Lectio magistralis I due futuri della Mondializzazione In occasione della Calzolari lecture 2016
Introduzione di Walter Tega: Quale sapere per un nuovo umanesimo planetario secondo Edgard Morin
Edgard Morin, nella sua lunga vita accompagnata da una pratica molteplice e da un ininterrotta riflessione sull’uomo e sul mondo, non si è proposto solo di elaborare una riforma del sapere, ma di individuare le forme e i modi per porlo al servizio della formazione di un nuovo umanesimo, questa volta planetario, cui affidare il compito di cooperare alla soluzione dei gravi problemi che pesano sui destini del mondo e dell’umanità. Per queste ragioni sembra necessario sottolineare il significato civile di una riflessione che propone l’umano come entità biologica, storica e sociale che apprende ad essere parte di un tutto e sintesi unitaria di tutte le parti nell’esercizio pratico di una cittadinanza locale e globale.
Il destino comune
Non è certo da oggi che Morin sostiene la necessità che il mondo ha bisogno di trasformazioni radicali per evitare la propria autodistruzione “Quando un sistema non è più in grado di affrontare e risolvere i problemi vitali della collettività -scriveva- le alternative sono solo due: o crolla o si trasforma.” (Morin).
Oggi, insisteva, viviamo in questa situazione visto che gli arsenali nucleari, il degrado progressivo dell’ecosistema, lo sperpero di risorse naturali, gli squilibri, le intolleranze e le crescenti disuguaglianze tra le diverse parti del pianeta, il prevalere del principi della forza sul diritto creano una situazione drammatica dove la possibilità dell’autodistruzione diventa molto concreta. E questo costituisce il destino comune di tutti gli umani che vivono su questo pianeta.
La rinuncia alla concezione lineare del progresso
Di fronte a questo stato di cose non valgono né atteggiamenti fatalisti di fronte alle catastrofi annunciate e neppure forme di sterile ribellione, ma occorre misurarsi fino in fondo, al di la di ideologie falsamente salvifiche, con il nocciolo duro della crisi poiché la crisi stessa “ può favorire la metamorfosi del sistema in direzione di una società-mondo più ricca e più complessa, una società più umana, più giusta, più capace di far fronte alle sfide del futuro” (Morin). Ma questo richiede l’assunzione di una prima importante decisione, ovvero quella della rinuncia da parte dell’intera società occidentale di un ricorso ostinato perché consolante a un’idea di progresso “basata esclusivamente sulla fiducia cieca del potere della tecnica e dell’economia” (Morin)
Il nuovo umanesimo planetario
E’ a questo punto che sorge la necessità di mettere nel cantiere della storia e nel rapporto con la natura la costruzione di un nuovo umanesimo, un umanesimo questa volta planetario che sostituisca quello che, dopo averli evocati agli albori dell’età moderna, ha marginalizzato la dignità e il riconoscimento del principio universalistico dei diritti umani. Ciò richiede, in certo senso che si riparta da capo nella determinazione e nella comprensione della vera sostanza dell’ umano, nella irriducibile presenza in esso di tutte le dimensioni che costituiscono la sua identità e la sua condizione.
La filosofia della complessità
Dunque la costruzione del nuovo umanesimo planetario non potrà essere affidata né a rivoluzioni scientifiche e tecniche che si propongono quale scopo il dominio dell’uomo sulla natura e neppure a rivolgimenti sociali che hanno quale obbiettivo la conquista del potere per il potere e fatalmente il dominio dell’uomo sull’uomo. E’ qui che entra in gioco una filosofia della complessità che ha alla sua base il principio del dialogo il quale colloca la dualità in seno all’unità e determina le condizioni per la convivenza di termini che diventano così antagonisti e complementari; il ricorso a una diversa organizzazione o sistema del sapere e del fare che interrompe così insieme all’idea lineare del progresso, il rapporto tra causa /effetto, prodotto/produttore, struttura/sovrastruttura; il principio oligrammatico che sollecita alla comprensione del rapporto di stretta e reciproca complementarità tra la parte e il tutto.
