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La speranza è sempre politica

  • di

La speranza è sempre politica, da Punti di vista
di Roberto Mancini, Docente di Filosofia teoretica, Università di Macerata
Si lamenta spesso oggi la mancanza, se non l’impossibilità di avere una
visione positiva e costruttiva del futuro. Tale deficit generale di speranza pare
profondamente legato alla crisi dei soggetti stessi chiamati a incarnarla, e
soprattutto alla loro incapacità di sperare insieme. Come restituire ai soggetti,
come singoli e comunità, la capacità di sperare? Come la dimensione spirituale
è coinvolta in questo processo?
Ogni evocazione del futuro e della speranza suona oggi retorica,
perché sembra non trovare corrispondenza in esperienze reali e
in dinamismi storici concreti. Al contrario, si moltiplicano le
cause di disperazione, tanto che finora ha avuto buon gioco l’affermazione
ideologica secondo cui il modello della società globalizzata non ha
alternative. Non a caso, l’insistente apologia dell’innovazione suona come
totalitaria, perché rimanda sempre e solo alla potenza inarrestabile della
tecnologia, che conferma il modello sociale vigente, ma non fa mai appello
alla creatività delle nuove generazioni, alla responsabilità umana e al
rinnovamento della società.
Una passione distruttiva (quasi una cupio dissolvi), da un lato, e la rassegnazione
a un sistema di mortificazione degli esseri viventi, dall’altro,
determinano quella glaciazione del clima spirituale del nostro tempo
che fa da contraltare al surriscaldamento del clima del pianeta. Ma il
rischio maggiore non sta tanto nella caduta delle nostre forze affettive
e cognitive di riferimento al futuro – che sono il desiderio, la fiducia, la
speranza e la libertà – quanto, ancora prima, nel venir meno dei soggetti
della capacità di sperare.
La speranza è sempre politica 609
punti di vista
•
La speranza ha bisogno di soggetti che la agiscano
Si registra, infatti, una tendenza globale alla sostituzione degli esseri
umani in quanto soggetti della loro storia con altre entità, secondo la dinamica
ben nota alla narrazione biblica dell’idolatria. L’economia finanziarizzata
dominante con l’odierno capitalismo assoluto sostituisce il capitale
agli esseri umani. La tecnologia diviene sistema tecnocratico mondiale che
ci sostituisce con algoritmi e intelligenza artificiale. Il circuito della geopolitica,
a sua volta rivelatasi chiaramente una geobellica, sostituisce gli esseri
umani nel modo più radicale: per un verso li tramuta in armi, in macchine
per uccidere, dall’altro li liquida mediante l’eliminazione fisica.
Dove sono dunque i soggetti attivi e integri, capaci di sperare agendo,
di incarnare la speranza nel loro modo di vivere? La speranza non è
un vago anelito, ma è un modo di essere e di agire trasformando le situazioni
oppressive nel senso della liberazione e della guarigione della realtà.
Quando ci interroghiamo sulla possibilità della speranza in una congiuntura
esistenziale e storica che appare bloccata nella disperazione, occorre
chiedersi quali ne siano la fonte e gli attori concreti. La speranza,
anzitutto, è risposta a una sorgente che ispira persone e comunità, che
chiama a risvegliarsi e a mettersi in cammino. Nessuno può inventarsi
la speranza dal nulla o di propria volontà. Per questo essa è espressione
della responsabilità umana, ossia della capacità di rispondere a un appello
che ci chiama a una condizione di vita degna e autentica.
Inoltre, è indispensabile che si diano interpreti attivi della speranza, che
la promuovano e la svolgano nella storia. Sperare significa sperare insieme,
in quanto la speranza guarda al bene e il bene è sempre bene comune.
Sperare la rovina di altri oppure sperare un bene privato alla stregua di un
privilegio significa falsificare la speranza. Così essa è sempre speranza politica,
nel senso specifico che il bene verso cui tende riguarda tutti, non esclude
nessuno e non autorizza a fare vittime pur di arrivare al traguardo.
