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Se di cattivo nella piazza di sabato c’è la devastazione materiale, di buono c’è la nascita di una consapevolezza sociale a quindici o sedici anni, e non è poca cosa

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di Marco Morales, delegato sindacale, da Cantiere Bologna


Èstata grandiosa e senza scontri la manifestazione di Roma indetta dai sindacati. La coalizione de “La Via Maestra” ha riproposto sabato 17 ottobre la lotta condivisa con le associazioni e i partiti per la giustizia sociale; per devolvere i soldi degli armamenti alla sanità e alla scuola; per sottrarre gli sprechi del governo – come i centri di detenzione in Albania e il ponte sullo Stretto – e riversarli sul diritto all’abitare. Una richiesta ferma di puntare tutto sul mantenimento dello stato sociale colmando le disuguaglianze: tassare i redditi più alti, le rendite finanziarie, colpire gli extraprofitti, eliminare una flat tax che aggredisce due volte i lavoratori dipendenti e i pensionati. Una piazza imponente, civile, ordinata. La piazza della parola, della proposta e del decoro democratico. Ma se Roma è stata la piazza di una compostezza antica, la realtà feroce si è espressa in altri luoghi.

A Bologna, per chi è rientrato nella stazione AV (in ritardo sia all’andata sia al ritorno), la vicenda ha cambiato bruscamente aspetto. Sotto le volte di cemento, le guardie giurate non ci hanno concesso di uscire su Piazza Medaglie d’Oro. C’era qualcosa che non potevamo rischiare o anche solo vedere. Ma l’odore acre dei lacrimogeni e il fuggi fuggi generale di giovanissimi intenti a scappare nelle viscere dei sottopassaggi, spinti verso l’unico imbuto rimasto di via dei Carracci, non lasciava dubbi. Se la nostra velocità era affidata ai Frecciarossa in ritardo, la loro era interamente racchiusa nelle gambe e nella fuga. Il cielo era squarciato dal battito sinistro degli elicotteri e dall’urlo delle sirene. Ma quaggiù, nel dedalo dei tunnel, si consumava lo spettacolo più drammatico: la velocità puntuale di una generazione che scappa.

Chi scrive ha visto quella giovinezza ammassarsi sul ponte Matteotti, fino ai confini della piazza blindata. Una moltitudine di scheletri, di zigomi sporgenti sotto i passamontagna e le kefie calzati a pennello.

Non ero il solo a osservare, eppure in quella folla la solitudine era assoluta. Non tutti agivano in gruppo; molti erano isolati, legati dallo stesso codice e dallo stesso aspetto, ma drammaticamente soli. Il loro agire così violento e drammatico mi è parso un fatto personale dettato da motivazioni individuali, non è stato solo il tumulto della folla e le rivendicazioni collettive e sociali; c’era chi agiva con rancore privato, ferite proprie, drammi esistenziali.

E anche gli studenti in questa dinamica c’entravano poco: quando il gioco si è fatto duro e sbagliato erano sulla via del ritorno, ho visto anche loro organizzare la cena di appartamento: «Tu porti la pasta, ma l’aglio lo mettiamo? Ho una boccia di vino, ci vediamo in via Torleone». Una normalità protetta. Ma per i casseur non c’era nessuna via Torleone come riposo del guerriero, nessuna bottiglia di vino. Mi chiedo dove andranno stasera quei ragazzi, e cosa mangeranno, mentre gli altri decidono se mettere l’aglio nella pasta. Per loro non esiste il conforto di un rifugio o di una spesa condivisa. Pupille nere e lucide risaltavano su cornee candide. Sguardi infinitamente migliori di quelli spenti dei rider, piegati dalla rassegnazione quotidiana sull’asfalto divelto. In questi ragazzi c’era ancora una scintilla di spietata e dolorosa vitalità, un’invocazione muta lanciata nel silenzio verbale degli scontri e degli sguardi anche verso di me. Su quei corpi esili di giovani, ridotti all’osso, le forze dell’ordine hanno scaricato fiumi dagli idranti per disperderli e per spegnere il fuoco delle Mobike in fiamme.

Eppure, in quella pelle e ossa resistente ai getti d’acqua risiedeva una forza misteriosa e terribile. Li ho visti spaccare semafori, sollevare sanpietrini da terra, svuotare estintori nel cielo. E mi sono chiesto, con lo sgomento di chi osserva un fallimento strutturale: con quale forza ci riescono? Quale energia muove braccia così fragili contro la città? L’unica risposta che mi sono dato è stata una: la povertà, l’emarginazione, a volte persino la fame.

I saccheggi e le devastazioni in pochissime ore non sono solo il frutto del mero vandalismo, ma l’espressione ultima della necessità. Nel linguaggio comune del potere si chiama teppismo il gesto di chi rompe una vetrina. Perché riconosce la sacralità delle merci ma calpesta quella degli uomini. Ma in quei gesti non c’è distruzione fine a sé stessa; c’è il bisogno cieco e biologico di esistere, la vendetta tardiva per la condizione subita da padri e madri, il riscatto violento per un tradimento generazionale e per tutti gli ostacoli frapposti sul cammino loro e dei fratelli maggiori. Ciò che si è mosso veloce, incontrollabile e in parte incontrastato tra le strade è proprio il sottoproletariato urbano. Sono i figli degli ultimi, dei precari gettati nella fornace della produzione e poi dimenticati nella sostanza. I fratellini minori di chi forse è rinchiuso in sé stesso o in pochi metri quadri alla Dozza.

