Attualità di un documento: a quarant’anni dalla Lettera ai comunisti di Raniero La Valle e Claudio Napoleoni
di Daniele Menozzi, professore emerito nella Scuola Normale Superiore di Pisa
1. Sono trascorsi quarant’anni dalla Lettera ai comunisti, preparata da Raniero La Valle e Claudio Napoleoni nel gennaio 1986 in vista del XVII Congresso del Partito comunista italiano, che doveva tenersi a Firenze nell’aprile successivo. Quel documento mantiene, ancora oggi, aspetti di attualità che mi pare opportuno mettere in rilievo.
Un primo elemento si può rinvenire nel dialogo – di cui la stessa redazione del documento è espressione e che il suo contenuto intende promuovere – tra credenti e non credenti in ordine al perseguimento del bene comune della collettività: Viene poi concretamente identificato nella promozione della pace e della giustizia sociale. Ovviamente i caratteri con cui quel dialogo si presenta sono storicamente determinati. Lo si evince del resto dalla stessa Lettera.
Vi si ricorda infatti che essa esprime uno sviluppo di una prima apertura, individuata nel messaggio inviato, nel 1957, al Congresso del Partito socialista italiano che si teneva a Venezia da Angelo Rocalli, patriarca della città lagunare. Se in quella circostanza il prelato aveva ricordato che occorreva guardare con attenzione e interesse a quanto l’assise socialista decideva in ordine al bene comune, una volta diventato papa, con il nome di Giovanni XXIII, non si era limitato a togliere i precedenti veti dell’autorità ecclesiastica all’incontro tra democristiani e socialisti per la formazione di un governo di centro-sinistra che larga parte dell’opinione pubblica riteneva fosse la strada idonea ad affrontare la sfida della modernizzazione del paese.
Il pontefice aveva infatti introdotto, nell’ufficiale magistero romano, una distinzione tra ideologie (anche anticristiane) e concreti movimenti storici. Tale distinzione consentiva ai cattolici di trovare una convergenza con tutti coloro che, indipendentemente dalle loro generali visioni del mondo, si impegnavano nella vita pubblica per la costruzione di una società pacifica e giusta.
Dopo una serie di incontri, iniziati immediatamente dopo il Vaticano II di personalità della comunità ecclesiale con esponenti politici comunisti, questa impostazione aveva permesso ad alcuni cattolici – tra cui La Valle – di candidarsi alle elezioni politiche del 1976 come indipendenti nelle liste del Partito comunista. Vennero eletti in Parlamento (dove parteciparono al gruppo della Sinistra indipendente) senza che l’autorità ecclesiastica, che in via di principio era ancora vincolata a dare attuazione alla scomunica ai comunisti del 1949, prendesse provvedimenti censori nei loro confronti.
La Lettera voleva essere una esplicitazione ulteriore del dialogo tra credenti e non credenti che si era così avviato, fornendo un fattivo contributo alla definizione del programma del Partito comunista nelle specifiche condizioni di una società, italiana e internazionale, davanti alle quali il centro-sinistra pareva, nella seconda metà degli anni Ottanta, dare risposte insufficienti. Oggi quel dialogo ha avuto nuovi sviluppi. Non solo perché ne è stata concreta espressione la formazione di quei movimenti popolari – imperniati sulla rivendicazione di “casa terra e lavoro” – che papa Francesco ha ripetutamente ricevuto e incoraggiato, presentandoli come una risposta all’”inequità” nella distribuzione della ricchezza a livello globale.
Bergoglio ha infatti precisato che l’incontro con i non credenti è necessario ai cristiani per meglio capire quei segni dei tempi che la Chiesa deve cogliere se vuole comunicare il suo messaggio agli uomini di oggi. Ne è ragione il fatto che essi sono talora portatori di quei valori evangelici che i fedeli, orientati a leggere la Scrittura sulla base di incrostazioni culturali ereditate da un passato ormai superato, stentano a individuare. Il dialogo tra credenti e non credenti rappresenta dunque una modalità di realizzazione di quella “Chiesa in uscita” che il pontefice argentino cha auspicato come via per una efficace evangelizzazione del mondo contemporaneo
Sotto questo profilo la Lettera ai comunisti del 1986 rappresenta dunque una tappa di un cammino che, iniziato nel 1957, da essa è stato ulteriormente sviluppato e poi consegnato ad una memoria pubblica che il pontificato appena concluso ha di nuovo ripreso, approfondendone i contenuti in maniera originale e significativa. Ma il dialogo tra cristiani e non credenti per la ricerca del bene comune della collettività non è il solo aspetto che rende il documento attuale. Almeno un altro suo tema merita di essere sottolineato.
