di STEFANO MASSINI , La Repubblica 12 ottobre 2025
SEttecento anni sono passati da quando Marco Polo vide Samarcanda. La descrisse come una città magnifica, in cui convivevano saraceni e cristiani. Adesso, verrebbe da dire, gli uzbeki della splendida città cantata da Vecchioni percorrono al contrario la Via della Seta e come tanti Marco Polo si spingono alle nostre latitudini con divisa da infermiere. Sì, una divisa da infermiere. Perché proprio in questi giorni la Regione Lombardia ha annunciato l’inizio di un piano pratico di immissioni di centinaia di infermieri uzbeki nelle proprie strutture sanitarie. È una bellissima pagina di scambio e di cooperazione, senza dubbio, ma a guardar bene qualche riflessione la induce, se si pensa che da anni i nostri sindacati lanciano un allarme inascoltato sulle paghe sconfortanti del personale paramedico, spesso e volentieri costretto a migrare all’estero dove gli ospedali garantiscono stipendi più decorosi e maggiore considerazione professionale. Come dire che siamo davanti a una curiosa forma di porta girevole, con i nostri infermieri che se ne vanno e vengono prontamente sostituiti da brasiliani e uzbeki a loro volta in fuga dalle rispettive lande natie. Che poi, a dirla tutta, l’Uzbekistan ci risulta essere uno dei tanti scenari al mondo in cui agisce Medici Senza Frontiere, lì principalmente attivo nel contrasto alla tubercolosi. Ricapitolando: al sistema sanitario di Tashkent e Samarcanda occorre Medici Senza Frontiere per debellare la tubercolosi, ma nel frattempo i loro infermieri espatriano a Milano, Como e Brianza per sostituire gli infermieri meneghini, comaschi e brianzoli che espatriano a loro volta. Potremmo definirlo un teatro dell’assurdo, se non fosse l’ennesimo paradigma del mondo del lavoro nell’era della globalizzazione, punto di approdo di quella mutazione iniziata secoli e secoli fa, quando il buon Goldoni (nel 1762) scriveva del tessitore Anzoletto costretto ad andare a lavorare in Moscovia. Nel frattempo, la manodopera più competitiva non è più in India o in Cambogia, ma nei formicai iperpopolosi di Lagos nella nuova rampante Nigeria in cui le mani di un operaio tessile costano un’inezia. Vietato scandalizzarsi, è il flusso di Sua Signora Economia, al cui cospetto non ti è dato alzare il mento ma solo devotamente inchinarti.https://sfoglio.repubblica.it/data/2168/reader/reader.html?ref=app_share#!preferred/0/package/2168/pub/2168/page/18/content/76541