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Il coraggio della verità

  • di

Milka Ventura

La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccia dal cielo (Salmi 85,12).

ֱ֭  אֶמת ֵמֶֶ֣אֶרץ ִּתְצ ָָּׁ֑מח ְְ֝וֶֶ֗צֶדק ִּמ  ָּׁש _ַ֥מִּים ִּנְש ָָּֽׁקף׃

In un recente incontro online di Smol emunì, la prima relatrice – Delphine Horvilleur – ha citato i versi 11 e 12 di questo Salmo e ne ha fatto la traccia sulla quale ha sviluppato il suo intervento. Forse non ho capito tutto della sua appassionata e toccante relazione in inglese, e forse in parte me ne discosterò, ma quella citazione, insieme al senso complessivo del suo discorso, mi ha dato lo spunto e il coraggio per affrontare un tema che da mesi sentivo il bisogno di approfondire: quello della “verità”.

L’incontro, intitolato Faith in Peace, Equality, and Justice, è stato pieno di pensieri degni, di riflessioni profonde, mosse dal bisogno impellente di recuperare i valori “alti” dell’ebraismo in questo momento in cui sta attraversando una delle sue crisi più profonde. Eppure io sento che dobbiamo fare i conti anche con le cose meno nobili che ci appartengono e fare uno sforzo di “verità” per prendere coscienza della violenza che c’è nei nostri testi sacri: confrontarci con quello che – oggi – alimenta il suprematismo e il razzismo anche fra di noi. I giovani con le pe’ot che bruciano moschee, distruggono oliveti e case di palestinesi, bastonano (o peggio) vecchi e donne e rovesciano a terra le loro riserve d’acqua, si fanno forti di quella stessa Torà che nutre i giusti che con i loro corpi si oppongono a quelle violenze. Nel loro agire scellerato si sentono legittimati da testi che loro interpretano in modo letteralistico e fanatico, rinnegando tutto quello che in secoli di diaspora ci era stato insegnato. Credo che oggi dobbiamo ammettere che non è solo l’islam a dover fare i conti con la violenza presente nel suo testo fondativo. Nessuno è immune da questa ondata di aggressività che usa i testi sacri come clave. Anche fra i cristiani, che richiamano sempre il messaggio di amore dei Vangeli e se ne vantano – dimenticando, a volte, che questo non ha loro impedito le peggiori nefandezze nella Storia – ci sono ora gruppi sempre più influenti che sostengono «Gesù ci ha detto di prendere una spada» (Matteo 10,34; Luca 22,36;) e ministri di culto che benedicono le campagne belliche del Capo della Casa Bianca.

Come singoli ebrei e come popolo noi siamo chiamati a fare una scelta. Una scelta che, in qualche misura, fecero anche i nostri Maestri dopo i disastri delle guerre giudaiche e delle rivolte degli zeloti. La fecero decidendo di salvare l’anima dell’ebraismo a Yavne, mentre altri ne immolavano i corpi a Masada. La fecero rifiutando di inserire nel canone biblico libri come i Maccabei – e non solo perché erano scritti in greco – o la Meghillat Antiochus, che esalta anch’essa la rivolta degli Asmonei, o il Rotolo della Guerra e le varie apocalissi. La fecero nei tanti midrashim che commentano il passo del Deuteronomio sulla guerra (Devarim 20) nell’intento di «lenire i duri precetti» che conteneva, soprattutto quello riferito ai sette popoli da annientare – un precetto che, ricordiamocelo, non è più applicabile perché quei sette popoli non esistono più. Di fronte all’espressione – tremenda – «non lascerai in vita niente che respiri» (v. 16), il Sifré ne limita l’applicazione alla sola «guerra volontaria» e non a quella «di precetto» (Sifré Devarim 190 e 203), «neutralizzando così la perentorietà della terribile prescrizione divina» e delimitando le modalità con le quali la guerra doveva essere condotta: «Ti è permesso combatterla, ma non affamarla o inquinarne l’acqua o causare la morte dei suoi abitanti mediante malattie» (Ivi 199). E ci è stato insegnato che in caso di assedio si deve lasciare aperto uno dei quattro lati, affinché chi vuole fuggire sia libero di farlo (Maimonide, Hilkhot melakhim VI,7). Tanta dell’esegesi ebraica dei secoli successivi alla distruzione del Secondo Tempio – soprattutto quella di tipo omiletico – si sforza di «de-bellicizzare» l’ebraismo ed esaltare il valore della pace. Alla base di queste scelte c’è l’idea che ogni generazione si esprime con il proprio linguaggio, e «il linguaggio della Torà è una cosa; altra cosa è il linguaggio dei Maestri» (bChullin 137b). C’è da chiederci, però, quale sia il linguaggio della “nostra” generazione, e credo che su questo abbiamo tutti una responsabilità, a partire dai maestri e fino all’ultimo ebreo agnostico o non credente; oggi che – come ha detto il moderatore dell’incontro Benjamin Singer – «la Torà rischia di essere presa nelle mani dell’Angelo della morte».

