ALESSANDRO TROCINO: Conversazione con Maria Paiano, docente di Storia
del cristianesimo moderno e contemporaneo presso l’Università
di Firenze e autrice di «I cattolici, la guerra e la pace in età
contemporanea» Firefox https://www.corriere.it/il-punto/la-rassegna/26_maggio_11/tre-genitor…
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L’Ucraina e il diritto di difesa, la via
stretta costruita dalla dottrina cattolica
Non è facile districarsi nelle sottigliezze della dottrina cattolica
sulla «guerra giusta» e nelle sue evoluzioni, da Agostino e San
Tommaso, fino a Bergoglio e Prevost. Ci abbiamo provato in
questo pezzo, ma ora riprendiamo l’argomento grazie a una
conversazione illuminante con Maria Paiano, docente di Storia
del cristianesimo moderno e contemporaneo presso l’Università
di Firenze e autrice di «I cattolici, la guerra e la pace in età
contemporanea». Non una discussione soltanto accademica,
visto che in questo momento la questione coinvolge la
sensibilità di credenti e laici, soprattutto in relazione al diritto di
difendersi in armi degli ucraini. Diritto inizialmente difeso da
papa Bergoglio, che poi però aveva invitato ad avere «il
coraggio della «bandiera bianca». La stessa «bandiera bianca»
che Angelo Panebianco, nel fondo di questa mattina, teme
venga invocata da una parte dei cattolici: «La corrente
composta da coloro che, in nome della pace, paiono negare
legittimità persino alla guerra difensiva». Il timore è che la
Chiesa «mostri indifferenza rispetto alla possibilità che gli Stati
europei restino senza difese di fronte ai famelici predatori che ci
circondano. Nella fase attuale, significa accettare che la Russia
(la quale, oltre a combattere sul terreno in Ucraina, sta da tempo
usando le armi della guerra cibernetica contro gli ignari europei)
riesca a estendere la sua influenza su tutta l’Europa».
Professoressa, la dottrina cristiana della «guerra giusta»,
per come era configurata, si può dire superata in questo
momento storico? Mi pare di capire che papa Francesco,
con l’enciclica «Fratelli tutti», abbia concluso un processo
di superamento di questa dottrina, che era già cominciato
con Benedetto, e con la prima guerra mondiale, e poi
proseguito con Ratzinger. Superamento dovuto alla natura
della guerra moderna, alla sproporzione dei mezzi e al
coinvolgimento inevitabile delle popolazioni civili. È
corretto?
«Bisogna chiarire cosa significa “superata”. Mi pare valga la
pena ricordare preliminarmente che la dottrina della “guerra
giusta” nella tradizione cristiana è stata uno strumento per porre
dei limiti alla legittimazione morale delle guerre e alle loro
motivazioni e modalità di conduzione. Il suo presupposto di
fondo è stato che la guerra è un male che va il più possibile
evitato. Se oggi ne riprendiamo la formulazione nell’attuale
Catechismo della Chiesa cattolica, leggiamo all’articolo 2308
che “tutti i cittadini e tutti i governanti sono tenuti ad adoperarsi
per evitare le guerre”. Subito dopo si richiama il “diritto di
legittima difesa”, ma con molta cautela e ponendo ad esso molte
limitazioni. Non solo si usa (citando la costituzione Gaudium et
spes del Concilio Vaticano II) una formula negativa: “Non si
potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa”. Ma qui
non si parla, necessariamente di difesa armata. Inoltre, alla
legittimità morale della difesa sono poste alcune condizioni:
l’inesistenza di “un’autorità internazionale competente, munita di
forze efficaci” e l’esaurimento di “tutte le possibilità di un pacifico
accomodamento”. L’articolo successivo (2309) poi fa più
specifico riferimento alla “legittima difesa con la forza militare”,
ritenuta una decisione che “per la sua gravità (…) è sottomessa
a rigorose condizioni di legittimità morale”. E in particolare: “che
il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità
delle nazioni sia durevole, grave e certo; che tutti gli altri mezzi
per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci; che ci
siano fondate condizioni di successo; che il ricorso alle armi non
provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare”. E si
conclude affermando che “nella valutazione di questa
condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni
mezzi di distruzione”. Il Compendium del Catechismo,
promulgato da Benedetto XVI all’inizio del suo pontificato
(2005), richiama più sinteticamente tutte queste condizioni,
sottolineando che l’uso della forza militare è moralmente
giustificato solo quanto si verifica la loro “presenza
contemporanea”. Di per sé, questa formulazione della dottrina
mi sembrerebbe delegittimare pressoché tutte le guerre
contemporanee. Bisogna ritenerla superata solo per questo? A
me pare piuttosto che quanti si appellano unicamente alla
legittima difesa (anche nella sua forma “preventiva”) spesso
attingano ad altre “filosofie” o “teologie” morali».
La recente nota della Cei «Educare ad una pace disarmata e
disarmante» dice in sostanza che la teoria della guerra
giusta si iscrive nell’Antico Testamento e non nel Vangelo.
È un modo per dire che la dottrina della «guerra giusta»
non ha cittadinanza nel cristianesimo?
