Cancro: per fermare l’epidemia i farmaci (da soli) non bastano. La prevenzione salva la vita

Pubblicato il: 30 Ottobre 2025Fabio Di Todaro – Dal numero 232 del Magazine
Nonostante i progressi registrati nel trattamento del cancro, il panorama globale delle malattie oncologiche è dominato da una crisi sanitaria in espansione.
Oltre a documentare un aumento rapidissimo dei casi e dei decessi per cancro tra il 1990 e il 2023, dagli ultimi dati pubblicati su The Lancet emerge una prospettiva allarmante. Di questo passo nel 2050 – secondo le proiezioni elaborate dal Global burden of disease (Gbd) Study Cancer Collaborators – il mondo dovrà fare i conti con 30,5 milioni di nuove diagnosi oncologiche e quasi 19 milioni di vittime.
Incrementi esponenziali (rispetto ai 18,5 e ai 10,4 milioni relativi al 2023) che rappresentano un tormento umano, ma anche un significativo fardello sul piano economico.
Secondo un’analisi condotta dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) e pubblicata sul Journal of the national cancer institute, soltanto nel 2022 la perdita di produttività globale causata dai decessi prematuri per cancro è ammontata a 566 miliardi di dollari.
Casi in aumento del 105 per cento dal 1990
Nell’analisi i ricercatori sono partiti dalle stime aggiornate ed estese relative all’impatto di 47 tipi di cancro – diagnosi e decessi – in 204 Paesi nel 2023.
Gli ultimi dati disponibili sono abbastanza eloquenti: 18,5 milioni di nuovi casi e 10,4 milioni di decessi (esclusi i tumori della pelle non-melanoma). Numeri in aumento – rispettivamente – del 74 e del 105 per cento rispetto al 1990. Il cancro al seno è risultato il più diagnosticato a livello mondiale nel 2023 (2,3 milioni di nuovi casi). Mentre le neoplasie che colpiscono le alte vie respiratorie (trachea, bronchi e polmoni) hanno rappresentato la principale causa di decessi per malattia oncologica (1,82 milioni).
Uno scenario non incoraggiante, destinato pure a peggiorare nei prossimi due decenni. Guardando al futuro, infatti, i ricercatori prevedono un aumento del carico oncologico entro il 2050 attribuibile soprattutto a fattori demografici (crescita della popolazione e invecchiamento demografico). Ma a preoccupare è anche l’aumento dei casi di malattia tra i giovani adulti.
Tante le evidenze raccolte negli ultimi mesi a riguardo, sintetizzate da un’analisi pubblicata su The Lancet public health la scorsa estate.
Sebbene basata su dati statunitensi, la rassegna è giunta alla conclusione che gli appartenenti alla generazione X (nati tra il 1965 e il 1980) e i millennials (nati tra la metà degli anni ’80 e l’inizio del nuovo secolo) hanno un rischio maggiore di ammalarsi di 17 tipi di tumore (colon-retto, endometrio, cistifellea e vie biliari, rene, pancreas, stomaco, testicolo, esofago, duodeno, ovaio, fegato, testa-collo, ano, sarcoma di Kaposi, leucemie e mieloma multiplo) rispetto alle generazioni precedenti. Anche i tassi di mortalità sono aumentati nei gruppi di nascita più giovani. Risultati che chiamano in causa gli stili di vita, con il dilagare dell’obesità: fattore di rischio per quasi tutte le neoplasie menzionate.
Con cure ineguali addio agli obiettivi delle Nazioni Unite
Casi in aumento, così come la mortalità. Sebbene i tassi di standardizzati per età a livello globale di questo ultimo indicatore siano diminuiti del 24 per cento tra il 1990 e il 2023, la riduzione è stata osservata quasi esclusivamente nei Paesi ad alto (-27,3 per cento) e medio-alto (-33,5) reddito.
Trend opposto nelle nazioni dotate di meno risorse (basso e medio-basso reddito): dove i nuovi casi sono aumentati del 24 e del 29 per cento, come quelli di mortalità (14,2 e 16,6 per cento).
“Leggendo questi dati, si intuisce come l’emergenza più significativa riguarderà i Paesi a basso e a medio reddito”, è il commento di Francesco Perrone, presidente dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom). Questo non vuol dire che l’Italia non debba mantenere alta l’attenzione, “perché anche una pressione inferiore può mettere in seria difficoltà un Servizio sanitario che già oggi deve fare i conti con risorse limitate”.
Il nostro Paese – aggiunge il direttore dell’unità sperimentazioni cliniche e programma di studi di fase 1 all’Istituto nazionale dei Tumori Fondazione Pascale di Napoli – fa però parte di quelli in cui “dal 1990 al 2023, la mortalità sia calata di oltre venti punti percentuali”.
Secondo i ricercatori del Global burden of disease, le probabilità di morire a causa di una neoplasia tra i 30 e i 70 anni subiranno una lievissima riduzione tra il 2015 e il 2030: dal sette al 6,5 per cento. Un dato che “non raggiunge gli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite”, che mirano a ridurre di un terzo la mortalità prematura dovuta a malattie non trasmissibili nei prossimi cinque anni.