È decisivo operare per rigenerare il nostro essere soggetti di speranza mediante
i percorsi educativi, mediante la ricostituzione del tessuto comunitario
della società, mediante il prendersi cura delle persone e dei gruppi sociali
feriti, dispersi, angosciati, abbrutiti. Del resto è anche vero il reciproco: se
per sperare occorre che ci sia una comunità di persone pronte a desiderare
il futuro, d’altra parte la speranza autentica suscita comunione, risveglia le
coscienze, provoca a unificare le forze, aprendo un cammino comune che
non spegne le differenze ma le accoglie in un orizzonte corale.
L’urgenza dell’esodo
Rispetto alla situazione in cui ci troviamo, sperare significa essere
disposti a una vera e propria conversione. L’umanità confusa, disperata e
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divisa del nostro tempo deve intraprendere un esodo, un grande cammino
di liberazione. È la traversata del deserto della società attuale, preda della
logica distruttiva del potere, della supremazia, del capitale e della guerra.
Il mutamento più profondo che ci viene richiesto resta quello spirituale e
culturale. Spirituale in quanto orientato al senso vero della vita, accolta
come comunione tra tutti i viventi; culturale in quanto capace di rigenerare
un pensiero libero che dia impulso alla creatività umana, e dunque alla
nonviolenza in tutti i campi.
Al tempo stesso queste espressioni della speranza devono trovare
una forma politica che incida sul modello di convivenza e sull’evoluzione
della società. In ogni caso non avremo né la svolta ecologica, né un’economia
giusta, né tanto meno la pace senza un profondo mutamento spirituale,
culturale e politico che possiamo chiamare conversione di civiltà.
Chi sono gli attori di questo grande cammino? Tutti coloro che sono
disposti a scegliere la convivenza piuttosto che la supremazia: singoli, associazioni,
movimenti, reti, sindacati, partiti, parlamenti, governi, enti locali,
comunità religiose, imprese. Ma i primi protagonisti possono essere le
comunità locali trasformative e i movimenti democratici popolari. Si
tratta di due tipi di soggetti indispensabili per rinnovare la condizione
dell’umanità e della natura perché sono i più adatti a praticare la politica
come relazione e non come potere.
Le comunità locali trasformative sorgono attorno a un progetto di democrazia
ecologica integrale in un territorio come una città, una provincia
o una bioregione, ovvero un territorio curato e rimodellato secondo una
progettazione che cerca di armonizzare tutta la rete delle relazioni: tra le
città e l’ambiente naturale, tra le aree costiere e quelle interne, tra le risorse
disponibili e la forma di economia che vi si sviluppa. Una comunità locale
trasformativa si realizza quando molti soggetti di quel territorio, dalle
associazioni alle istituzioni locali, si impegnano a realizzare il progetto
mediante il metodo di una partecipazione forte di conoscenze avanzate
ed eticamente orientata al bene comune. Si attiva così una soggettività
plurale, stabile e coesa, capace di contrastare la disgregazione nei luoghi e
nel vissuto quotidiano delle persone, conferendo vera qualità democratica e
progettuale alla loro convivenza. Un esempio di questo tipo si può ritrovare
nella comunità Campo dei Miracoli di Corviale (RM) 1.
I movimenti democratici popolari, a loro volta, svolgono un’azione
per certi versi analoga sul piano delle regioni, di una nazione o anche sul
piano transnazionale. Nascono da un progetto di democratizzazione della
politica e della società. Si caratterizzano per il fatto di assumere obietti-
1 Centro sportivo e sociale nato nel quartiere romano di Corviale, fondato nel 2009 per
trasformare un’area degradata in uno spazio di aggregazione e inclusione. Promossa dalla
società sportiva dilettantistica Calciosociale Onlus, offre attività educative e sportive a ragazzi
e famiglie. Cfr www.calciosociale.it.