La complessità si propone così come dichiarazione dell’impossibilità dell’onniscienza; come tensione permanente tra l’aspirazione a un sapere non frammentato, non settoriale, non riduttivo e il riconoscimento dell’incompiutezza e dell’incompletezza della conoscenza; come capacità di sapere guardare il mondo, di maturare un punto di vista che si ponga al di là della dispersione dell’unità del sapere in discipline senza bussola e della specializzazione esasperata delle funzioni e delle mansioni; come metodo in grado di rigenerare le connessioni interrotte fra le conoscenze e, nel contempo, di conservare la capacità riflessiva che non consiste tanto nel ristabilire legami pretestuosi tra le conoscenze frammentate quanto nel generare un metodo che contenga in sé il senso dell’irriducibile legame di ogni cosa con ogni cosa, di ricostruire il rapporto effettivo delle parole con le cose in modo tale da riconoscere il vincolo naturale e impercettibile che unisce tutti i fatti e tutti i fenomeni e che mostri l’impossibilità di conoscere le parti senza conoscere il tutto e viceversa. Il mondo umano potrà così emergere solo dall’intreccio delle conoscenze concernenti la vita, la terra l’universo.
Una testa ben fatta
Diventano cruciali a questo proposito le modalità di acquisizione della conoscenza, di educazione al sapere, che Morin consegna ai tre volumi: Insegnare a vivere, La testa ben fatta, I sette saperi, che non vogliono essere il progetto per una riforma dell’insegnamento delle Scuole Superiori e delle Università, ma uno strumento per ristabilire una nuova necessaria alleanza tra l’umanità e la natura, tra gli umani che abitano la patria Terra; una sollecitazione a sviluppare la conoscenza del conoscere, a osservare i problemi da un punto di vista che sia insieme particolare e globale, che colga l’essenza della condizione umana evidenziando i percorsi che consentono di sottolineare la diversità e l’unità delle cose del mondo; di adottare i dubbi, i problemi, gli errori come preziosi elementi per la ricerca delle certezze che sono sempre parziali e provvisorie; di studiare il pregiudizio e l’incomprensione per giungere all’affermazione dei loro opposti.
L’Università
La riflessione consegnata alle pagine della Testa ben fatta merita tuttavia alcune considerazioni a parte soprattutto per quello che riguarda il compito dell’Università e quelli di chi insegna e di chi apprende. Morin ne ha già parlato proprio in quest’aula in occasione dell’apertura dell’anno accademico nel 2009-2010. E tuttavia vale la pena di ribadire che il ruolo dell’università diventa centrale per la costruzione del nuovo umanesimo planetario perché l’università, come l’aveva ripensata von Humbold nel momento della sua uscita da una crisi che si trascinava da secoli, ha una missione transecolare che è quella di salvaguardare in modo non statico e sterile ma vivo e vitale la tradizione senza la quale non si può pensare il futuro; ha il compito di promuovere lo sviluppo delle scienze in una dimensione transdisciplinare che solleciti e non ostacoli l’integrazione tra la cultura umanistica e quella scientifica; di formare l’attitudine alla ricerca e di misurarsi con le nuove professioni collocandosi al livello metaprofessionale e metatecnico senza mai dimenticare che essa vive e prospera nella sua autonomia e nella problematizzazione incessante del sapere, nel primato della verità sull’utilità, nel rispetto dell’etica della conoscenza. La riforma del pensiero esige quella dell’università oggi purtroppo trascurata dal nostro paese e da gran parte della vecchia Europa.
L’originalità della critica alla modernità
Ma a questo punto si propongono i due obiettivi ai quali punta il metodo e che hanno a che fare con la storia passata e con quella futura, con la mondializzazione e la globalizzazione ovvero la effettiva costruzione dell’umanesimo planetario e della concezione cosmo- antropologica sulla quale si sostengono le speranze del mondo.
