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Chiedere scusa ai propri figli

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Chiedere scusa ai propri figli

Mauro Armanino 06 Ottobre 2025


Gaza, 1 ottobre 2025: attività ludiche e sportive organizzate dall’ong Vento di terra per cercare di “distrarre” i bambini e le bambine

Cosa significa essere poeta in tempo di guerra?
Significa chiedere scusa...

Chiedere scusa… per non essere stati all’altezza dell’eredità ricevuta dai propri padri e dalle proprie madri. Per non aver realizzato con onestà la missione a noi confidata. Per avere tradito le parole da cui tutto nasce e a cui tutto torna. Per avervi mentito sul senso della vita nell’impressione di essere stati saggi. Per le mancanze di fedeltà e di coraggio dinnanzi alle scelte e le promesse fattevi. Per la codardia con la quale abbiamo smesso ad un certo punto della nostra vita, di sovvertire il mondo. Per non aver osato dare, donare e domandarvi tutto e senza condizioni. Per i compromessi coi quali abbiamo perso di vista l’essenziale della vita. Per aver imparato e poi avervi insegnato ad essere accomodanti con la verità e la falsità delle cose. Per aver perso del tempo a non sognare assieme a voi.

Per non essere morti prima di voi. Per aver sepolto sul nascere il mondo nuovo che voi immaginavate dovesse accadere. Per le speranze mistificate in un facile ottimismo a buon mercato. Per avere spinto a sbarazzarvi di un Dio fragile e bisognoso per il dio del denaro e delle cose vendibili. Per non essere stati presenti nei momenti in cui era necessario e non esserci ritirati quando era invece importante farlo. Per le guerre mai dichiarate e per quelle mai combattute. Per aver travestito la pace in tranquilla e mediocre ingiustizia per evitare di lasciarvi soli a coltivarla. Per non aver osato amare abbastanza da bruciare i meschini regolamenti degli interessi di parte. Per non avere fatto silenzio nel vostro dolore.

… chiedere continuamente scusa, agli alberi bruciati,
agli uccelli senza nidi, alle case schiacciate

Per le inutili raccomandazioni a diventare uguali alla maggioranza. Per non avere piantato con voi tutti gli alberi che avremmo dovuto far crescere nel deserto. Per gli occhi spenti, a partire da un certo giorno, perché incapaci di stupore e di ingenua meraviglia. Per non avere cercato insieme i sentieri ancora da scoprire e aver preferito seguire quelli fin troppo battuti. Per non aver contestato le frontiere che contribuivano a discriminare i poveri e per avere scartato gli inutili. Per aver osato abitare nelle case costruite sull’iniquità e all’ombra dei potenti. Per non aver saputo leggere e raccontarvi i segni dei tempi per timore di essere giudicati esagerati. Per non avervi insegnato a scrivere il silenzio delle notti.

… alle lunghe crepe sul fianco delle strade,
ai bambini pallidi, prima e dopo la morte
e al volto di ogni madre triste, o uccisa!
[Il loro grido è la mia voce, è un testo raccolto nel libro
“Poesie da Gaza” di autori vari, prefazione di Ilan Pappé]

Per le macerie che vi lasciamo oggi come principale eredità. Per le armi che avremmo dovuto eliminare per sempre dal nostro immaginario. Per non avervi preso per mano e portati lontano al momento giusto.


Mauro Armanino, operaio, prete, ha studiato antropologia e vissuto in diversi paesi del sud del mondo. Oggi vive a Sestri Levante. Altri suoi articoli sono leggibili qui (questo articolo è stato inviato anche a ilfattoquotidiano.it).

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