2. La Lettera voleva contribuire all’imminente congresso del Partito comunista, fornendo un apporto alla precisazione delle implicazioni di una celebre dichiarazione di Enrico Berlinguer. Nel 1981 il segretario del PCI aveva asserito che si era esaurita la spinta propulsiva al rinnovamento democratico della società in quei paesi in cui si era affermato un regime socialista dopo la rivoluzione del 1917 o dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Per i redattori del documento non si trattava solo di prendere atto che ordinamenti a partito unico limitavano i diritti individuali, ostacolando il dispiegarsi di una effettiva vita democratica.
Occorreva anche riconoscere che per raggiungere gli obiettivi che erano stati alla base della rivoluzione socialista – la liberazione dalle alienazioni determinate dal sistema capitalistico – non bastava procedere alla statalizzazione dei mezzi di produzione. La realtà contemporanea mostrava che, anche nei sistemi socialisti, dove si era introdotta la proprietà pubblica delle imprese, si manifestavano limitazioni alle libertà. In particolare vi si affermavano nuovi strumenti di dominio inerenti allo sviluppo della tecnologia che, anziché mettere le macchine al servizio dell’uomo, lo rendevano da esse dipendente, creando nuove forme di servitù.
La Lettera chiedeva dunque al congresso del Partito comunista di prendere atto di questa nuova realtà, assumendo un programma politico di liberazione complessiva dell’uomo da tutte le alienazioni. Non si trattava solo di eliminare le limitazioni alla libertà riconducibili al capitalismo, in quanto determinate dal dominio del capitale sul lavoro, ma bisognava anche promuovere un cambiamento più profondo che derivava dal dominio di una tecnica che si registrava sia nei sistemi capitalistici che in quelli socialisti.
Come sappiamo il congresso del Partito comunista dell’aprile 1986 avviò un cambiamento effettivo, promuovendo l’inizio di un ricambio generazionale nel suo gruppo dirigente e in qualche modo valorizzando, più che la teoria marxista, la ragione, illuministicamente intesa, come criterio orientatore per l’intervento politico nelle complicate condizioni del mondo contemporaneo. Non era però una risposta all’altezza della sfida che la Lettera aveva posto.
La rivista «Bozze» – diretta da Raniero La Valle – convocava nell’ottobre successivo a Cortona un convegno dedicato a “La liberazione dal dominio e la tradizione marxista”. In un libro apparso nel 2021 e intitolato No, non è la fine, La Valle così sintetizzava l’intervento che Claudio Napoleoni pronunciò in occasione di quel convegno: «in nessuna parte del sistema economico e produttivo si davano varchi attraverso cui potesse allentarsi la presa di vecchie e nuove alienazioni (non c’erano Adriano Olivetti alla vista) e la liberazione poteva venire solo dai soggetti che in qualche modo erano stati lasciati fuori dal processo di produzione e appropriazione, gli esclusi, come le donne, i giovani, i popoli nuovi, i poveri dello scarto e del rischio».
Dal discorso di Napoleoni emergeva insomma che il Partito comunista non aveva assunto la sfida posta dalla Lettera. Non appariva un soggetto politico in grado di darsi carico del complessivo progetto di liberazione (dalle vecchie e dalle nuove alienazioni) che richiedevano le nuove condizioni della produzione economica nel mondo contemporaneo. E poiché, in quell’ Occidente in cui la garanzia del pluralismo rendeva possibile un progetto di innovazione, il sistema non era capace di autoriforma (non si profilavano imprenditori con la visione di Olivetti), occorreva rivolgersi a nuovi soggetti politici.
Venivano individuati in quelli che si potevano considerare gli esclusi da una produzione che procedeva a scartare tutto quanto non rientrava nella logica della massimizzazione del profitto. Mi pare qui opportuno sottolineare l’uso da parte di Napoleoni di un sintagma – “i poveri dello scarto” – che è diventato uno dei grandi temi attraverso i quali, durante tutto l’arco del pontificato, Francesco ha denunciato l’«inequità» dell’odierna organizzazione del sistema economico mondiale.
