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Cisgiordania. Il colonialismo di Israele

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di Angelo Stefanini in SALUTE INTERNAZIONALE

Colonialismo di insediamento: un progetto politico che mira a stabilire la sovranità permanente di una popolazione di coloni in un’area abitata da un popolo indigeno, escludendo quel popolo, espropriandolo e smantellandone la presenza collettiva. Misure un tempo presentate come temporanee si sono via via consolidate in politiche permanenti attraverso una serie di ambiti di azione*.

Israele non nasconde più le sue intenzioni. Tutto appare chiaro. Negli ultimi anni, ministri, deputati, alti ufficiali militari e persino il primo ministro stesso si sono apertamente vantati del progetto di eliminazione che Israele sta implementando in Cisgiordania. Sono orgogliosi della violenza, delle espropriazioni territoriali, dell’espansione degli insediamenti, dell’espulsione dei palestinesi dalle loro terre, delle demolizioni di case e degli sforzi per cambiare la realtà sul campo. Ciò che una volta veniva negato o nascosto ora viene detto apertamente. Non c’è bisogno di indovinare o cercare piani nascosti. Basta ascoltare ciò che dicono e osservare cosa accade sul terreno.

Un nuovo rapporto dell’organizzazione israeliana B’Tselem mostra che queste non sono semplici dichiarazioni estremiste isolate. Riflettono un piano politico, supportato da un intero sistema progettato per realizzarlo. Il suo scopo è smantellare l’infrastruttura stessa che permette ai palestinesi di esistere come collettivo in Cisgiordania, espandendo e rafforzando il controllo israeliano e la presenza ebraica in tutta la zona. È il colonialismo di insediamento attuato alla luce del sole.[1] Il documento, intitolato “The Elimination Project Israel’s Systematic Dismantling of Palestinian Collective Life in the West Bank, September 2026“[2], si basa su oltre 2.000 testimonianze raccolte da palestinesi dall’ottobre 2023, oltre a più di tre decenni di documentazione delle violazioni dei diritti umani del regime di apartheid israeliano in Cisgiordania. In esso si afferma che lo smantellamento della vita palestinese viene attuato in modo sempre più aperto e violento attraverso la cooperazione tra le autorità statali israeliane e i gruppi armati di coloni che operano con il sostegno statale. Da mesi la nota giornalista israeliana Amira Hass lo sta denunciando con grande determinazione di fronte alla desolante ignavia della comunità internazionale.[3] Il rapporto di B’Tselem guarda alla realtà attuale non come una raccolta di incidenti isolati o danni specifici, ma come espressione di un intero meccanismo di eliminazione che lavora per smantellare le condizioni che consentono l’esistenza palestinese in Cisgiordania, approfondendo al contempo il controllo e la supremazia ebraica in modo irreversibile. In questo modo aiuta a spiegare e contestualizzare l’escalation della violenza israeliana, con particolare attenzione alla Cisgiordania occupata illegalmente.

Nel tentativo di comprendere la catastrofe umana che vi si sta svolgendo, B’Tselem esamina i meccanismi di oppressione che Israele impiega contro il popolo palestinese, la logica dell’eliminazione che lo guida e gli obiettivi politici che persegue. E osserva che nell’intera area tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano il regime di apartheid israeliano struttura le relazioni tra ebrei e palestinesi attraverso allocazioni diseguali di status, diritti, risorse e potere politico.

Il meccanismo di eliminazione

Il rapporto non affronta il concetto di ‘eliminazione’ come una categoria legale separata, ma lo impiega per descrivere e spiegare la condotta di Israele, osservando che le condizioni da cui si è sviluppata la logica dell’eliminazione possono essere identificate nel progetto sionista anche negli anni precedenti alla fondazione dello Stato di Israele: rimodellare il territorio e le condizioni di vita all’interno della Cisgiordania, così che il controllo e la presenza israeliana diventino continui, radicati e permanenti, mentre l’esistenza palestinese diventa frammentata, vulnerabile e dipendente.

