di Luigi Campanella, professore emerito nell’Università La sapienza di Roma
La storia dei terremoti sui beni culturali inizia con i primi dati disponibili sui terremoti dell’antica Roma a partire dal XIX secolo a.C. Si prosegue con il drammatico evento di Pompei (62 a.C.) fino ai nostri giorni con i terremoti dell’Abruzzo (molti edifici archeologici completamente distrutti) e dell’Umbria (circa 1000 chiese danneggiate). I terremoti sono purtroppo eventi molto comuni (in Italia circa 2500 di grado basso e 140 di grado alto all’anno). Il danno economico è stimato fino a 75 miliardi di euro negli ultimi 25 anni. I siti storici esposti al rischio sismico sono 500.000 nel mondo e la loro tutela avviene sia mediante approcci in silico che in vitro. I primi si basano sulla conoscenza e sulla base di dati, i secondi sulle tecnologie di consolidamento. La domanda che poniamo qui è: può il degrado chimico dovuto all’inquinamento ambientale peggiorare gli effetti degli eventi sismici sul patrimonio culturale?
Siamo convinti che la risposta sia sì, i materiali dei beni culturali subiscono l’acidità ambientale legata all’inquinamento in quanto sono in grado di idrolizzare macromolecole come cellulosa e lignina di legno e carta e di degradare i materiali lapidei a carbonato acido solubile e gesso. Le nuove fasi non si legano ai materiali originari quindi si producono punti deboli che rappresentano un drammatico pericolo in occasione di eventi sismici, situazione che si aggrava ulteriormente in caso di formazione di croste nere in grado di produrre forti tensioni meccaniche portando a decoesione e fratture che diventano terribili punti deboli locali in caso di terremoti.
Questa convinzione richiede però che da parte del settore si riequilibri l’approccio scientifico oggi troppo sbilanciato a favore dei criteri deterministici rispetto agli olistici.