02.10.26 – Stefano Bertoldi

Naza non è un “semplice” docufilm, non è neanche intrattenimento e non è nemmeno un documentario che indugia, come tanti altri che al pari hanno trattato il tema Palestina-pulizia etnica-genocidio, su di un minimo essenziale di “confezionamento” cinematografico, che prevedrebbe anche solo un minimo di colonna sonora dedicata a singoli frame o quantomeno di musica di sottofondo, quando alle fine scorrono i titoli di coda.
Nulla di tutto questo. Al contrario, al silenzio delle immagini, o meglio al solo rumore di fondo reale registrato dai terrazzi di Tel Aviv dove si sono svolte le interviste, ha corrisposto in sala il silenzio tombale del pubblico: questa è stata la “non colonna sonora” del film. Nella nota sala cinematografica di Roma Prati, il Giulio Cesare, l’ascolto del pubblico è stato quasi da raccoglimento empatico e meditativo, (per rendere l’idea, nemmeno qualche colpo di tosse!), né tantomeno l’accendersi qui e là di qualche display di cellulare silenziato, come purtroppo capita in altri contesti-situazioni.
Non ho udito nemmeno i plausibili commenti a latere, oppure sospiri o altra forma comunicativa non verbale, mentre ho percepito qua e là in qualcuno/a come me, gli effetti su naso e occhi inevitabilmente lucidi: in particolare, al sentire il racconto cinico e razionale di quello che i militari ascoltavano, spiando attraverso il cellulare infettato dal sistema di spionaggio ultra-avanzato Lavender basato sull’intelligenza artificiale, (in cui Israele è punto di riferimento per tutto il mondo, proprio perché testata sul campo), ossia i suoni e le conversazioni dei familiari – bambine/i, figli, mogli – della vittima designata, del “target” nel momento esatto in cui il missile, definito a torto “bomba intelligente”, centrava l’intero palazzo.
Lavender è un sistema basato sull’intelligenza artificiale che, secondo un’inchiesta di +972 Magazine e Local Call (aprile 2024), l’IDF avrebbe usato nello sterminio a Gaza, per individuare presunti militanti di Hamas e della Jihad islamica palestinese. Il sistema analizza grandi quantità di dati di sorveglianza (comunicazioni, contatti, abitudini, ecc., peraltro descritti nel dettaglio proprio dalle testimonianze dei suoi utilizzatori diretti raccolte in “Naza”) e assegna a ogni persona un punteggio da 1 a 100, che indica la probabilità di appartenere a un gruppo armato.
Per avvalorare la realtà di questo sistema di “targettizzazione”, per andare alla radice di come il sistema di controllo pervasivo di Israele su tutti i palestinesi, non solo rispetto ai guerriglieri della resistenza dal ’48 ad oggi, i registi hanno inframmezzato il racconto con alcuni documenti d’archivio risalente agli anni Settanta in cui si mostra il cosiddetto “regalo” offerto ai palestinesi, ossia l’infrastruttura telefonica e di comunicazione. Israele controlla tutto, anche questa preziosissima fonte di dati: quindi non solo acqua e rifornimenti vari essenziali per la vita, ma anche i dati che contribuiscono a cancellare queste stesse vite dal territorio legittimo dei palestinesi.
Secondo le stime sono stati circa 37.000 i palestinesi individuati come “sospetti” nelle prime settimane dopo il 7 ottobre, con un margine di errore, appunto i “Naza”, i danni collaterali, intorno al 10%, calcolando nell’errore (o meglio orrore) anche le verifiche, sempre rapide e sommarie, dell’operatore in carne ed ossa. Ci sarebbe un altro sistema, raccontato nel dettaglio dai militari israeliani nel film anche rispetto alle parole-chiave utilizzate dai militari, chiamato cinicamente “Where’s Daddy?” per segnalare quando un “obiettivo” entra in casa. Un altro sistema distinto, “Habsora” (The Gospel), riguarderebbe invece l’individuazione degli interi edifici. I detrattori del film sostengono che non ci sono prove evidenti avvalorate da nomi e cognomi e da circostanze segnate da orari e luoghi precisi, come dire che le prove testimoniali dirette dei protagonisti dei massacri non sono sufficienti.
Chi si oppone a queste atrocità, da cittadino israeliano di religione ebraica rischia moltissimo: dai ragazzi che rifiutano, fino al gesto estremo del suicidio, un servizio militare di tre anni e un futuro costellato di richiami di aggiornamento annuale sotto le armi fino a oltre 50 anni di età (vedi il significativo docu-film israeliano INNOCENCE, di Guy Davidi), ai militari in questione, che se scoperti rischiano tanto, a cominciare dal carcere. Segue l’ostracismo da parte di una società che ha come agenzia principale di socializzazione, oltre che di “ufficio di collocamento” ante-litteram, l’apparato a porte girevoli del connubio tra industria bellica, sistema formativo/scientifico/accademico e mercato del lavoro.
Ai detrattori di Naza, dopo aver osservato le foto satellitari di Google Maps o Google Heart con le foto di interi quartieri rasi al suolo e spianati con i caterpillar, di cui peraltro si vedono anche le tracce, chiederei di definire “scomparsi” (oltre che “bambino”) i palestinesi che mancano all’appello. Solo un censimento generale potrà dire un giorno in modo statisticamente inconfutabile quanti sono quelli che si andranno ad aggiungere agli oltre 74.000 morti accertati, ma sarà sempre troppo tardi.