Due prospettive interconnesse sono discusse: la prima esamina come Israele agisca contro i palestinesi in Cisgiordania attraverso cinque ambiti d’azione integrati. La seconda prospettiva colloca questo meccanismo nel quadro del colonialismo di insediamento, un progetto politico che mira a stabilire la sovranità permanente di una popolazione di coloni in un’area abitata da un popolo indigeno, escludendo quel popolo, espropriandolo e smantellandone la presenza collettiva. Misure un tempo presentate come temporanee si sono via via consolidate in politiche permanenti attraverso i seguenti ambiti di azione.

Violenza e intimidazione

La violenza in Cisgiordania funziona come meccanismo centrale di controllo, sfollamento e smantellamento. I suoi effetti non si limitano a coloro che vengono uccisi direttamente, feriti, imprigionati, picchiati o espulsi dalle loro case. Intimidiscono l’intera popolazione. Restringono gli spazi di manovra disponibili per i palestinesi come individui, famiglie e comunità. In qualsiasi momento, i soldati possono irrompere in una casa; coloni armati possono arrivare in un’area di pascolo; un posto di blocco può chiudersi senza spiegazioni; oppure una persona può essere arrestata, picchiata o uccisa. In tali condizioni, ogni attività di routine richiede un calcolo del rischio. La paura non è un sottoprodotto della violenza, ma opera come mezzo di coercizione.

Gli arresti di massa e l’incarcerazione accompagnati da abusi e tortura[4] non servono soltanto come mezzi di punizione ma anche come strumenti di ampia deterrenza, volti a chiarire ai palestinesi che qualsiasi partecipazione ad attività politica o civica o resistenza al regime di apartheid israeliano può avere tragiche conseguenze. Nel corso dei decenni, Israele ha imprigionato centinaia di migliaia di palestinesi.

Restrizioni al movimento

La capacità di muoversi nello spazio è una condizione preliminare per la vita sociale, economica, familiare e politica. Quando una persona non può raggiungere il proprio campo, un ospedale, un lavoro, una scuola o la città più vicina, istituzioni e servizi sociali perdono parte del loro significato pratico. Il sistema israeliano di controllo del movimento palestinese si basa su infrastrutture di lunga data: posti di blocco tra la Cisgiordania e Israele, Gerusalemme Est e Giordania; all’interno della Cisgiordania; inferriate agli ingressi delle comunità; la Barriera di Separazione; strade di bypass; strade proibite o limitate al traffico palestinese; un sistema di permessi; ordini militari; e vari tipi di ostacoli fisici. Insieme, questi hanno creato uno spazio frammentato e discontinuo in cui i palestinesi non hanno alcun controllo sul proprio movimento. Accanto alle chiusure ufficiali, i coloni bloccano le strade, minacciano gli automobilisti e attaccano i palestinesi che vi viaggiano.

Strangolamento economico

Una tale realtà rende assai arduo ai palestinesi guadagnarsi da vivere, mantenere una casa, coltivare la terra, studiare, ricevere cure mediche e pianificare il futuro. Ne consegue povertà, disoccupazione e un significativo calo del tenore di vita.[5] Ma funziona anche come meccanismo di controllo e pressione continua, aumentando la dipendenza della società palestinese dal dominio israeliano. Dal 1967, Israele ha limitato lo sviluppo economico palestinese indipendente, convogliato la forza lavoro palestinese nel mercato del lavoro israeliano, controllato risorse e attraversamenti, e impedito lo sviluppo indipendente di infrastrutture, industria e commercio. La divisione della Cisgiordania in Aree A, B e C con gli Accordi di Oslo ha lasciato sotto il controllo israeliano non solo la maggior parte delle risorse naturali e delle fonti idriche ma anche le importazioni ed esportazioni e le aree politiche che riguardano direttamente l’economia palestinese.