Adottare un metodo di azione e promuovere una tipologia di persone
estranee alla logica del potere. Come esempi si possono citare la rete di
associazioni antimafia Libera o il movimento femminista MeToo. Potenzialmente
tali movimenti rappresentano la radicale ridefinizione del partito
tradizionale, configurando piuttosto un soggetto che sia sociale, culturale
e istituzionale. I movimenti popolari si potranno sviluppare solo se ispirati
da un pensiero ecologico integrale, democratico e anticapitalista, se non
saranno puramente rivendicativi, né tanto meno razzisti, sovranisti, populisti
o qualunquisti, ma realmente interpreti della vita dei popoli e della
cultura del bene comune.
È dall’azione di questi soggetti storici che può rinascere la speranza
per l’umanità prigioniera del sistema globale di competizione, di
sfruttamento e di guerra. Oggi la democrazia
è in agonia. Le grandi potenze
del mondo tendono a soffocarla, compresa
l’Unione Europea, che mostra in
questo una particolare ipocrisia, con la
sua pretesa di essere un circuito democratico
senza però perseguire l’equità e
la partecipazione dei cittadini, nonché
con la pretesa di preparare la pace nel
continente mediante un grande processo
di riarmo.
Quasi tutti i partiti politici sono
irretiti nella falsa alternativa tra neoliberismo
e sovranismo nazionalista. La
deriva antidemocratica coinvolge quasi
tutti i Paesi del mondo, modula in
vario modo l’intreccio di capitalismo,
nazionalismo e totalitarismo, talvolta anche nelle versioni teocratiche e
fanatiche, come sta accadendo tragicamente con l’attuale Governo di
Israele.
Speranza e democrazia rinascono e si inverano anzitutto per opera
di quei movimenti sociali che sono coltivatori di futuro perché, disobbedendo
agli imperativi del sistema, si prendono cura dei diritti delle
donne e dell’umanità, della fioritura della generazione nuova e della pace,
della risposta di accoglienza e di giustizia che le persone migranti attendono,
degli equilibri della natura e della riconciliazione tra i popoli.
È importante dunque che questi movimenti maturino quella coscienza
corale che, portandoli oltre il proprio ambito specifico di competenza,
consentirà di far valere la correlazione tra le loro lotte e le loro intuizioni.
Sarà parimenti essenziale che essi promuovano la soggettività di chiunque
si trovi nella condizione di vittima, a prescindere dalla causa. La visione
«I politici sanno benissimo che
cosa sta veramente accadendo,
ma preferiscono servirsi del
fenomeno per creare un
populismo della paura, della
rabbia e dell’odio […]. Ciò di
cui avremmo davvero bisogno
sarebbe una politica capace di
assumere su di sé le sollecitazioni
provenienti dal basso per
edificare società accoglienti,
giuste e pacifiche».
Arjun Appadurai, «Più speranza per il
futuro», in Avvenire, 24 luglio 2025
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della nuova società maturerà solo mettendo insieme le aspirazioni dei
perseguitati e degli esclusi. La speranza per la Terra cresce con quello
che l’antropologo Arjun Appadurai ha chiamato cosmopolitismo dal basso
2, riferendosi a comunità interetniche e interculturali di gente comune,
per lo più di giovani e di donne, che danno vita a movimenti sociali per
costruire risposte a ogni tipo di negazione
dei diritti umani e degli equilibri
della natura. L’orizzonte progettuale
e il quadro normativo adeguati
a permettere a questi movimenti di
dare seguito all’etica del bene comune
sono rappresentati dalle Costituzioni
nazionali democratiche e, un domani,
auspicabilmente, da Costituzioni continentali
e da una futura Costituzione
della Terra.
Senza dubbio, l’apporto a tale svolta
può e deve sempre venire da chiunque,
che si tratti di singoli, collettività
o istituzioni. Tuttavia, tra i soggetti
più promettenti, si possono indicare
i movimenti liberatori e anticipativi,
come quelli pacifisti, ecologisti,
femministi, o a tutela delle persone
migranti, perché non obbediscono alla
logica del potere e hanno modo di svolgere la funzione mediatrice che
unisce le persone, correla istanze diverse, promuove un pensiero progettuale
e radicalmente trasformativo. È necessario infatti che si alzi il vento
di un pensiero inedito in grado di rivitalizzare le coscienze, in modo che
gran parte dell’umanità scopra la via per dare forma a una civiltà “biofila”,
in cui stili di vita, cultura, economia e rapporto con la natura, educazione
e politica, informazione e uso della tecnologia potranno essere profondamente
risanati.
