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 Il fascismo non è un’opinione. È un reato

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La Repubblica italiana, nata dalla guerra contro il fascismo, ha stabilito che la sua ricostituzione costituisce un reato. Esattamente come organizzare una ‘ndrina o una cosca. Facciamo attenzione: non è una valutazione politica. È una norma costituzionale e sono leggi della Repubblica

GIUGNO 15, 2026Raffaele Crocco Fascismo,Politica

Giorgia Meloni sostiene che chiedere una dichiarazione di antifascismo per partecipare alla fiera dell’editoria Più Libri Più Liberi è una forma di censura. È una tesi che può funzionare nei talk show, ma che si scontra con un problema molto concreto: la legge italiana.

Perché in Italia il fascismo non è semplicemente considerato un’idea sbagliata. È considerato un reato, un fenomeno criminale. Esattamente come la mafia, l’associazione a delinquere, l’omicidio e il furto.

Vale la pena partire da qui, perché il dibattito pubblico tende ormai a dimenticare questo elemento essenziale della questione, confondendo i piani. In una democrazia le idee si discutono, si contestano, si votano. Non nel caso del fascismo, che occupa giustamente una posizione diversa. La Repubblica italiana, nata dalla guerra contro il fascismo, ha stabilito che la sua ricostituzione costituisce un reato. Esattamente come organizzare una ‘ndrina o una cosca.

Facciamo attenzione: non è una valutazione politica. È una norma costituzionale e sono leggi della Repubblica. Facciamo un breve ripasso. La XII Disposizione transitoria e finale della Costituzione vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto Partito Nazionale Fascista. Per rendere effettivo quel divieto il Parlamento approvò la Legge Scelba del 1952, che punisce la ricostituzione del partito fascista e l’apologia del fascismo. Successivamente la Legge Mancino ha introdotto ulteriori sanzioni contro la propaganda fondata sull’odio razziale e contro simboli, slogan e comportamenti riconducibili ai movimenti nazifascisti. Detto in modo semplice: la Repubblica italiana considera il fascismo un crimine incompatibile con l’ordine democratico e ne punisce le manifestazioni organizzate.

Per questo la polemica sul cosiddetto “patentino antifascista” è costruita su un presupposto falso. Nessuno chiede agli editori di aderire a una particolare ideologia o di applicare una censura. Nessuno pretende una professione di fede politica. Si chiede semplicemente di riconoscere un principio costituzionale che coincide con il rispetto della legge ed evita un reato penale.

La situazione è quindi molto più simile alle dichiarazioni antimafia richieste nelle gare pubbliche che non a un test ideologico. Quando un’impresa partecipa a un appalto deve certificare di non avere rapporti con organizzazioni criminali. Nessuno parla di censura. Nessuno sostiene che si stia limitando la libertà di pensiero dei mafiosi. Lo Stato stabilisce semplicemente che chi aderisce o favorisce un’organizzazione criminale non può essere considerato un interlocutore normale della vita pubblica.

Lo stesso principio vale per il fascismo. Se un editore si presentasse a una fiera sostenendo che la mafia rappresenta un modello efficace di governo del territorio, difficilmente qualcuno invocherebbe la libertà di espressione per garantirgli uno spazio istituzionale. La mafia è un fenomeno criminale. Punto.

Ebbene, l’ordinamento italiano considera criminale anche il progetto politico fascista, al punto da vietarne la ricostituzione e da sanzionarne l’apologia in determinate forme. Non perché sia “sgradito”. Non perché sia “impopolare”. Ma perché la Costituzione nata dalla Liberazione lo identifica come un crimine e una minaccia per la democrazia.

E su questo punto, proprio dopo le parole della presidente del Consiglio, emerge una contraddizione politica difficile da ignorare.

Giorgia Meloni è Prima ministra della Repubblica italiana. Per assumere questo incarico ha prestato giuramento di fedeltà alla Costituzione. Non ad una parte della Costituzione e nemmeno ad una Costituzione neutrale rispetto al fascismo. Ha giurato fedeltà a questa Costituzione esplicitamente ed inequivocabilmente antifascista, costruita proprio per impedire in un qualsiasi modo – anche attraverso strade formalmente democratiche – il ritorno del regime che aveva abolito le libertà politiche, perseguitato gli oppositori, introdotto le leggi razziali e trascinato il Paese nella guerra.

Ovvio, quindi, che definire “censura” una richiesta di adesione ai principi antifascisti della Repubblica significa capovolgere il problema. La questione non è limitare la libertà di opinione. La questione è stabilire il principio che chi partecipa a uno spazio pubblico non può e non deve commettere o aver commesso quel reato, riconoscendo il quadro costituzionale nel quale quello spazio esiste. Questo vale per una manifestazione editoriale e vale per chi giura come ministro della Repubblica. Serve – esplicitamente o implicitamente, non importa –  la medesima certificazione.

L’antifascismo non è un’opzione politica tra le altre. È il fondamento giuridico della Repubblica. E il fascismo non è un’opinione come le altre. E’ un crimine. Lo dice la Costituzione e lo spiegano le leggi che ne derivano. Chi lo dimentica o finge di dimenticarsene non sta difendendo la libertà di espressione. Sta tentando di cancellare la democrazia nel nostro Paese.

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