancora tutti i frutti che desideriamo. Un’ultima parola di Josef Pieper ci aiuta a reinterpretare questi sentimenti in chiave cristiana. Egli afferma che tutti i tentativi di agire in fede, speranza e carità non si limitano a farci andare avanti nel nostro oggi, perché tutto ciò che è buono, vero o bello viene incorporato all’eternità. Quindi, ogni atto di speranza è per sempre. Una politica della speranza agisce ora, nel tempo del divario tra l’esistente e il desiderato, sulla base di quella promessa ina lienabile che è nostra e del nostro prossimo, di ognuno e di tutti, e che vale per la storia e per l’eternità.

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