Violenza sulle donne: Pronto soccorso come “sentinella”, 2.000 casi in Italia

Ricerca Redazione DottNet | 25/03/2026 11:45
Studio ISS su Lancet Public Health: accessi concentrati di notte, vittime quarantenni e aggressioni nel 60% dei casi da partner o familiari. Ma il problema è la presa in carico.
La violenza contro le donne passa dai Pronto soccorso più di quanto si pensi, ma resta in larga parte invisibile. E proprio nei servizi di emergenza si concentra una delle principali opportunità – e criticità – del sistema sanitario: intercettare un fenomeno che spesso emerge solo quando diventa acuto.
È quanto emerge da uno studio coordinato dall’Istituto superiore di sanità e pubblicato su Lancet Public Health, che ha analizzato oltre 10.000 accessi in Pronto soccorso in 16 Paesi europei tra il 2008 e il 2023.close
Un fenomeno che ha tempi e luoghi precisi
I dati delineano un quadro tutt’altro che casuale. La vittima tipo ha circa 38 anni, è in età riproduttiva e viene aggredita prevalentemente in ambito domestico.
Oltre un terzo degli episodi si concentra nelle ore serali e notturne, tra le 20 e le 4 del mattino, una quota quasi doppia rispetto agli altri infortuni femminili. In quasi due casi su tre la violenza avviene in casa.
Non è solo una distribuzione oraria: è il riflesso della natura relazionale del fenomeno. Più della metà delle aggressioni avviene nella cerchia familiare e nel 48% dei casi l’autore è il partner.
“Numeri che trasformano i Pronto soccorso in una sentinella strategica per intercettare un fenomeno ancora in larga parte sommerso“.
Il corpo racconta una storia diversa dagli altri traumi
Anche il profilo clinico è distintivo. Le lesioni non seguono la logica degli incidenti, ma quella di una violenza intenzionale.
Colpiscono più frequentemente testa, volto e collo, con una maggiore incidenza di contusioni, ematomi e segni compatibili con tentativi di soffocamento. Le lesioni da asfissia risultano fino a dieci volte più frequenti, un dato che la letteratura associa a un rischio elevato di escalation.
Al contrario, le fratture agli arti sono meno comuni rispetto agli infortuni non intenzionali. È un pattern riconoscibile, che può aiutare il clinico a distinguere un evento accidentale da un’aggressione.
I dati italiani confermano: la violenza è domestica e relazionale
Il quadro italiano, basato su circa 2.000 accessi, si sovrappone a quello europeo.
“Nel nostro Paese l’età media è di circa 40 anni e in quasi il 60% dei casi l’aggressore è un partner o un familiare“, spiega Anna Carannante, co-autrice dello studio.
La violenza fisica rappresenta la forma prevalente, ma il dato più significativo resta il contesto: nell’80% degli episodi l’aggressione avviene tra le mura domestiche.
Pronto soccorso come sentinella: ma senza presa in carico il dato si ferma lì
È su questo punto che lo studio introduce una riflessione che riguarda direttamente l’organizzazione dei servizi.
Il Pronto soccorso è spesso il primo – e talvolta unico – punto di contatto tra la vittima e il sistema sanitario. Ma intercettare il caso non equivale a prenderlo in carico.
Se il passaggio si esaurisce nella gestione dell’evento acuto, il rischio è quello di trasformare i dati in semplice contabilità, senza incidere sul percorso della persona.
Perché la funzione di “sentinella” diventi effettiva, serve una continuità assistenziale: integrazione con i servizi territoriali, collegamento con i centri antiviolenza, attivazione di percorsi strutturati che vadano oltre il trattamento della lesione.
In questo senso, il ruolo non riguarda solo l’emergenza, ma l’intera rete: medici di medicina generale, consultori, servizi di salute riproduttiva. È lì che si gioca la possibilità di intercettare la violenza prima che arrivi in ospedale.
I limiti del sistema e le azioni possibili
Lo studio evidenzia anche criticità rilevanti. In oltre il 35% dei casi mancano informazioni sul contesto dell’aggressione nei registri ospedalieri, e restano ampiamente sottorappresentate le forme di violenza senza segni fisici evidenti.
“Serve rafforzare la formazione del personale sanitario per riconoscere anche i segnali meno evidenti e introdurre protocolli standardizzati di raccolta dati“.
Tra le indicazioni anche il potenziamento dell’integrazione tra Pronto soccorso e servizi specialistici e l’estensione dello screening ai servizi territoriali.
Dal dato alla responsabilità del sistema
“Se raccolti e analizzati con metodo, i dati dei Pronto soccorso possono trasformare i servizi di emergenza da semplici luoghi di cura in presidi fondamentali per la prevenzione“.
Il passaggio, però, non è automatico. Richiede organizzazione, formazione e una chiara assunzione di responsabilità da parte del sistema sanitario nel suo complesso.