Se è giusto risentirci quando un cardinale usa passi della Torà su Lamech (Genesi 4,24) per criticare le scelte del governo di Israele, rinfocolando antichi pregiudizi antigiudaici sul “Dio vendicativo dell’Antico Testamento”, è altrettanto giusto inorridirci se quello stesso governo grida «vendetta!» e si lancia in operazioni militari dando loro nomi biblici come “I carri di Gedeone” che richiamano stragi spietate. (Per inciso, se si va a rileggere la storia di Gedeone contro Midian, si trova che i “perfidi” Midianiti, come gli Amalechiti, facevano cose che ricordano certi attuali comportamenti di settlers in Cisgiordania: «Quando Israele aveva seminato, i Midianiti con gli Amalechiti e con i popoli dell’Oriente salivano contro di lui, si accampavano contro gli Israeliti, distruggevano tutti i prodotti del paese fino a Gaza e non lasciavano in Israele né viveri, né pecore, né buoi, né asini», Giudici 6,3-4.)

Ci vuole coraggio, ma è il coraggio della verità.

Se è giusto e doveroso opporsi a chi equipara Israele al nazismo, perché finisce per assimilare gli ebrei in quanto tali ai nazisti in un’orgia autoassolutoria e deresponsabilizzante che nega la Storia e scarica le colpe sulle vittime, è anche doveroso e “sacrosanto” ribellarsi ai comportamenti di ministri che violano vergognosamente i diritti dei prigionieri umiliandoli, e ai discorsi di ministri che auspicano la distruzione di un villaggio come ritorsione per la morte di un soldato, o chepromettono rappresaglie che sottintendono un diverso valore per la vita di un uno rispetto a un altro. Lasciamo ad altri la triste matematica delle Fosse ardeatine con i loro 335 italiani uccisi a fronte di 33 soldati tedeschi caduti nell’attentato di via Rasella. E, con tutto il dolore per i nostri morti e per le lacrime delle loro madri, non ci rendiamo supinamente complici di chi proclama «Per ogni lacrima di una madre israeliana, mille madri libanesi devono piangere. Tutto il Libano deve bruciare». Facciamo nostro il messaggio delle madri che in Israele e in Palestina rifiutano la logica della vendetta e della rappresaglia. E non lasciamoci ubriacare dai canti di guerra e di vittoria che anche nei nostri testi sacri non mancano.

E, soprattutto, non ci chiudiamo nei vecchi ghetti e non costruiamone di nuovi. Ora che sentiamo rinascere la bestia dell’antisemitismo che è sempre pronta a uscire dalle fogne, chiediamoci che cosa abbiamo fatto noi perché questo non accadesse e che cosa invece facciamo per riprodurre uno schema inesorabile fatto di odio e di paura. Chiediamoci se non sbagliamo qualcosa quando, per amore di un’Israele che tanti avevano sognato, ci appiattiamo su posizioni indifendibili che non possono che attirarci l’odio delle genti. E ci lasciamo rinchiudere nella gabbia della paura e della difesa che acceca. È un meccanismo antico e perverso che ci perseguita da secoli e che oggi si riveste a nuovo; ma ne possiamo uscire, se teniamo aperti gli occhi, le menti e i cuori e se scegliamo la verità e la giustizia. ֶחֶסד־ֶו אֶַ֥מת ִּנְפ ָָּׁ֑גשּו ֶֶ֖צֶדק ְו ָּׁשֶ֣לֹום ָּׁנ ָָּֽׁשקּו׃ Amore e verità s’incontrano, giustizia e pace si baciano (Salmi 85,11). NdA

Le citazioni fra virgolette, quando non precisato altrimenti, si riferiscono a due saggi pubblicati negli Atti dell’AISG 2004, Guerra santa, guerra e pace dal Vicino Oriente antico alle tradizioni ebraica, cristiana e islamica, Giuntina 2005: rav Luciano Caro, Guerra e pace nelle fonti talmudiche; Piero Capelli, Dalla guerra alla pace. La storia degli effetti di Deuteronomio 20 nell’ebraismo tardoantico.

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