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IL GIARDINO DELLA METAMORFOSI

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IL GIARDINO DELLA METAMORFOSI

INTERVISTA ALL’ AUTRICE RITA COSTI (*) di Giuseppe Vinci, presidente di Accademia dei semplici, Bologna

PREMESSA. L’intervista a Rita Costi, incentrata sulla sua opera Il giardino della metamorfosi, esplora le tematiche del cambiamento, il simbolismo della natura e il legame tra introspezione e scrittura. Il giardino non è solo un luogo fisico (nello specifico quello di Calcata progettato da Paolo Portoghesi), ma un’entità viva che dialoga con chi lo attraversa.La figura più emblematica scelta per questa intervista è la Natura stessa, intesa come entità mutante e specchio dell’anima, che nel libro appare come la vera protagonista capace di guidare l’autrice in un percorso tra il visibile e l’invisibile.

D. Costi perché la scelta del “giardino” come luogo della “metamorfosi”? Vuole essere una immagine che richiama subito qualcosa di vivo, ma anche di circoscritto?
R. Il giardino è, per eccellenza, lo spazio in cui l’uomo e la natura collaborano. Non è una foresta selvaggia, ma un luogo di cura. Quando curiamo noi conferiamo nella relazione ‘quel più che ci salva.’ Questo è il momento in cui entriamo in co-creazione con l’anima Mundi. Il momento della metamorfosi. Nel libro, il giardino rappresenta l’interiorità umana: un luogo dove i pensieri germogliano, appassiscono e si trasformano in qualcos’altro.
D. Costi nel corso della narrazione, il concetto di cambiamento sembra quasi doloroso, eppure necessario. Qual è il Suo rapporto personale con l’idea di trasformazione?
R. Credo che la resistenza al cambiamento sia la causa di gran parte della nostra sofferenza. Nel libro cerco di trasmettere l’idea che la metamorfosi non è un evento traumatico isolato, ma un processo continuo. Come le stagioni in un giardino, non possiamo pretendere che sia sempre estate. Dobbiamo accettare l’inverno del sé per poter rinascere.

D. Costi la Sua scrittura è ricca di simbolismi legati al mondo vegetale e agli elementi naturali. C’è una pianta o un simbolo particolare a cui è più legata?
R. Sicuramente la crisalide, anche se non è una pianta. Rappresenta quel momento di stasi apparente dove, all’interno, sta accadendo tutto. Se parliamo di flora, direi il loto: nasce nel fango ma cerca la luce. È la metafora perfetta per cercare di elevarsi partendo dalle proprie fragilità.

D. Costi il giardino della metamorfosi parla molto al femminile. Pensa che la capacità di trasformarsi sia una prerogativa più spiccata nelle donne?
R. Non direi esclusiva, ma certamente le donne hanno una confidenza ancestrale con i cicli. Il corpo femminile vive metamorfosi continue. In questo libro ho voluto esplorare come questa fluidità biologica si rifletta in una resilienza psicologica unica. È un invito a riscoprire quella forza che nasce dalla morbidezza, piuttosto che dalla rigidità.

D. Costi quale messaggio vorrebbe che il lettore portasse con sé dopo aver chiuso l’ultima pagina?
R. Vorrei che noi tutti ci sentissimo meno soli nelle nostre fasi di “transizione”. Soprattutto nella “transizione finale”. Se partissimo da lì, da quella metamorfosi inevitabile, forse ci prenderemmo più cura di comprendere l’ontologia stessa del percorso trasformativo della vita.

D. Costi nel Suo libro descrive un luogo che sembra respirare. Se dovesse indicare la figura più emblematica di questo racconto, chi o cosa sceglierebbe?
R. Senza dubbio sceglierei la Metamorfosi stessa, personificata nel giardino. Non è un semplice fondale, ma una figura sapiente e mutevole. È l’incarnazione del pensiero di Paolo e Giovanna Portoghesi, che hanno trasformato la terra in un manifesto vivente. In questo giardino, la figura emblematica è quella del “viandante che si perde per ritrovarsi”: un archetipo che ci insegna come il mutamento non sia una perdita, ma una fioritura.

D. Costi c’è un passaggio nel libro in cui parla di una “nuova coscienza tra visibile e invisibile”. Come si manifesta questa figura spirituale tra gli alberi di Calcata?
R. Attraverso la sensazione di una sinfonia visiva. Di un giardino sonoro, orchestrato su leggi che sfuggono alla vista e si ancorano altrove: nella memoria, nel corpo, nello spirito. Il visibile non è tutto. Il grande psicanalista James Hillman sostiene che l’immagine non è ciò che vediamo; ciò che vediamo sono immagini fratturate, immagini vicarie, come se ci trovassimo davanti a un mosaico scomposto la cui figura intera possiamo evocare solo predisponendoci ad allargare lo spettro di risonanza.
D. Costi nel libro emerge un legame profondo con l’idea di “abitare poeticamente la terra”. Qual è l’incontro più significativo che il lettore fa in questo percorso?
R. L’incontro con l’Inaspettato. Nel giardino, la natura non è addomesticata per compiacere l’occhio, ma per stimolare l’anima. Frutto di una ricerca paziente, un desiderio di raccordo tra l’umano e il vivente attraverso quel sentimento dell’ Abitare poeticamente la terra che è un modo di restituire alla natura una voce e al tempo, al nostro tempo, un orizzonte più ampio e profondo.

D. Costi come giornalista e sceneggiatrice, ha usato uno sguardo quasi cinematografico. Quale “scena” del libro riassume meglio il potere trasformativo di questa figura?
R. Quella del cammino. Il camminare non è un semplice spostamento, è un rito. Quando descrivo i passaggi, la figura emblematica diventa la Soglia. Ogni passo nel giardino è il superamento di un limite tra ciò che eravamo prima di entrare e ciò che diventiamo comprendendo il linguaggio segreto delle piante. È un invito a una “sopra-vivenza”, ovvero a vivere sopra le contingenze, cercando di esercitare l’atto del meravigliarsi, anche nel dettaglio minimo.

(*) Rita Costi, Scrittrice e Autrice, con una formazione nelle Materie Letterarie e nel Giornalismo, si caratterizza per una profonda ricerca interiore utilizzando un linguaggio poetico ed evocativo. Attraverso le sue opere, esplora i temi del cambiamento, della resilienza e del rapporto simbiotico tra l’essere umano e l’ambiente circostante. La sua scrittura si distingue per la capacità di trasformare l’osservazione del quotidiano in una riflessione filosofica sull’esistenza. Autrice de “Il giardino della metamorfosi”, esplora il concetto di trasformazione attraverso la metafora del giardino, inteso come spazio di rinascita e cura di sé. L’opera è diventata un punto di riferimento per i lettori che cercano nella letteratura uno strumento di consapevolezza e crescita personale.
La sua Scrittura può essere definita una scrittura Creativa, con una Capacità di narrazione empatica che utilizza metafore potenti. Si distingue sia per la Cura meticolosa del ritmo narrativo e della scelta lessicale, sia per l’Abilità nell’esporre i temi trattati in contesti pubblici e festival letterari.

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