11.10.26 – Laura Tussi

Verso il Forum sul divieto nucleare promosso dall’ICAN
Il 29 novembre 2026, la città di New York si accinge a ospitare il Forum sul divieto nucleare promosso dall’ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons), un appuntamento che assume i contorni di un appello civile e morale in vista della prima Conferenza di revisione del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW).
Questo snodo storico non rappresenta un mero esercizio diplomatico o una riunione accademica per addetti ai lavori, ma l’urgenza di fronteggiare quella che il filosofo Günther Anders definiva “l’obsolescenza dell’uomo” di fronte alla minaccia atomica. Viviamo in un paradosso tecnologico e politico profondo, in cui la sopravvivenza dell’intera specie umana è affidata a un equilibrio fragile quanto cinico, basato sulla dottrina della deterrenza e sulla tacita promessa di una distruzione reciproca assicurata.
La posta in gioco non riguarda semplicemente la stabilità geopolitica transitoria, ma la sopravvivenza stessa della biosfera e della civiltà umana. L’appuntamento di New York si inserisce in un momento storico di straordinaria gravità, in cui il silenzio dei governi e l’indifferenza dell’opinione pubblica rischiano di trasformarsi in una complicità passiva rispetto al più grande pericolo autoinflitto della storia moderna.
La regressione geopolitica e l’illusione della deterrenza
Per decenni, la retorica della Guerra Fredda ha normalizzato la presenza di arsenali capaci di cancellare la civiltà umana decine di volte. Si è fatto credere che la pace potesse reggersi sul terrore, instaurando un sistema in cui la minaccia dello sterminio di massa costituiva la massima garanzia di stabilità. Oggi, nel pieno del ventunesimo secolo, assistiamo a una pericolosa regressione che rende quell’equilibrio ancora più instabile. La modernizzazione degli armamenti strategici da parte delle grandi potenze, la retorica muscolare basata sull’uso potenziale dell’arma atomica e l’erosione sistematica dei trattati di controllo degli armamenti e di non proliferazione hanno riportato le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse a pochi secondi dalla mezzanotte.
Il rischio di un’escalation nucleare, sia essa deliberata o frutto di un tragico errore di calcolo, di un fraintendimento diplomatico o di un malfunzionamento tecnologico nei sistemi di allerta precoce, non è un’ipotesi accademica remota. È una eventualità quotidiana che grava silenziosamente sulle nostre teste. Ogni giorno in cui gli arsenali rimangono operativi rappresenta una scommessa contro la statistica e la storia: prima o poi, la probabilità di un incidente catastrofico, in un sistema complesso e imperfetto gestito da esseri umani fallibili, tende inevitabilmente a verificarsi.
Il TPNW: dalla consuetudine della paura alla Legalità Internazionale
In questo scenario di profonda inerzia istituzionale e di cinismo geopolitico, il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW), entrato in vigore nel 2021 grazie alla straordinaria mobilitazione globale coordinata dall’ICAN, Premio Nobel per la Pace per il disarmo nucleare universale, si erge a baluardo giuridico ed etico di inestimabile valore. Per la prima volta nella storia del diritto internazionale, le armi nucleari non sono solo considerate moralmente riprovevoli, ma esplicitamente illegali alla stregua delle armi chimiche, biologiche e delle mine antipersona.
Il TPNW smaschera radicalmente la grande illusione della deterrenza, dimostrando che la sicurezza internazionale non può e non deve fondarsi sulla minaccia di sterminio di milioni di innocenti e sulla devastazione irreversibile del pianeta. Esso sposta l’asse della discussione dalla forza militare alla tutela dei diritti umani, del diritto internazionale umanitario e dell’ambiente. Tuttavia, il trattato da solo non basta se manca la volontà politica degli Stati dotati di armi nucleari e dei loro alleati, spesso intrappolati in logiche di potenza anacronistiche e miopi che rifiutano di ratificarlo o anche solo di prenderlo in considerazione.
La Responsabilità della Società Civile e l’Imperativo dell’Abolizione
È proprio in questo scarto tra la legge internazionale e la resistenza dei governi che risiede la forza dirompente della società civile, degli attivisti, dei ricercatori e delle reti internazionali che si riuniscono a New York. La denuncia del pericolo nucleare non può essere delegata esclusivamente a diplomatici e strateghi militari; essa costituisce un dovere democratico universale e ineludibile.
Invertire la rotta significa rigettare il fatalismo della catastrofe e pretendere una radicale trasformazione culturale e politica: smantellare l’egemonia della paura per affermare l’abolizione nucleare come l’unico obiettivo eticamente ammissibile per il futuro dell’umanità. Il Forum sul divieto nucleare dell’ICAN non rappresenta soltanto un momento di riflessione, ma un richiamo solenne alla responsabilità collettiva. Il futuro della Terra non può continuare a essere ostaggio di ordigni di morte e di logiche di potenza destinate inevitabilmente al collasso. Al baratro di morte.