(note a margine del Convegno “DETERMINANTI SOCIO-ECONOMICO-AMBIENTALI e STILI DI VITA CONDIZIONANO BENESSERE e SALUTE”)
Nel nome della sopravvivenza sacrifichiamo volentieri tutto ciò che rende la vita meritevole di essere vissuta.» (Byung-Chul Han)
Quando si parla di prevenzione immancabilmente vengono spese molte buone argomentazioni per la promozione di stili di vita corretti e salutari. Nel concetto di stile di vita abitualmente includiamo l’alimentazione, l’attività fisica, il sonno, il fumo, l’assunzione di alcolici o di altre sostanze dannose, più altri fattori eterogenei che comprendono anche la socialità, la partecipazione a una comunità, gli interessi culturali e altro ancora. Il termine “stile” porta con sé una connotazione che fa pensare a una scelta, a una più o meno volontaria opzione verso un modo o l’altro di vivere. Dopo aver lasciato sedimentare la straordinaria varietà e quantità di interventi che in un modo nell’altro comportavano anche argomentazioni riguardanti gli stili di vita, ho sentito sorgere in me una domanda via via più insinuante: lo stile di vita è una variabile indipendente?
Dopo un momento di riflessione, la prima viscerale e netta risposta che trovo è: no. Credo sia indubbio che lo stile di vita di una persona o di una famiglia sia una variabile dipendente da molteplici fattori, anche se non fino al punto da considerarla totalmente determinata dall’esterno. Possiamo supporre che possa esservi un certo margine di scelta, sia pur entro un quadro abbastanza determinato. Credo anche che l’ampiezza di questo margine dipenda a sua volta da un fattore che molte ricerche hanno documentato: la collocazione sociale, culturale e economica dell’individuo o della famiglia.
Credo che questo costituisca già un primo limite importante all’efficacia delle (pur doverose) campagne di informazione sugli stili di vita salutari. Queste informazioni agiscono a mio parere in un vero e proprio regime di concorrenza con molte altre fonti che propugnano direttamente o indirettamente stili di vita assai meno salutari. La società della massimizzazione dei consumi ha fatto leva prepotentemente sui meccanismi della ricompensa, che già da soli condizionano pesantemente il comportamento degli individui e dei gruppi. Per farlo ha anche scardinato tradizioni secolari in particolar modo nel campo dell’alimentazione, ma non solo. Sarebbe però riduttivo pensare che lo stile di vita sia una variabile che dipende solamente dalla tradizione, dall’accesso a informazioni scientifiche e razionali, oppure dall’esposizione a messaggi pubblicitari: molti aspetti dello stile di vita dipendono anche da una gran quantità di micro-fattori di contesto, e anche da vincoli e rappresentazioni di sé e del mondo fortemente cariche di affettività. Quest’ultimo gruppo di fattori credo opponga una certa resistenza rispetto a informazioni scientificamente corrette e ragionevoli, ma credo sarebbe un grosso errore ritenere che i fattori affettivi siano soltanto una incrostazione da rimuovere per una “buona vita”. A titolo di esempio, molti studi mostrano come l’essere inseriti in una rete di supporto sociale e il vivere legami affettivi solidi procuri una migliore qualità di vita e anche un livello di salute maggiore, grazie a una minore attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, a un miglior tono vagale e una risposta immunitaria più efficiente. Se consideriamo questa argomentazione, quando parliamo di alimentazione dovremmo dunque preoccuparci non solo di cosa mangiamo ma anche con chi.
C’è un secondo genere di domande a proposito del discorso sugli stili di vita: quanto è lunga una vita degna di essere vissuta? Cosa rende una vita degna di essere vissuta? (naturalmente l’aggettivo “degna” va riferito a chi quella vita vive in prima persona). Una vita più lunga e più sana è automaticamente più degna di essere vissuta di altre? Il filosofo Byung-Chul Han dissente radicalmente da quest’ultimo principio: «La società della sopravvivenza perde del tutto il senso della buona vita. Anche il godimento viene sacrificato nel nome di una salute elevata a fine in sé. […] l’allungamento della vita a ogni costo avanza a livello globale diventando il valore più alto, che mette tutti gli altri in secondo piano. Nel nome della sopravvivenza sacrifichiamo volentieri tutto ciò che rende la vita meritevole di essere vissuta.» (Byung-Chul Han, La società senza dolore, Einaudi 2022, corsivo mio).
Vi sono certamente molte morti che possiamo ritenere evitabili sotto ogni profilo, e che le stesse persone decedute avrebbero voluto fortemente evitare, tuttavia questo non ci autorizza a catalogare come “evitabili” tutte o pressoché tutte le morti dovute in qualche modo a stili di vita non salutari. Chi siamo noi per giudicare dall’esterno il modo di vita di un nostro simile, nella sua irripetibile complessità? Se portiamo questa argomentazione alle sue estreme conseguenze troviamo anche il traguardo finale nel cosiddetto “fine vita”: chi siamo noi per pretendere di tenere in vita chi ritiene che quella vita non sia più degna di essere vissuta ma non può togliersela con le proprie mani? Ci imbattiamo in un curioso paradosso: siamo immersi in una cultura che continua a guardare il substrato biologico del corpo umano come, appunto, un substrato materiale trascurabile, al massimo portatore di malattie o di appetiti poco nobili sui quali c’è poco da dire. La vita vera, la vita degna ha luogo altrove, fuori dalle cellule, fuori dai neuroni. Ciò nonostante siamo anche portatori di una sorta di accanimento terapeutico nel prolungare il più possibile proprio quel substrato materiale che tanto abbiamo disprezzato. Byung-Chul afferma che la società dominata dall’isteria della sopravvivenza è una società di non morti. Che è diverso dall’esser vivi.