L’ho visto accadere anche in un momento qualunque del day after, al banco della gastronomia di un supermercato, di domenica pomeriggio. Si presenta una famiglia: mamma, papà, un bimbo e una bimba piccola. Il figlio maschio è colpito, quasi incantato, sulla bancarella dei dolcetti di Halloween, calamitato dal consumo effimero della festa occidentale. Sono le due donne del nucleo a prendere in mano la situazione con una lucidità e una compostezza che spezzano il cuore. La madre, elegante e ferma nelle sue movenze, coperta nel capo sussurra alla figlia una domanda breve nella sua lingua originaria: «Kam thaman al-dajaj?»: quanto costa un pollo?. Traduce la bambina – vivace e precocemente consapevole del proprio ruolo, senza velo, con un fiume di capelli scuri raccolti in una coda di cavallo – a farsi interprete. «Circa otto euro». La bambina si gira di nuovo verso la madre e le riporta la cifra a voce: «Thamaniyat yuro», circa otto euro, scandendo il prezzo anche con il gesto netto delle otto dita. La mamma esita un istante, calcola con gli occhi il peso del denaro rimasto e replica ferma in arabo: «Nisf dajaja». La bimba si volta verso il banco e comunica la scelta: «Mezzo pollo». Il padre, che per un solo istante si era avvicinato al vetro, si ritrae in silenzio, riportando il suo sguardo confuso verso il nulla. Sembravano plasticamente le ragazze di Gauguin, ma attorno a loro non c’era nessun paradiso terrestre. In quel dialogo sospeso per quattro euro di cibo c’è l’autopsia del nostro presente. C’è un’infanzia costretta a farsi carico della contabilità della sopravvivenza prima ancora di aver diritto a un futuro lineare.

C’è un abisso intrasgredibile che separa l’intercalare di una stessa generazione, uno scherzo della lingua che rivela la frattura di classe. Da una parte, al sicuro tra le mura domestiche di via Torleone, risuona il dubbio del benessere ordinario: «Fra’, l’aglio lo mettiamo?». Dall’altra parte, tra i fumi dei cassonetti e le cariche in stazione, risuona l’urlo intercettato dai cronisti: «C’è il bordello fra’, è tutta roba gratis». Non è un gioco, non è vandalismo; è lo stesso vocabolo piegato a due destini opposti. È il grido primitivo di chi sperimenta per la prima volta l’abbondanza nell’unico modo che gli è stato concesso: il saccheggio.

Mi chiedo, allora, dove traggano la consapevolezza di classe, se non dal rifiuto generalizzato dell’insicurezza e della precarietà dei loro genitori, dalle continue rinunce e dalla fame vissuta tra le mura di casa. Non hanno avuto bisogno di maestri. È bastato loro vedere i padri spezzarsi la schiena per salari da fame, privati di dignità.

Questa volta, nonostante gli appelli a prendere le distanze, noto un certo tentennamento; anche chi di solito parla di schifo per una volta si è risparmiato. Forse questo è il primo grande risultato. Bologna, Torino e Milano non hanno responsabilità dirette. E poco importa che le amministrazioni di queste città siano tra le più attive nella rimozione delle disuguaglianze: esse sono semplicemente luoghi globali, campi di battaglia. Teatri dell’assurdo. L’obiettivo reale è Roma, la destra di governo e i movimenti sovranisti. Le scelte di una economia globale e di una geopolitica incosciente. Prima di essere rimossi dalle scuole e dal mondo facciamo terra bruciata! Dev’essere questa la sceneggiatura di massima, il canovaccio di questa tragedia.

Lo so che certe categorie non vanno più di moda e che parlare di sottoproletariato urbano come di borghesia fa storcere il naso anche alla sinistra riformista. Fatto sta che di questo si tratta e che su questo abbiamo lavorato in questi ultimi decenni in nome della produzione e del conseguente selettivo benessere.

E io? Io alla fine sono qui. A me è bastato solo allungare il passo e deviare verso via Irnerio, muovendomi ancora tra i ragazzini e i poveri dello shopping tra i banchi della Piazzola in smontaggio, c’e chi guarda per terra se fosse caduta qualche maglia… qualcosa di abbandonato, monete.

Per me la città ha conservato la sua rassicurante normalità: ho trovato un autobus dove strisciare un bancomat capiente, una pizzeria da asporto e quattro mura dove scrivere queste righe. Ma mentre ascolto scorrere i miei pensieri, le mie domande tornano ossessivamente a loro: ma dove vanno quei ragazzi, adesso? Come tornano a casa? Cosa pensano di loro stessi, della loro città e del loro futuro?

Le posizioni di governo centrale chiedono di condannare. Chi esige oggi questo coro automatico della condanna non ha ancora accettato le sentenze sulla strategia della tensione, dalla strage della stazione di Bologna ai crimini della Uno Bianca; dimentica che chi all’epoca imponeva la propria violenza avanzava armato di armi da fuoco, spesso coperte dalle stesse divise dello Stato. Io, al massimo, posso esprimere un’osservazione che va oltre quel binarismo ipocrita: se di cattivo in questa piazza c’è la devastazione materiale, di buono c’è la nascita di una coscienza di classe a quindici o sedici anni, e non è poca cosa. Io, per il momento, posso solo guardare. E poi andarmene e tacere.

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