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A PROPOSITO DEI CERTIFICATI DI IDONEITA’/NON IDONEITA’ PER LE PERSONE DESTINATE AI CPR

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Ho aspettato un po’ di giorni che si attenuasse il fragore mediatico sul caso dei colleghi medici di Ravenna (e non solo) messi alla berlina e sotto accusa per i cosiddetti falsi certificati compiacenti rilasciati a persone di cui dovevano accertare l’idoneità a sopportare il trasferimento in un CPR (Centro di Permanenza per i Rimpatri.

Uno degli argomenti usati con protervia (o dovrei dire malafede?) contro i colleghi è il fatto che chi ha certificato la non idoneità lo ha fatto non limitandosi a valutare le sole caratteristiche sanitarie fisiche e psichiche  delle persone interessate , ma ha formulato il suo giudizio tenendo anche conto delle caratteristiche (e delle possibili conseguenze patogene) dei centri stessi , quasi che tale elemento fosse irrilevante ai fini del giudizio stesso.

“Idoneità” significa (vedi Zingarelli) “la qualità di idoneo” , mentre “idoneo” significa “che ha la qualità o i requisiti necessari per” . ovvero : “abile, atto, adatto, adeguato”. Quindi un giudizio di idoneità deve verificare la compatibilità della persona interessata con un compito, una funzione, un’attività (solo per fare un banale esempio, l’attività sportiva agonistica) , un ambiente, un contesto …

Orbene, da medico del lavoro che si è trovato molto spesso ad esprimere un giudizio di idoneità alla mansione di un lavoratore , vorrei ricordare una cosa quasi ovvia nella elementare  chiarezza :  il giudizio di idoneità si fonda  su un confronto/appaiamento /corrispondenza/compatibilità  tra  due elementi chiave : le condizioni fisiche e psichiche del  lavoratore e le caratteristiche della mansione (ovvero il contesto materiale ed organizzativo in cui il lavoro si svolge). Nessun medico del lavoro emetterebbe un giudizio di idoneità . o non idoneità . alla mansione prescindendo da una puntuale conoscenza e valutazione del contesto , pena  un clamoroso errore di giudizio, con conseguenze potenzialmente negative (a volte anche molto!) per il lavoratore interessato.

Se siamo  d’accordo su questo punto (e sarei curioso di conoscere le eventuali  motivazioni medico-scientifiche di chi non è d’accordo) cosa c’è di strano , di eversivo , di illegale , di talmente indegno da evocare la radiazione dall’albo dei colleghi e l’avvio di procedimenti giudiziari a loro carico , nel valutare il contesto come elemento determinante per esprimere il loro giudizio ?

Ma qualcuno dirà che il giudizio espresso nei casi oggetto del clamore mediatico era un giudizio precostituito e preconcetto , basato sul rifiuto aprioristico e profondamente politico di istituti come il CPR. A parte che ognuno, medico o non, ha il pieno diritto di valutare in modo totalmente negativo questi istituti, una valutazione equa e corretta del comportamento dei medici in questione richiederebbe una valutazione del singolo caso, ovvero un’analisi del giudizio caso per caso. E’ solo dopo di ciò che si potrebbe eventualmente parlare di falsi certificati. Mi chiedo se i solerti tutori della sacralità dei certificati prevedano di adottare lo stesso criterio per tutti i certificati attestanti l’idoneità delle persone interessate (prego  notare la mia attenzione quasi ossessiva  nell’usare il termine  “persone” e non “migranti” , motivata dal fatto che il medico deve valutare l’idoneità di una persona e non di un appartenente a una categoria), oppure i certificati di idoneità (all’opposto di quelli di non idoneità) sono di default  pienamente e totalmente degni di assoluta credibilità ?

Leopoldo Magelli, medico del lavoro

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