Se l’umanesimo è stato il primo segno del rinnovamento, l’età moderna e quella contemporanea hanno alimentato le rivoluzioni industriali e tecnologiche che hanno dato contribuito a generare le condizioni di fronte alle quali si trova l’umanità. Conoscere questo contesto, che secondo Morin è fortemente influenzato da sistemi di pensiero aprioristici e unilaterali come quello di Descartes, vuol dire acquisire la consapevolezza delle ragioni che hanno condotto alla separazione e alla parcellizzare del sapere e all’illusione di poter creare specializzazioni, macchine e organizzazioni produttive perfette. E questa linea ha avuto la meglio su quella di Pascal la quale rivendicava l’impossibilità di separare il tutto dalla parte, il particolare dal globale e sottolineava la necessità di una dimensione etica e solidale nell’uso e nell’applicazione delle scoperte. Una complessa famiglia di scienziati e di filosofi ha preso atto di ciò nei primi decenni del XX secolo, ma la situazione fu travolta e dominata da nazionalismi totalitari e totalizzanti, prima, e poi trascinata da una pratica del profitto che santificarono e perpetuarono quella che Husserl ha definito reificazione della scienza e della coscienza che portava con sé la dissoluzione della tolleranza e della democrazia.
Il nuovo umanesimo è possibile solo attraverso un superamento della concezione dell’uomo e della natura elaborato da quella parte della cultura moderna fondata sulla separazione dell’uomo dalla natura; è proprio questa pratica comunemente accolta che, osserva Morin, sta alla base del progetto di dominio della natura da parte dell’uomo e che è diventata la chiave di volta che ha guidato fino ad oggi il processo di mondializzazione. Ma l’abbandono dell’idea di progresso e gli errori dei moderni non hanno certo quale corrispettivo la banalizzazione del sapere o peggio ancora l’abbandono dello sforzo per acquisirlo.
Morin chiama in causa l’umano, la scienza, la filosofia, la cosmo/antropologia per superare questa crisi e non altri cataclismi o altre catastrofi delle quali la storia degli uomini ci fornisce continuamente illustri esempi.
molteplici umanità
Si può condividere la conclusione cui è giunto lo studioso Mauro Ceruti ,che ha di Morin si è dichiarato scolaro, quando afferma in sintonia con il maestro : “di qui la necessità di riconoscere l’originalità dell’umanesimo planetario generato dalla coscienza che non c’è stata una sola umanità ma ci sono state molteplici umanità , molteplici metamorfosi dell’umanità nonché dalla coscienza della necessità di una nuova metamorfosi affinché l’umanità possa vivere. La conoscenza delle metamorfosi passate ci è indispensabile per mettere a fuoco la metamorfosi presente in tutta la sua improbabilità ma anche in tutta la sua possibilità.”
La sua antropologia si prolunga in una storia naturale e alla fine in una cosmo-antropologia attraverso la quale sarà possibile concepire l’importanza per il futuro dell’umanità di avere coscienza del fatto che la storia dei nostri elementi costitutivi si prolunga fino ai primi attimi dell’universo, fino a concepire l’indispensabilità di una coscienza del fatto che noi siamo quello che siamo perché abbiamo in noi la storia di miliardi di anni dell’universo, la storia di milioni di anni degli animali, la storia di centinaia di migliaia di anni della specie dell’homo sapiens.
Secondo Morin acquisire questa coscienza vuol dire predisporre le condizioni per formulare e per affrontare i problemi della nuova condizione umana nell’età globale perché
Dobbiamo dunque parlare di una patria terrestre di una Terra patria che è diventata realtà concreta dell’intersolidarietà oggettiva dell’umanità nella quale il destino globale del pianeta sovradetermina i destini singolari delle nazioni e nelle quali i destini delle nazioni perturbano o modificano il destino globale. La possibilità inedita di suicidio dell’umanità prodotta dalla minaccia nucleare e dalla minaccia ecologica ha generato la comunità del destino di tutti i popoli e dell’umanità intera con la Terra.
L’antico umanesimo ha prodotto un universalismo astratto ideale e culturale mentre il nuovo umanesimo planetario se sarà, sarà prodotto un universalismo reso concreto dalla comunità di destino che lega ormai tutti gli individui e tutti i popoli del pianeta.
Bologna, Aula Magna
21 novembre 2016