Disintegrazione sociale e politica

Dal 1967, Israele ha imposto un regime militare ai palestinesi in Cisgiordania che vieta o limita quasi ogni forma di attività politica palestinese indipendente. Attraverso ordini militari e leggi, Israele mette al bando organizzazioni della società civile e partiti politici, chiude istituzioni, impedisce manifestazioni, arresta attivisti politici[6] e designa partiti politici, movimenti giovanili, comitati popolari, organizzazioni della società civile, gruppi studenteschi, giornalisti e difensori dei diritti umani come “terroristi” o li accusa di “incitamento”. Tra il 1967 e il 2019, Israele ha vietato più di 411 organizzazioni politiche, inclusi tutti i principali partiti politici palestinesi. Il disfacimento sociale e politico mina le istituzioni, le relazioni e gli spazi che permettono ai palestinesi di organizzarsi, preservare conoscenza e memoria e agire per un futuro condiviso.

Pulizia etnica e presa di potere territoriale

L’eliminazione coloniale in Cisgiordania appare chiaramente nelle sue due dimensioni: da un lato lo smantellamento delle condizioni per l’esistenza palestinese nel territorio, dall’altro la creazione di uno spazio israeliano contiguo e istituzionalizzato.  Dal 1967, Israele ha sequestrato oltre due milioni di dunam[7] [1 dunam = 0,1 ettari], più di un terzo della Cisgiordania, attraverso una serie di meccanismi legali[8], di pianificazione e amministrativi: dichiarazioni di “terre statali”, “zone militari chiuse”, “zone di fuoco”, riserve naturali e siti archeologici; restrizioni di pianificazione e edilizia; demolizione di abitazioni[9] e infrastrutture; istituzione di insediamenti; e costruzione di strade e infrastrutture che collegano gli insediamenti a Israele.

Accanto al percorso ufficiale e burocratico, le milizie dei coloni operano da fattorie e avamposti che ricevono budget, attrezzature, infrastrutture e protezione militare che consentono loro di prendere il controllo di vaste aree in poco tempo: bloccano le strade, impediscono l’accesso alle aree di pascolo e alle fonti d’acqua, attaccano i residenti, danneggiano proprietà e greggi, e arruolano militari e polizia contro le comunità palestinesi. A luglio 2026, Israele aveva preso il controllo di oltre 1.070.000 dunam tramite queste milizie, pari al 18% della Cisgiordania. Tra il 2023 e il 2025[10] sono stati istituiti 185 nuovi avamposti, circa 130 dei quali avamposti agricoli. Un’altra forma di sfollamento e presa di controllo è evidente nei campi profughi della Cisgiordania settentrionale. Da gennaio 2025, l’esercito ha sfollato[11] circa 33.000 residenti dei campi profughi di Jenin, Tulkarm e Nur Shams dalle loro case.

Violenza, negazione dell’accesso alla terra, demolizione di case e infrastrutture e assenza di protezione creano un ambiente coercitivo che impedisce alle comunità palestinesi di rimanere nelle loro terre spingendole in enclavi. In questo modo, il progetto di eliminazione di Israele in Cisgiordania annulla l’esistenza palestinese riorganizzando allo stesso tempo lo spazio per espandere e istituzionalizzare il controllo e la sovranità ebraica. Nella Striscia di Gaza, la logica dell’eliminazione ha assunto la sua forma più estrema: il genocidio che lì Israele sta commettendo contro i palestinesi.

Conclusione: Il dovere di fermare il progetto di eliminazione e porre fine al regime dell’apartheid israeliano

La realtà qui descritta porta a una chiara conclusione morale e politica: l’oppressione sistematica e violenta che Israele infligge ai palestinesi in Cisgiordania non può essere fermata attraverso misure contro coloni particolarmente violenti, rimozione di alcuni posti di blocco, congelamento parziale delle costruzioni o cambiamenti di politica frammentari. Tali misure, pur essendo importanti nel breve termine, non alterano la struttura che produce violenza, espropriazione e oppressione. Le pratiche descritte in questo rapporto non sono aberrazioni, ma parte integrante del funzionamento del regime.