Ma, quel che più importa notare è l’amara conclusione che La Valle poneva, nel libro del 2021, alla rievocazione del discorso con cui Napoleoni nel 1986, constatata l’inadeguatezza del Partito comunista, affidava a nuovi soggetti politici (i giovani, le donne, i popoli nuovi del Sud del mondo, ecc.) la lotta per l’affermazione della libertà dalle forme, vecchie e nuove, di dominio. Osservava La Valle «Ma ciò non è avvenuto. Né forse poteva avvenire».
Ne dobbiamo allora trarre la conclusione che, scomparso il Partito comunista (anzi probabilmente dissolta stessa la forma partito così come era nata nel secondo dopoguerra) e rivelatisi i nuovi soggetti politici incapaci di assumere un progetto di lotta per la complessiva liberazione dalle alienazioni, quel documento appartiene ad un passato irrimediabilmente sepolto? Non credo che, anche sotto questo profilo, si possa ritenere la Lettera del tutto inattuale.
3. Senza dubbio la storia degli ultimi decenni – ed in particolare degli ultimi anni – mostra come le forze politiche, almeno quelle prevalenti, sono ben lungi dal preoccuparsi di dilatare gli ambiti di libertà nella vita collettiva. Anzi, persino nello spazio geo-politico dove storicamente si sono affermati gli ordinamenti liberal-democratici, la tendenza odierna è quella di stravolgerli in nome di un sedicente modello di “democrazia illiberale”. Teorizzato e messo in pratica dal presidente ungherese Viktor Orban è stato largamente seguito in Occidente nell’illusoria convinzione che il rafforzamento dell’esecutivo ai danni delle libertà civili risponda agli attuali bisogni di efficienza, incisività e e rapidità della decisione governativa.
Tuttavia, nonostante che l’odierno scenario politico sia lontanissimo dal prospettare concrete possibilità di liberazione, mi pare che, se considerata sotto il profilo della lucidità dell’analisi, la Lettera presenti ancora una straordinaria attualità. Essa, infatti, individua il tratto fondamentale delle dinamiche sociopolitiche del nostro tempo in uno stretto nesso tra guerra e dominio.
Per quanto riguarda la diffusione della guerra basta citarne un passo: «il sistema vigente assume la guerra, anche solo programmata e non combattuta come fondamento e culmine dell’ordine pubblico tra i popoli e tra gli uomini, un sistema dove la guerra non è un evento, ma una istituzione […] non è un rottura, ma un cardine del sistema». Poi la Lettera aggiunge che questa dilatazione del ricorso alla violenza bellica è la condizione per garantire l’organizzazione del dominio: «un dominio che non è solo economico, ma propriamente politico». La guerra vi appare insomma come la via per assicurare le nuove forme di controllo delle cose sull’uomo.
Certo nel 1986 la guerra era ancora vista nel quadro dello scontro bipolare tra USA e URSS. Ma, anche dopo il crollo dell’ordine bipolare e dopo le macerie del tentativo di sostituirlo con un ordine multipolare, pare difficile negare che l’attuale situazione mondiale costituisca una conferma puntuale di una rappresentazione della realtà basata sulla guerra come criterio regolatore della vita politica internazionale. Come ha ricordato Leone XIV lo scorso 9 gennaio nell’allocuzione al corpo diplomatico, il ricorso alla forza militare ha sostituito il disegno, nato dalle tragedie della Seconda guerra mondiale con lo scopo di evitare che si ripetessero, di disciplinare le relazioni tra gli Stati sulla base del diritto.
I principali attori di questa trasformazione sono gli Stati Uniti e la Federazione russa che, al di là della sbandierata competizione per l’egemonia, pienamente convergono nel comune obiettivo di promuovere la guerra come principio ordinatore dell’assetto internazionale. Non è certo un caso che il Ministero della difesa americano sia stato ridenominato Ministero della guerra, mentre l’ufficiale ideologia russa abbia recepito la teologia politica del patriarcato di Mosca, prospettando la necessità di una guerra santa alle democrazie europee, in quanto espressioni di un ordinamento satanico. In questo inquietante quadro bellicistico la Repubblica cinese non ha un ruolo attivo, ma certo partecipa attivamente al riarmo e non esclude l’uso della forza militare per raggiungere obiettivi come l’annessione di Taiwan.
