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La cucina diventa parte della cura per chi vive con la disfagia

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La cucina diventa parte della cura per chi vive con la disfagia

di Redazione

Il cibo non è mai solo nutrimento. È memoria, identità, piacere. E quando una malattia rende difficile anche un gesto quotidiano come deglutire, il rischio è che il pasto si trasformi in un’esperienza di rinuncia e isolamento. È da questa consapevolezza che nasce “GustiAmo”, il progetto che il 26 gennaio ha inaugurato la sua prima cooking class, pensata per accompagnare i pazienti affetti da disfagia lungo un percorso di cura che passa anche dalla cucina.

Quando il pasto diventa difficile cambia anche la vita

La disfagia viene spesso ridotta a un problema tecnico, legato alla consistenza degli alimenti e alla sicurezza. Ma la realtà è più complessa. “Troppo spesso la disfagia viene considerata solo un problema di gestione delle consistenze, mentre in realtà il pasto è piacere, relazione e identità. Quando mangiare diventa difficile, non cambiano solo le abitudini alimentari, ma anche l’umore, la motivazione e il senso di sé, con ricadute importanti anche sui familiari”. È qui che progetti come GustiAmo trovano il loro significato più profondo: cucinare insieme, guidati da chef che scelgono di mettere il proprio sapere al servizio della comunità, restituisce dignità e normalità a un gesto quotidiano che la malattia rischia di sottrarre.

Un calendario di incontri anche per la disgeusia

L’appuntamento del 26 gennaio rappresenta la prima tappa di un calendario di cooking class che proseguirà nei prossimi mesi con nuove date, cucine e chef del territorio. Accanto agli incontri dedicati alla disfagia, il progetto prevede anche lezioni specifiche per i pazienti affetti da disgeusia, l’alterazione del gusto spesso correlata ai trattamenti chemioterapici, una condizione che incide profondamente sul rapporto con il cibo e sulla qualità della vita. Ogni paziente parteciperà a un singolo incontro, all’interno di un percorso pensato per piccoli gruppi, con una presa in carico che guarda non solo agli aspetti clinici, ma anche alla dimensione emotiva e relazionale.

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