«La Nota prende in esame la Scrittura per attingervi elementi
utili alla costruzione di una pedagogia e di una teologia della
pace. Dopo questa disamina, afferma che “le ricche e
complesse indicazioni della Scrittura sulla pace sono state
recepite dalle Chiese in percorsi articolati”. E subito dopo,
descrive il percorso che nel corso del Novecento ha portato la
Chiesa cattolica a restringere i criteri di legittimazione morale
della guerra rispetto alla sua prima formulazione, tra Agostino e
Tommaso (che estendeva la “giusta causa” alla riparazione di
un’ingiustizia). Alla fine della descrizione di questo percorso, la
nota fa un’affermazione molto radicale, che riprendo
letteralmente: “Il Magistero sociale postconciliare giunge,
dunque, ad affermare che nessuna guerra può oggi essere
giustificata. La sproporzione distruttiva e l’incontrollabilità di armi
tecnologicamente devastanti impediscono di associare il
sostantivo guerra e l’aggettivo giusta; mai più!”. Poi non si
sofferma su questa posizione di principio ma si concentra su
quello che individua come la “vera domanda”, e cioè: “Come
costruire pace?”. In questa prospettiva, nell’ultima sezione,
intitolata “Beati i costruttori di pace”, si concentra sulle scelte da
intraprendere in questa direzione, che ruotano tutte attorno alla
delegittimazione della violenza e alla promozione di una
educazione alla nonviolenza capace di trasformarsi anche in
una strategia di difesa alternativa a quella militare. In conformità
con una tradizione di più lungo periodo del magistero pontificio,
si pronuncia poi contro la corsa agli armamenti di cui individua
un preciso momento della escalation più recente: la guerra in
Ucraina. Ed in questo contesto afferma che le “necessità della
difesa non devono diventare occasione per contribuire al riarmo
globale di questi anni”. Anche il riconoscimento, in un altro punto
del documento, che il ricorso alle armi possa, “in determinati
casi” essere legittimato «dalle esigenze della difesa», è
collocato in una parentesi ed è preceduto dall’affermazione che
le azioni che ricorrono alle armi “sono di per sé moralmente
problematiche”. Mi pare dunque che il documento si ponga
decisamente in una linea di delegittimazione della violenza
bellica e di superamento della teoria della “guerra giusta”. Dice
del resto che vuole essere innanzitutto un contributo alla
costruzione di “una vera teologia della pace”.
Il magistero di Leone XIV è in continuità con la radicalità
evangelica predicata da Francesco? Ci sono differenze di
linea rispetto a lui su questi temi?
«Mi pare che, a partire da impostazioni culturali diverse (una
spiccata sensibilità storica in Bergoglio, un impianto più
filosofico in Prevost) i due pontefici convergano su diversi punti.
In primo luogo, l’istituzione di un nesso stretto tra l’adesione al
Vangelo e il primato della tutela degli “innocenti”. Si tratta in
fondo dello stesso nesso che ha portato a mettere in
discussione la legittimità morale tout court della guerra
moderna, in quanto sempre più, e inevitabilmente, “guerra
totale”. Una seconda convergenza è nell’individuazione nella via
della nonviolenza del terreno sul quale i fedeli si devono in
primo luogo mobilitare per costruire anche concretamente una
cultura della pace alternativa a quella della guerra. In modo
diverso hanno sollecitato questo impegno sia sul terreno
pedagogico che della “nonviolenza attiva”. Entrambi hanno poi
ripetutamente indicato le vere motivazioni delle guerre in corso
negli interessi che ruotano attorno alla produzione e al
commercio delle armi. E se Francesco ha potuto usare talora un
linguaggio più radicale (arrivando a maledire i “mercanti di
morte”), Prevost, sin dall’inizio del suo pontificato ha insistito
sull’artificiosità dei discorsi che giustificano le guerre, basati su
ricostruzioni false o alterate della realtà, oggi agevolate dagli usi
distorti dell’intelligenza artificiale. Certamente Francesco si è
pronunciato più apertamente sulla “guerra giusta”, arrivando ad
affermare che “nessuna guerra è giusta” e in ogni caso ponendo
l’esigenza di un ripensamento della dottrina tradizionale».
La guerra in Ucraina mette alla prova questi ragionamenti.
Da una parte papa Francesco aveva condannato la guerra
dall’altra aveva, mi pare, riconosciuto il diritto alla difesa da
parte dell’Ucraina. La difesa di Kiev rappresenta un
esempio di guerra ancora giusta, oppure no?
«Sì, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina papa Bergoglio ha
ricalibrato la sua condanna assoluta della guerra, integrando
l’argomento della legittimità della difesa con le armi quando non
si profilassero, nell’immediato, soluzioni diverse. Il richiamo al
diritto alla legittima difesa armata da parte di Bergoglio è stato
tuttavia normalmente associato a considerazioni sulla natura
della guerra e sulle sue conseguenze che sottolineano
l’esigenza di evitarla e, quando già in corso, di uscirne al più
presto con un negoziato. Ad esempio, nel messaggio ai
partecipanti alla VI edizione del Forum de Paris sur la paix, del
10 novembre 2023, ha giustapposto l’affermazione del “diritto
inalienabile alla legittima difesa” con il riconoscimento “che la
guerra è sempre una sconfitta dell’umanità” e la sottolineatura
che “nessuna guerra” valeva le lacrime delle madri che
vedevano morire i propri figli e la disperazione di quanti erano
costretti ad abbandonare le proprie case e le proprie relazioni
familiari e sociali. Per contro, ribadiva che “la pace non si
costruisce con le armi ma con l’ascolto paziente, il dialogo e la
cooperazione, che restano i soli mezzi degni della persona
umana per risolvere le controversie”. D’altro canto, la
sollecitazione venuta successivamente da Francesco alle
autorità ucraine — in un’intervista rilasciata alla Radio Svizzera
nel marzo 2024 nella quale parlava di avere il “coraggio della
bandiera bianca e negoziare” — a rendersi disponibili ad una
soluzione negoziale, oltre ad essere stata respinta da quelle
stesse autorità e dalle diplomazie internazionali, è stata recepita
negativamente anche da molti cattolici, non solo ucraini».