Proteggere i diritti umani richiede di fermare il progetto di eliminazione e porre fine al regime di apartheid israeliano e al controllo militare sui palestinesi. Soluzioni sporadiche non possono trasformare un progetto coloniale di insediamento basato sullo spopolamento in un sistema che rispetti i diritti umani.

Per anni, la comunità internazionale ha osservato questi eventi mentre si svolgevano in Cisgiordania, continuando a trattarli come una serie di atti e incidenti separati: espansione degli insediamenti, violenza dei coloni, demolizioni, posti di blocco, espropriazione di terre o uccisione di palestinesi. Condanne isolate e ripetuti appelli a mostrare moderazione, evitare misure unilaterali o tornare al tavolo delle trattative danno a Israele tempo, libertà e immunità per continuare a portare avanti il suo progetto di eliminazione. Il sostegno politico, militare ed economico a Israele, e la protezione diplomatica che riceve, forniscono al regime israeliano le risorse, la legittimità e la libertà di continuare a commettere crimini contro i palestinesi. Analizzare il progetto di eliminazione richiede anche attenzione ai modi in cui i palestinesi agiscono all’interno e contro di esso: mantengono la loro terra, sostengono e sviluppano istituzioni e quadri sociali e politici, preservano memoria e identità, documentano, organizzano e resistono. Queste azioni sono parte integrante della realtà descritta nel rapporto di B’Tselem e della lotta in corso per lo spazio, la vita al suo interno e la possibilità di plasmare un futuro palestinese.

I diritti palestinesi alla libertà, all’uguaglianza, all’autodeterminazione e a vivere collettivamente come popolo sono la premessa, non una questione soggetta al consenso del regime che li controlla. Lo status politico palestinese e le condizioni della loro vita non possono continuare a essere determinati attraverso la coercizione israeliana, il controllo militare o accordi che preservino le relazioni di dominio esistenti.

*Questo testo è tratto dall’Executive Summary del documento dell’organizzazione israeliana B’Tselem “The Elimination Project – Israel’s Systematic Dismantling of Palestinian Collective Life in the West Bank, September 2026” con ampi stralci riportati integralmente.

Riferimenti

[1]https://www.rai.it/dl/doc/2025/08/04/1754324050968_Dalleconomia%20delloccupazione%20alleconomia%20del%20genocidio%20-%20Capitolo%20IV.pdf

[2] https://www.btselem.org/the_elimination_project/

[3] https://www.haaretz.com/opinion/2026-01-27/ty-article-opinion/.premium/the-expulsion-of-palestinians-is-underway-and-your-indifference-enables-it/0000019b-fbf3-dee6-a1ff-fffb75120000 ; https://www.haaretz.com/opinion/2026-09-01/ty-article/.premium/israel-isnt-debating-a-palestinian-state-its-preparing-for-expulsion/000001a0-56c1-dc19-a5a4-dfdfa0fd0000

[4] https://www.btselem.org/publications/202408_welcome_to_hell

[5] https://thedocs.worldbank.org/en/doc/c25061ab26d14d7acc0330d5a7b4d496-0280012024/original/PalestinianEconomicUpdate-Sept2024-FINAL.pdf

[6]https://www.europarl.europa.eu/meetdocs/2009_2014/documents/dplc/dv/palestinianpoliticalprisoners/palestinianpoliticalprisonersen.pdf

[7] https://peacenow.org.il/en/category/lands-en

[8] https://www.btselem.org/publications/summaries/200205_land_grab

[9] https://www.btselem.org/topic-test/house-demolition

[10] https://www.keremnavot.org/annusmirabilis

[11] https://www.ochaopt.org/sites/default/files/West%20Bank_info-graphic_22_Jan_2026.pdf

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