
di Lia Albricci
Oggi il mio pensiero e il mio cuore sono a Milano, come sempre da cinquantasei anni. Mi colpisce sempre come questa data sia incisa dentro di me, con ricordi e sensazioni cosi vivi ancora, sempre presenti. È stato un modo terribile di diventare grandi e credo che quel processo sia iniziato con la comprensione di essere diventati parte di un dolore collettivo, condiviso e fondante del futuro. Diverso dal Vietnam o altre guerre lontane, per cui la solidarietà e la partecipazione erano forti, ma questa era violenza nella nostra casa, chiunque di noi avrebbe potuto esserne fisicamente colpito. Noi siamo la generazione nata dopo la guerra, le bombe a Milano le avevamo soltanto sentite raccontare. Tutto quello che è accaduto dopo, altre bombe, altre stragi, una catena infinita di morti legata a quel 12 dicembre, tutto quello a guardarlo ora ha dell’incredibile, con contorno di lapidi e orazioni funebri. Eppure, guardandosi intorno adesso non avremmo potuto o saputo immaginarci questo futuro. Allora era sembrato possibile un futuro di riscatto dall’odio e dalla violenza. Forse i nostri nipoti capiranno come sia potuto accadere, io no. Per tutti coloro che hanno sacrificato vite o parti di esse, tempo, affetti e fatica, il tempo non è comunque trascorso invano, le loro esistenze sono parte di noi e della mostra storia. Come diceva il Prigioniero di Montale della libertà ” l’attesa è lunga, ma il mio sogno di te non è finito”.