Lisa Force, docente in scienze delle metriche sanitarie e associata di pediatria all’Università di Washington, primo autore dello studio pubblicato nelle scorse settimane su The Lancet: “Il cancro è destinato a crescere in modo sostanziale, soprattutto nei Paesi con risorse limitate. Ma nonostante questo, le politiche di controllo delle malattie oncologiche e la loro attuazione rimangono ai margini delle priorità sul piano della salute globale, con finanziamenti insufficienti in molti contesti”.
La priorità è investire nella prevenzione
Considerando i limiti che sussistono nell’efficacia dei nuovi farmaci e l’inevitabile aumento dei casi legato alla maggiore prospettiva di vita, mai come in questa fase risulta necessario rafforzare gli investimenti sulla prevenzione: primaria, ma non solo.
Nelle 22 pagine dell’articolo gli esperti rammentano come “il 42 per cento dei 10,4 milioni di decessi per cancro stimati nel 2023 era attribuibile a 44 fattori di rischio potenzialmente modificabili”. Una quota superiore a quattro milioni di persone, in cui la diagnosi e l’evoluzione delle (rispettive) malattie verso l’epilogo peggiore avrebbero potuto essere di fatto evitate. Indipendentemente dal reddito di ognuno di loro: “I fattori di rischio comportamentali sono stati i maggiori responsabili dei decessi, al di là delle condizioni socioeconomiche di partenza”.
Il tabacco si conferma il principale fattore di rischio, responsabile del 21 per cento dei decessi per cancro. Ma in questa fase storica è importante che la conoscenza di simili minacce per la salute non rimanga confinata quasi esclusivamente tra le (poche) mura domestiche.
Da azioni quasi sempre adottate su base individuale – non fumare, seguire una dieta equilibrata e varia, fare attività fisica – è il momento di passare ad azioni sotto l’egida dei servizi sanitari. Ridurre il carico oncologico “richiede sia azioni individuali sia approcci efficaci a livello di popolazione per ridurre l’esposizione a rischi noti”, è quanto affermato da Theo Vos, docente emerito di scienze delle metriche sanitarie all’Università di Washington e tra i coordinatori dei lavori del Global burden of disease.
Sulla stessa lunghezza d’onda Qingwei Luo e David Smith, epidemiologi dell’Università di Sidney che hanno firmato un commento pubblicato sullo stesso numero di The Lancet: “Per garantire progressi significativi nella riduzione del carico globale del cancro è imperativo che i governi diano la priorità ai finanziamenti, rafforzino i sistemi sanitari, riducano le disuguaglianze e investano in iniziative di ricerca su prevenzione, intervento e attuazione”.
Anche l’Italia è in campo
Un pensiero che trova d’accordo il ministro della Salute, Orazio Schillaci: “Stiamo lavorando per rafforzare il pilastro della prevenzione: promuovendo i corretti stili di vita, il funzionamento e l’adesione alle campagne di screening e la diagnosi precoce più in generale – questa la sintesi dell’intervento tenuto in occasione della cerimonia per i sessant’anni di Fondazione Airc –. Gli investimenti in educazione sanitaria producono salute, equità e sostenibilità”.
Parole che confermano la volontà di superare la soglia del cinque per cento di investimenti del Fondo sanitario nazionale da destinare alla prevenzione: una scommessa aperta dal titolare del dicastero di Lungotevere Ripa, che dovrà superare le forche caudine della prossima legge di bilancio.
L’impatto sociale dell’epidemia cancro
L’emergenza oncologica, come detto, non è soltanto umana. Per chi è chiamato a dover preservare anche i conti dello Stato, a fare paura è l’impatto sociale della malattia. Su questo, le ultime stime sono state diffuse dalla Iarc in uno studio pubblicato sul Journal of the national cancer institute.
Quanto costa il cancro in termini di lavoro perso con le morti premature delle persone? L’attività interrotta è stata calcolata per i decessi tra i 15 e i 64 anni: per 36 tipi di tumore, in 185 Paesi. Nel calcolo si è tenuto conto dei contributi persi dal lavoro pagato, ma anche da quelle attività che le persone compiono nella loro vita quotidiana, tra cui i lavori di casa. Una inclusione voluta per creare equità di genere e stimare il vero peso del cancro, dal momento che il lavoro non retribuito rimane appannaggio soprattutto delle donne.
Le cifre emerse sono impressionanti: 566 miliardi persi (quasi l’un per cento del prodotto interno lordo globale), tra lavoro retribuito (306) e non (260). Quanto all’impatto delle singole malattie, gli autori dello studio hanno stabilito il primato del tumore del polmone: seguite da quello al seno, al fegato e al colon-retto.
Incidenza, prevalenza e mortalità hanno il loro peso. Ma gli esperti hanno ricordato pure come si sia di fronte ad alcune delle neoplasie su cui la prevenzione – lavorando su abitudine al fumo, dieta, attività fisica, consumo di bevande alcoliche quasi prossimo allo zero e vaccinazione per l’epatite B – è in grado di fare la differenza.
Le perdite di contributi per la società non sono apparse distribuite in maniera equa. Del valore globale, un terzo era in Asia orientale: a seguire i Paesi del Nord America e dell’Europa occidentale. “Questi risultati – nota la ricercatrice Yek-Ching Kong, prima autrice dello studio – ribadiscono il bisogno di investire nella prevenzione del cancro soprattutto dove i sistemi sanitari sono già sotto pressione e il peso economico del tumore è particolarmente acuto”.