Movimenti sociali transnazionali accomunati da questo orientamento
sono chiamati a parlarsi e a coltivare insieme la speranza di tutte e di tutti.
Se essi entrano in sintonia corale, possono non solo controbilanciare gli
effetti deleteri dell’azione dei Governi attualmente al potere e delle forze
necrofile dominanti sulla scena globale, ma anche promuovere una sintesi
sociale e politica per tradurre in realtà la sapienza tipica dell’ecologia integrale,
della democrazia e della nonviolenza. Non è più possibile restare
2 Cfr Appadurai A., Il futuro come fatto culturale: saggi sulla condizione globale, Raffaello
Cortina, Milano 2014.
Progetto volto a creare un movimento
d’opinione a favore dell’imposizione di
limiti e vincoli costituzionali ai poteri
degli Stati sovrani e dei mercati globali,
non solo attraverso la formulazione di
principi, ma anche con l’introduzione
delle istituzioni globali di garanzia in
grado di renderli effettivi. Per raggiungere
questi obiettivi, nel 2020 è stata costituita
in Italia l’associazione “Costituente Terra”,
finalizzata a creare una rete internazionale
per la diffusione del progetto di
Costituzione in 100 articoli redatto dal
giurista e filosofo del diritto Luigi Ferrajoli,
principale ispiratore del movimento.
Cfr Ferrajoli L., Progettare il futuro. Per
un costituzionalismo globale, Feltrinelli,
Milano 2025; Id., Per una costituzione della
Terra: l’umanità al bivio, Feltrinelli, Milano
2022, e www.costituenteterra.it.
Costituzione della Terra
isolati o chiusi in piccole entità, bisogna uscire all’aperto per far sentire
la voce della maggioranza dell’umanità.
Una nuova esperienza della trascendenza
Con questa lettura del presente non si intende affatto dire che il mondo
sia per nove decimi al tracollo, con solo un decimo di spiraglio per la
salvezza. Piuttosto, si trova a un bivio tra due possibilità: per metà, una
società come quella attuale è destinata alla rovina; per l’altra metà, uscirne
dipende da noi. L’oppressione diventa totale solo se ci rassegniamo,
altrimenti la vittoria del male organizzato è impossibile. Perché possiamo
comunque rimanere umani, dare vita a relazioni accoglienti, generare
forme organizzative giuste nell’economia e nella politica.
È una legge della vita quella che chiede di rispondere al degrado con
la bellezza, all’oppressione con la libertà collettiva, al conformismo con la
creatività, alla violenza con l’energia della nonviolenza. Non si tratta tanto
di una generica resilienza, quanto della forza della dignità. Proprio adesso
che ci sentiamo sprofondare in tempi bui, è il momento di rialzarci per
seguire la luce visibile solo a chi coltiva il desiderio di pace e di giustizia.
Se la strada non si vede, allora iniziamo ad aprirne molte, avendo cura di
farlo in modo da convergere con le strade di tutti gli altri che condividono
il sogno di vita autentica e sono pronti ad anticiparne almeno un frammento
qui e ora.
Tra i fattori che causano i disastri storici ce n’è uno che tocca il
cuore e l’anima delle persone, ovvero quel labirinto di disperazione
silenziosa e normalizzata, che può essere definito come estrema banalizzazione
della vita. La filosofa Hannah Arendt (1906-1975) parlava della
banalità della coscienza che si spegne di fronte al male; ma la banalità
ormai investe tutto il modo di vivere dei singoli e dei popoli.