Ma questi nuovi imperi sono precisamente i paesi nei quali lo sviluppo della tecnica ha raggiunto i suoi più alti livelli e dove, dietro le decisioni belliche dei pubblici poteri, si intravedono gli interessi delle grandi imprese basate sulle nuove tecnologie. Si tratta proprio delle compagnie che – come appunto notava il documento del 1986 – hanno realizzato un salto di qualità nell’uso della tecnica: in esse il suo sviluppo non si presenta più come un fine in sé, ma come un obiettivo da raggiungere sfruttando gli uomini come beni di consumo, da gettare dopo l’uso. Atteggiamento che del resto viene replicato anche per l’ambiente naturale, da spremere fino ad esaurimento, anziché proteggerlo e custodirlo.
Che il nesso tra guerra e dominio rappresenti un tratto costitutivo del nostro mondo trova conferma nell’insegnamento di papa Francesco. Bergoglio ha indubbiamente caratterizzato l’odierna moltiplicazione della guerra come “pazzia”, “follia”, “inutilità”, più che individuarne la ragione nella promozione del dominio delle cose sull’uomo. Tuttavia non si è limitato a denunciare la disumanizzazione che viene dagli sviluppi della tecnica; ha anche chiaramente indicato che una radice profonda dell’odierna dilatazione della violenza bellica (la terza guerra mondiale a pezzi) è riconducibile alle esigenze economiche di quelle industrie militari in cui trovano larga applicazione proprio le nuove tecnologie in cui la cultura dello scarto investe tanto gli uomini quanto la natura.
Ma se l’analisi del pontefice argentino converge largamente con quella della Lettera del 1986, occorre anche aggiungere che il papa ha proposto una nuova via di soluzione a questa drammatica situazione. Ha infatti invitato ad abbandonare quella dottrina della guerra giusta – che per secoli si è limitata a moralizzare la guerra – asserendo che al male della violenza bellica si può rispondere senza dover ricorrere necessariamente al male delle armi: la nonviolenza attiva costituisce infatti lo stile del cristiano che voglia porsi con un atteggiamento evangelico davanti all’esplosione dei conflitti.
Certo, posta davanti all’ingiustizia sostenuta dalle armi – come l’invasione russa dell’Ucraina o la sproporzione della risposta israeliana all’attacco terroristico di Hamas – la Santa sede ha poi ribadito la liceità della legittima difesa. Ma ha anche sostenuto la necessità di inquadrarla in una revisione della dottrina tradizionale. In effetti sta sempre più emergendo nel discorso pubblico di Roma che il ricorso alle armi per difendersi da un’ingiusta aggressione è moralmente legittimo fino al momento in cui non abbia prodotto i suoi frutti un’intensa azione pedagogica volta a promuovere la nonviolenza attiva.
Essa è diretta a permettere ai cristiani, ma anche a tutti gli uomini di buona volontà, la capacità di sviluppare di una mobilitazione di massa tale da opporsi efficacemente alla produzione, alla commercializzazione e alla utilizzazione delle armi a scopi di aggressione bellica, ma anche per assicurare la legittima difesa.
Nell’insegnamento del pontefice argentino – che sembra ripreso dal suo successore – si è insomma delineata la prospettiva di assegnare alle chiese una formazione alle tecniche della nonviolenza che renda possibile, in un futuro non troppo lontano, l’eliminazione della guerra, anche sotto forma di una risposta armata (allo stato attuale ancora moralmente lecita) ad una infrazione della giustizia nelle relazioni internazionali sostenuta dalle armi.
La realizzazione di una prospettiva di rigetto globale della violenza bellica – al punto di rendere vana anche l’ultima forma di giustificazione etico-morale della guerra, quella per la legittima difesa – spezzerebbe il nesso tra guerra e dominio, avviando nuovi spazi alla lotta per quella liberazione delle alienazioni prodotte dalla tecnica che la Lettera ai comunisti lucidamente denunciava quarant’anni fa come il decisivo obiettivo politico del nostro tempo.
Daniele Menozzi
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