Il passo essenziale per guarire da questo stato di immiserimento della
vita consiste nell’andare al cuore della realtà. Non si tratta di una questione
organizzativa, tecnica o politica, e neppure culturale, come si dice quando
non si sa in che modo risolvere un problema complesso. È una questione
di senso dell’esistenza. Che cosa vale veramente? Con quale spirito viviamo
ogni giorno? Gandhi (1868-1948) diceva che gli occidentali al massimo
coltivano la spiritualità, ma non conoscono lo spirito. Il filosofo Martin
Buber (1878-1965) sottolineava a sua volta questa contraddizione. Entrambi
alludevano all’ignoranza rispetto a quella che è la nostra Fonte di luce,
di energia, di respiro e di orientamento per vivere con giustizia e in pace
insieme agli altri: una Fonte di natura divina.
Sembra si tratti di una faccenda privata. Eppure la relazione con la
nostra Fonte è decisiva, perché dà forma all’umanità di ciascuno e ha
effetti determinanti sulla vita della società. Consciamente o meno, nello
614 • Roberto Mancini
stile di vita che seguiamo, rispondiamo al senso della vita di cui abbiamo
idea o presentimento, anche quando crediamo che esso non esista. Esistere
significa corrispondere alla nostra origine. Senza cura per questa relazione
siamo come alberi senza radici. Così le masse dei globalizzati annegano
nel nichilismo del capitalismo assoluto, altri si rifugiano nella religione
devozionale, altri ancora si danno al fanatismo perseguitando donne, giovani,
dissidenti. La famiglia appare incapace di accompagnare il cammino
dell’anima delle persone. E spesso lo sono pure scuola e università, piegate
a formare le competenze dei soldatini del mercato.
Capita raramente di incontrare persone in ricerca e in dialogo, appassionate
dell’essenziale per vivere, aperte a sperimentarsi in nuovi modi di
essere, di stare in relazione, di agire. Intorno sembra di vedere per lo più
individui avvolti nell’inessenziale, storditi dall’obbedienza al principio di
prestazione, abituati solo a calcolare il proprio interesse. Incapsulati dentro
sistemi organizzativi costruiti come macchine in costante accelerazione,
essi diventano a loro volta
una piccola macchina e trovano
le uniche soddisfazioni nel funzionare
bene.
Resta davvero vivo e fecondo
solo chi va al cuore della realtà
cercando la comunione con tutti
i viventi e con l’origine e il futuro
del mondo. Solo persone e
comunità attente alla Fonte della
loro capacità di bene potranno
fuoriuscire da un modello necrofilo
di società per promuovere
una civiltà biofila. Per questo pare
cruciale aprirsi a una nuova
esperienza della trascendenza,
sperimentata come bene che
chiama alla corresponsabilità.
Quanti assumono la nonviolenza
nella lotta per la pace e la giustizia sono chiamati a trovare la disponibilità
a lasciarsi ispirare da una vera Fonte, scoprendo poi che è la stessa a fondare
il bene comune e, come diceva Gandhi, a impedire la distruzione del mondo.
Non si tratta affatto di avere tutti una stessa visione, ma di riconoscere
che le dinamiche essenziali dell’esistenza non dipendono mai dal potere o
dalle nostre prestazioni, perché invece vanno vissute umanamente grazie
alla sintonia con quella Fonte che ci illumina al di là di ogni divisione.
Come in negativo la rimozione delle questioni di senso e il fanatismo
religioso o ideologico avvelenano la società, così in positivo il dialogo e la
«La nonviolenza è la legge della
razza umana ed è infinitamente più
grande e più potente della forza
bruta. […] Essa non può essere di
alcun aiuto a chi non possiede una
fede profonda nel Dio dell’Amore.
[…] La nonviolenza è un potere
che può essere posseduto in egual
misura da tutti – bambini, ragazzi,
ragazze e uomini e donne adulti,
posto che essi abbiano una fede
profonda nel Dio dell’Amore e che
quindi possiedano un uguale amore
per tutto il genere umano».
Mahatma Gandhi, in Harijan, 5 settembre
1936
La speranza è sempre politica 615
punti di vista
•
condivisione in tale ricerca non potranno che promuoverne la liberazione.
La continua frustrazione di veder prevalere l’avidità, la prepotenza, la
menzogna e la guerra può logorarci, convincendoci di essere impotenti.
Eppure il primo luogo in cui si giocano le sorti dell’umanità e della vita
del mondo è quello dove accade l’atto interiore insondabile in cui la libertà
di ognuno decide o di tirarsi indietro, o di fidarsi della vita e di rispondere
all’appello del futuro.
Esporsi e rischiare per la pace
Per riassumere questo discorso nel modo più diretto e concentrato sul
nostro tragico presente, bisogna riconoscere non solo che la speranza
è sempre anche politica, ma soprattutto che si attua come speranza
di pace. L’ipocrisia accecata dalla volontà di potere dei capi delle nazioni
evoca sempre la pace come meta, ripudiandola al tempo stesso come mezzo
e metodo. Ancora si ripete ovunque lo stolto motto si vis pacem para bellum
(«se vuoi la pace, prepara la guerra»), come se fosse possibile e addirittura
indispensabile impegnarsi per la guerra al fine di arrivare a una situazione
risolta. Chi crede in questo motto intende la pace come la vittoria della
propria parte sul nemico. In realtà, qualunque persona ragionevole può
intuire onestamente che il fine è sempre figlio della qualità dei mezzi
che si usano: se preparo la guerra, avrò come risultato una catena interminabile
di guerre, come la storia dimostra ampiamente.
Chi non rinuncia a pensare potrà poi andare avanti, comprendendo che
la questione non è binaria, non si gioca semplicemente nel rapporto tra fine
e mezzi. Essa piuttosto implica di considerare almeno quattro riferimenti,
ovvero il soggetto che agisce, il fine che si propone, i mezzi che
saranno usati e il medium, l’elemento mediatore che orienta l’intero
processo. L’analisi del rapporto tra mezzi e fini è molto lacunosa se non
prende in esame la qualità umana del soggetto che li mette in correlazione.
Ciò che fa veramente la differenza è avere davanti persone nel senso pieno
del termine, cioè creature umanizzate, capaci di rispettare gli altri e la
natura, di amare in modo sincero e generoso, di esistere in sintonia con la
vita, oppure individui degradati e disumanizzati, accecati dalla volontà di
potere. La nostra assunzione di responsabilità apre o chiude la possibilità
della pace, per cui non siamo affatto vincolati a una presunta natura umana
immutabile e malvagia.
Al tempo stesso, come non vedere che nella vita, in ogni nostra attività
o esperienza, siamo alle prese con elementi mediatori che ci condizionano
e ci orientano? Non si coglie la differenza tra un semplice mezzo e
un medium, un elemento mediatore. Per un pesce il mare è un medium,
non un mezzo. Per noi la cultura, ad esempio, o la lingua madre sono dei
media, non dei semplici mezzi. Quindi il rapporto tra fine e mezzi è
616 • © FCSF – Aggiornamenti Sociali
determinato dal tipo di medium che agisce. Se esso è l’angoscia e lo
spirito di potere, la guerra diventa normale e sistematica. Se invece
il medium prevalente è dato dall’adesione alla vita come comunità dei
viventi e dall’amore politico, ossia dalla dedizione al bene comune in
tutte le forme richieste, la pace che ai più sembrava impossibile diventa
realmente coltivabile.
Tutti coloro che oggi accolgono e assumono la loro dignità umana,
rifiutando di arrendersi al degrado di ridursi a pedine del sistema necrofilo
dei poteri globali, sono così chiamati ad agire politicamente in
modo da promuovere l’umanizzazione, l’adesione al medium dell’amore
politico e il perseguimento della pace con mezzi di pace: dialogo, azioni
di riparazione e di risanamento, opera di riconciliazione, trasformazione
delle condizioni dei rapporti economici, sociali, politici, interculturali e
internazionali. La speranza politica del nostro tempo riguarda la salvezza
storica del mondo.

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